Mercoledì 22 luglio 2026
Educene
 
L’età del sapere vivente
Scritto da: Lea Ferrari

Una recensione di Lea Ferrari su Educene. Il cadavere speculativo della conoscenza. Una teoria dell'immaginazione, di Francesco Monico, edito da Mimesis. 





Esistono libri che descrivono una trasformazione e altri che, nel tentativo di comprenderla, finiscono per assumere nel loro divenire la forma di quella  metamorfosi. Educene. Il cadavere speculativo della conoscenza. Una teoria dell’immaginazione di Francesco Monico appartiene a questa seconda categoria. Non si presenta come un trattato sistematico sull’intelligenza artificiale, né come un manuale di pedagogia destinato a prescrivere nuovi metodi. È piuttosto un’opera di soglia, nella quale autobiografia intellettuale, filosofia dell’educazione, teoria dei media, arte contemporanea ed ecologia si intrecciano per interrogare la condizione del sapere nel tempo presente. La parola “Educene” non designa infatti un’epoca, ma una nuova condizione epistemica: il momento in cui la tecnica non modifica soltanto il lavoro e la comunicazione, ma interviene nei modi stessi attraverso i quali la conoscenza viene condivisa. 

Il neologismo tiene insieme il latino educere, “trarre fuori”, e il greco kainós, “nuovo”, ponendosi idealmente dopo l’Antropocene e il Capitalocene. In questo caso il suffisso “-cene” assume una funzione speculativa, nominando una trasformazione ancora in corso e, proprio per questo, non del tutto decifrabile. Nell’Educene la conoscenza non può più essere immaginata come un patrimonio stabile custodito da istituzioni e trasmesso verticalmente da chi già sa a chi ancora ignora. Come si legge nell’introduzione «la conoscenza non è più un edificio stabile, ma un ecosistema in continua mutazione» (p. 29). 

Il merito maggiore del libro consiste forse nell’evitare tanto il tecnofobismo quanto l’entusiasmo acritico. L’intelligenza artificiale non è rappresentata come il nemico esterno destinato a spodestare l’essere umano, e neppure come uno strumento neutrale o come la soluzione automatica alle insufficienze dell’educazione contemporanea. Ma costituisce, piuttosto, una frattura epistemologica. 

In una prospettiva vicina alle riflessioni di Massimo Cacciari sulla tecnica, la macchina non è più soltanto un mezzo operativo a disposizione di un soggetto sovrano. L’intelligenza artificiale promette così una progressiva riduzione dell’incertezza: quanto più cresce la massa dei dati disponibili e aumenta la capacità di calcolarne relazioni e ricorrenze, tanto più sembra possibile circoscrivere l’imprevedibilità degli esiti futuri. Eppure è proprio questa promessa a esigere una vigilanza filosofica. È qui che acquista pieno significato il sottotitolo del volume, Una teoria dell’immaginazione. Per Monico l’immaginazione non è evasione, fantasia arbitraria o ornamento creativo. È una facoltà conoscitiva. Immaginare significa introdurre nel presente ciò che non è ancora dato, opponendosi alla semplice riproduzione. La questione diventa tanto più urgente nell’epoca delle IA generative, i cui modelli vengono addestrati sulle sterminate sedimentazioni testuali, iconiche e linguistiche del passato. A proposito Monico scrive: «La finzione è la forma di conoscenza» dell’umano (p. 348). La finzione non è dunque il contrario del vero; può diventare lo spazio nel quale il vero, non ancora pienamente visibile, comincia a manifestarsi. «Nell’Educene, educare significa dunque esercitare una visione trasformativa» (p. 348): trasformativa perché non lascia immutato né colui che apprende né colui che insegna, e perché non considera il sapere come un oggetto che possa passare intatto da una coscienza all’altra.

Per Monico l’immaginazione non è evasione, fantasia arbitraria o ornamento creativo. È una facoltà conoscitiva. Immaginare significa introdurre nel presente ciò che non è ancora dato, opponendosi alla semplice riproduzione

Il rapporto tra docente e studente diviene pertanto uno dei nuclei più intensi del volume. Il docente non è più il proprietario della conoscenza, ma il suo “custode critico”; lo studente non è un recipiente vuoto, bensì un interprete e un costruttore di significati. La relazione educativa potrebbe essere accostata alla celebre definizione rilkeana dell’amore come incontro tra due solitudini che si proteggono, si delimitano e si salutano reciprocamente. Rilke pensa un legame nel quale la prossimità non sopprime la distanza e la cura della persona amata coincide con la protezione della sua irriducibilità fino a diventare «guardiani l’uno della solitudine dell’altro». 

La solitudine dell’intellettuale non coincide allora con la chiusura. Schopenhauer associa la ricchezza interiore alla capacità di sostenere la solitudine, nella quale ciascuno viene ricondotto alle proprie risorse e il pensiero può sottrarsi all’immediata pressione dell’opinione comune. «La natura dell’intellettuale è legge a se stessa», frase di Richard Price molto cara a Schopenhauer. Ma, nella prospettiva che emerge da Monico, questa condizione deve farsi «solitudine ospitale», secondo l’espressione di Cacciari, e conservare una porta sempre socchiusa: la disponibilità a lasciarsi interrompere e determinare dalla presenza dell’interlocutore. Non isolamento, dunque, ma autonomia permeabile. Il rapporto educativo vive precisamente in questo fragile equilibrio tra separazione e apertura.

Con l’ingresso dell’intelligenza artificiale, tuttavia, la diade docente-studente si complica. Il libro ricorre allora al concetto di Trinamica, elaborato da Michelangelo Pistoletto e sintetizzato nella formula «1 + 1 = 3» (p. 31). Quando due realtà entrano in relazione, non si limitano a sommarsi: generano un terzo spazio, un significato che non appartiene interamente a nessuna delle due. In ambito educativo, l’umano e la macchina producono così una zona relazionale inedita. Il parallelismo con il “terzo analitico” del grande psicoanalista statunitense Thomas H. Ogden è particolarmente fecondo. Ogden definisce il terzo analitico come una soggettività intersoggettiva generata dalla dialettica tra terapeuta e paziente. Non è una semplice somma, né un soggetto autonomo: è un campo relazionale stracolmo di vitalità nel quale l’esperienza analitica prende forma e attraverso il quale entrambi i partecipanti vengono trasformati. Anche il “tre” di Pistoletto nomina ciò che emerge dall’incontro senza essere riducibile ai termini che lo hanno prodotto. La Trinamica dell’Educene può così essere letta come una teoria della relazione generativa: umano, macchina e mondo non sono unità isolate, ma polarità capaci di creare un ulteriore spazio di esperienza e di senso.

Quando due realtà entrano in relazione, non si limitano a sommarsi: generano un terzo spazio, un significato che non appartiene interamente a nessuna delle due

Questa proposta acquista particolare forza nel confronto con l’università contemporanea, che rischia paradossalmente di assomigliare a un algoritmo. Curricula standardizzati, indicatori, protocolli, graduatorie e sistemi di valutazione tendono a riprodurre modelli di successo già consolidati, ottimizzando il passato anziché generare il nuovo. Il volume oppone a tale fossilizzazione una scrittura volutamente mobile. Monico alterna ricordi personali, esperienze di insegnamento, incontri con artisti e intellettuali, meditazioni filosofiche, analisi della tecnologia e riflessioni sulla morte e sulla crisi ecologica. Questa struttura potrebbe apparire, a tratti, centrifuga; costituisce invece uno dei suoi principali elementi di originalità. «Questo libro è nato come un diario», dichiara l’autore, aggiungendo che «ogni pensiero nasce dal corpo» (p. 32). La forma diaristica non è dunque un semplice espediente narrativo, ma una postura intenzionale. 

La prefazione di Timothy Morton rafforza la direzione ecologica, mettendo in discussione la rigida opposizione tra natura e artificio. «Ogni intelligenza è artificiale», scrive Morton (p. 12). Il punto, dunque, non è che l’IA sia estranea al vivente, ma che essa renda automatica una determinata concezione dell’intelligenza. La macchina tende a offrire risposte coerenti e scorrevoli; l’essere umano, invece, esita, si interrompe, dubita e ritorna sul proprio dire. Ciò che appare come difetto o “glitch” diventa allora la traccia di un’intelligenza incarnata. «L’atomo fondante della riflessività è l’esitazione» (p. 16): un’affermazione che può essere assunta come una delle chiavi dell’intero volume. Nelle pagine finali, Monico lascia inoltre emergere una prospettiva vicina alla cosmo tecnica orientale. Nel pensiero cinese, la tecnologia appare iscritta nel destino umano, anziché come una forza esterna contrapposta al mondo. In questa direzione può essere richiamata anche la noosfera di Pierre Teilhard de Chardin, nella quale lo sviluppo degli strumenti e quello della coscienza partecipano a un medesimo processo di trasformazione planetaria.

A una tecnica capace di produrre risposte univoche, Monico oppone il valore della domanda; all’automazione del sapere, la forza dell’immaginazione; alla conoscenza ridotta a prestazione, la centralità del corpo, della relazione e dell’esperienza. Ne nasce un libro-in-divenire, un saggio necessario proprio perché vitale e avventuroso, capace di misurarsi direttamente con il nostro Innominabile Attuale (IA).

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