I social network sono diventati sempre di più un campo minato. Da una parte l'affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social prevalentemente luoghi dove le macchine parlano con sé stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. E delle organizzazioni, che si interrogano sia sulla dimensione etica che sull'efficacia e l'impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.
In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social. Il primo articolo della seria è disponibile qui e il secondo qui.
È da poco passata l’una del mattino e Chiara, adolescente di sedici anni, ha aperto per l’ennesima volta il cellulare per controllare se la “stories” pubblicata poche ore prima su Instagram ha ricevuto nuovi “like”, commenti o visualizzazioni.
Non ha altro modo di sapere quello che accade al suo doppio digitale se non quello di rimanere online, il più a lungo possibile: ogni volta che spegne lo schermo del telefono, per riposare gli occhi o dedicarsi ad altro, il suo contenuto continuerà a ricevere interazioni, e dalla stories alcune persone passeranno al suo profilo, guarderanno le sue foto, commenteranno i suoi video, diventeranno, forse, nuovi follower.
Abbandonato a se stesso, il suo doppio digitale non può gestire in autonomia questa massa di amici, conoscenti, sconosciuti mossi da imprevedibili intenzioni: disconnettersi significa lasciarlo completamente in balia degli eventi.
La tentazione, ricorrente e perdente, di introdurre divieti di connessione in determinate fasce orarie
Consapevole di questo meccanismo, Chiara riduce al minimo indispensabile le pubblicazioni di nuovi contenuti. Giusto il necessario per non diventare un ricordo sfumato nella mente di chi non l’ha mai incontrata di persona, e sentirsi parte di quel ribollire di vita, di immagini, suoni e parole che non ha paragone nei ritmi ben più compassati della sua vita offline.
Eppure, anche quando non pubblica contenuti per settimane, non può comunque fare a meno di controllare, più volte al giorno, lo smartphone, pronta a reagire a un commento, un’offesa, un apprezzamento, una richiesta di contatto da sconosciuti, esattamente come farebbe se quelle interazioni le venissero rivolte anche di persona.
La ragazza non ha mai deciso, in maniera netta, a quale delle sue vite dedicare più tempo, ma è evidente che di questo passo si troverà a trascorrere sui social molte più ore di quanto inizialmente preventivato.
Abbandonato a se stesso, il suo doppio digitale non può gestire in autonomia questa massa di amici, conoscenti, sconosciuti mossi da imprevedibili intenzioni: disconnettersi significa lasciarlo completamente in balia degli eventi
Chiara è una delle migliaia di adolescenti destinatari dei sempre più numerosi provvedimenti coercitivi pensati per “aiutare” i minori che trascorrono troppe ore sui dispositivi digitali: dal divieto degli smartphone a scuola all’impossibilità di connettersi ai social durante le ore notturne. Misure già sperimentata in Cina - non si sa con quanto successo – e che sembrano del tutto ignorare le cause profonde della iperconnessione di minori e adulti.
Eppure, se c’è una cosa che i social media hanno da sempre messo in chiaro è l’impossibilità di prendersi una pausa: nessuno, ad oggi, può disconnettersi per una durata di tempo illimitata, e non si tratta di una casualità né di un’impossibilità tecnica. La connessione permanente è un obbligo implicito nei termini di servizio dei social a cui le persone fanno fronte con strategie diverse, per lo più fallimentari.
La trasformazione delle persone in siti web, perennemente connessi e consultabili da chiunque
I social media hanno trasformato ogni persona iscritta ai loro servizi in un sito web perennemente sotto gli occhi di tutti. Esattamente come un sito web, i profili social sono composti da landing page generaliste o specializzate: la bacheca in cui convergono tutti i contenuti più importanti, le pagine dedicate ai reel, alle foto, ai video, alle informazioni personali, e il modulo di contatto tramite messaggio diretto o e-mail.
Per avere diritto a osservare dentro l’intimità di chiunque i social chiedono, in cambio, la disponibilità a essere perennemente osservabili: chi rinuncia, chi riduce la propria esposizione, perde anche la possibilità di interagire in maniera illimitata con le altre persone. Movimento e stasi, connessione e separazione: su queste polarità si basa, da sempre, l’ambiguo gioco di specchi che caratterizza i social media.
Chiara sa di non poter davvero scomparire senza rinunciare a quelle connessioni umane che, nel tempo, sono diventate via via più importanti, anche verso individui con cui non condivide luoghi di studio, di sport, di socialità ma che nondimeno la riconoscono e la apprezzano.
Non può rinunciare alle doppie spunte blu di Whatsapp senza perdere il diritto a sapere quando gli altri sono online e visualizzano i suoi messaggi, non può rendere privato il suo profilo senza perdere possibili follower e visualizzazioni ai suoi contenuti, non può tornare indietro dalla modalità “creator” di Instagram senza rinunciare a dati di “insight” per monitorare le performance dei suoi post. Le limitazioni di questo tipo non si contano.
Quante volte ha provato a lasciar andare il suo doppio digitale, a rinunciare a controllarlo per più di due volte al giorno: in quel caso sono aumentate le notifiche, le mail, le segnalazioni automatiche di nuovi contenuti pubblicati e commenti lasciati dai suoi follower ad altri profili, in un crescendo di stimoli generati automaticamente per convincerla a riconnettersi.
Solo una volta, in un periodo particolarmente intenso di studio, ha provato a disattivare il suo account: in quell’occasione ha scoperto che i suoi post nei gruppi pubblici, i messaggi scambiati con altri utenti, i commenti lasciati dietro di sé e altre informazioni personali sarebbero comunque rimaste online, incontrollate. Non ha resistito più di una settimana.
La trappola della connessione permanente, dei vivi e dei morti
In un futuro prossimo, al momento fuori dal suo orizzonte degli eventi, Chiara si troverà a dover affrontare il problema di decidere cosa fare degli account di nonni, genitori o amici deceduti anzitempo. Scoprirà solo allora che la trappola della connessione permanente non riguarda solo i vivi, ma anche i morti, condannati a rimanere sospesi in un eterno limbo digitale se nessun erede richiede la rimozione integrale dei loro dati personali.
Anche in quel caso, tuttavia, non sarà facile prendere una decisione tra conservare la memoria di chi non sarà più e quella di rimuoverlo in maniera irreversibile dal mondo digitale: la possibilità di essere ricordati per sempre non si concilia con il diritto a un oblio selettivo, a una forma discreta di disconnessione dagli altri e dal flusso incessante di dati e contenuti prodotti dai viventi.
Non può rinunciare alle doppie spunte blu di Whatsapp senza perdere il diritto a sapere quando gli altri sono online e visualizzano i suoi messaggi, non può rendere privato il suo profilo senza perdere possibili follower e visualizzazioni
Questa continua oscillazione fra i due mondi, fra la vita offline e quella digitale, potrebbe in futuro pendere ancora più decisamente verso quest’ultima. Quando le intelligenze artificiali come quella integrata da OpenAI nella nuova app Sora diventeranno disponibili in maniera illimitata su tutti i social, sarà necessario fare i conti con account virtuali in grado di riprodursi e di agire autonomamente, con la promessa di sollevare i loro proprietari dalle incombenze più ripetitive della vita digitale.
Paradossalmente, l’integrazione di sistemi di AI nei social potrebbe portare persone come Chiara a connettersi ancora di più, più spesso, per controllare un numero maggiore di notifiche derivante dalla frenetica e illimitata attività dell’AI verso altri profili.
Il diritto alla disconnessione coincide con la possibilità di disattivare, illimitatamente, i propri account digitali
La soluzione, evidentemente, non si trova nell'introduzione di misure autoritarie ispirate da paesi dittatoriali, ma nell'elaborare forme di vita sociale digitale che non vincolino le persone entro standard predefiniti e omologanti.
Dare a tutti la possibilità di personalizzare il proprio profilo online, con le funzionalità e i layout più consoni a rappresentare la propria identità, sarebbe già un primo passo rispetto all'eccesso di standardizzazione cui abbiamo assistito fino ad oggi.
Dare alle persone la possibilità di prendersi una pausa dai social, rendendosi invisibili e irreperibili a tempo illimitato (senza dover ricorrere alla disattivazione del profilo) potrebbe essere un ulteriore passo verso il diritto a una vera disconnessione.
Tutto questo probabilmente avrà un costo, anche economico, e dovranno prima essere risolti ostacoli tecnici derivanti dall'enorme mole di contenuti, contatti, indicizzazioni che andranno continuamente disattivate e riattivate. Ma il diritto alla disconnessione dovrà, inevitabilmente, entrare a far parte dei diritti della cittadinanza digitale del futuro, perché solo nella possibilità di sottrarsi completamente agli occhi degli altri che si trova la vera libertà.
Nessuno può, ragionevolmente, pensare di trascorrere la sua intera vita a dividersi tra un'identità offline e un'identità digitale: la prima deve poter controllare la seconda, anche a costo di sospenderla per brevi o lunghi periodi di tempo. Lo chiede Chiara, lo chiedono altri giovani come lei che non vogliono rimanere tagliati fuori dalle relazioni, fisiche e virtuali.
Per rispondere a quella che, a tratti, assume le forme dell'emergenza sociale, si potrebbe introdurre questa possibilità a partire proprio dai più giovani: dare ai minori la possibilità di disattivare i propri profili social in ogni momento, senza dover giustificare nulla a nessuno, sottraendo agli sguardi e ai commenti altrui il proprio, intero essere digitale è una soluzione che potrebbe contribuire a limitare enormemente il tempo speso online.
Questa soluzione tecnica avrebbe il vantaggio anche di contribuire a ridurre la pressione sociale sulle vittime di cyberbullismo: scomparire, anche solo temporaneamente, dai social, consentirebbe a queste ultime di sottrarsi alle ripetute aggressioni virtuali consistenti in commenti, menzioni, tag e condivisioni non gradite e non volute.
È ovvio che tutto questo non è altro che un espediente, un placebo tecnologico in attesa che una vera educazione al digitale e piattaforme più sane dal punto di vista etico e sociale possano prendere forma: nell’attesa, tuttavia, potrebbe essere utile avere a disposizione un “pulsante” per prendersi una pausa rigenerante. Forse per sempre, forse fino a domattina.