La condizione del lavoro in Italia è critica. È critica per il potere d'acquisto: secondo l'OCSE i salari reali del 2026 sono inferiori del 6,1% rispetto al 2021. È critica per la precarietà strutturale, tra part-time involontario, false partite IVA e contratti intermittenti non garantiti. È critica per l'emergere dei working poor: oltre 2,2 milioni di famiglie sono in povertà assoluta perché avere un impiego spesso non basta più. È critica perché è sempre più difficile trovare un senso al lavoro nella propria vita, e non solo per le nuove generazioni che per prime hanno posto la questione del "quitting". In questa rubrica, cheFare ospita alcune delle principali organizzazioni che in Italia negli ultimi anni hanno svolto ricerche e realizzato progetti sulle trasformazioni del lavoro: centri di ricerca, enti del terzo settore, organizzazioni per il mutualismo di base. Una serie di riflessioni su come cambia il lavoro nel mondo che cambia e su cosa possiamo per renderlo più giusto.
Durante la presentazione del volume Essere Ibridi¹ in questi mesi abbiamo incontrato diversi professionisti: medici, educatori, bibliotecari, insegnanti, artisti, urbanisti, psicologi, politici che ci hanno sottolineato da un lato il loro essersi ritrovati nella descrizione e definizione di professionista ibrida/o che nel volume proponiamo, dall'altro hanno messo in evidenza le difficoltà che tale assetto produce.
Il loro lavoro è caratterizzato da una postura che, guidata da una visione eco-sistemica-complessa, tende a favorire lo sviluppo di connessioni, condizioni, ambienti, servizi e pratiche transettoriali e transdisciplinari per la crescita e lo sviluppo di comunità, luoghi, competenze e servizi collaborativi e democratici. Si tratta di figure che coniugano un’approfondita conoscenza specialistica con un'attenzione e un dialogo continuo con gli altri ambiti, discipline e settori, cercando di ridurre e contrastare compartimentazioni e silos. Tale postura ha prodotto e produce ancora, più volte, l'essere percepiti e considerati come professionisti indefiniti e indefinibili, intrusi ed estranei, dilettanti e farfalloni, superficiali e non adeguatamente preparati.
Come si diceva un po' di tempo fa “ né carne né pesce!”
Sono numerosi gli episodi in cui molti si sono sentiti e/o fatti sentire inadeguati, come quando ci si sente chiedere: "ma qual è il tuo lavoro?" Oppure : "Quand'è che ti decidi a fare un lavoro vero?” E ancora quando per partecipare ad un bando, un concorso, un colloquio di lavoro si cerca di adeguare il proprio curriculum selezionando di volta in volta le caratteristiche più "idonee" alle richieste, eliminando, per timore che venga percepito come un disvalore, tutto ciò che ha a che fare con la molteplicità e le diversificazioni delle esperienze compiute. Non per ultimo, quando il nostro professionista ibrido/a si trova a ricercare un codice ATECO² che possa comprendere la sua tipologia di lavoro, e ad oggi non gli rimane che iscriversi con la voce “altro”.
Una postura che, guidata da una visione eco-sistemica-complessa, tende a favorire lo sviluppo di connessioni, condizioni, ambienti, servizi e pratiche transettoriali e transdisciplinari
Pur permanendo forti e numerose le questioni relative all'accreditamento e alla legittimazione di molti di questi operatori, in questi ultimi anni in settori economici, sociali, produttivi e tecnologici si è manifestata una maggiore attenzione al modo di lavorare che questi professionisti hanno elaborato. Alcuni esempi: due recenti articoli del Il Sole 24 Ore del 23 marzo 2026: “Il real estate è in trasformazione e cerca professionalità ibride” e bisogna "ripensare i percorsi formativi, integrando studio ed esperienza"³.
Maclean, presidente di Rics, organismo internazionale di riferimento per gli standard nel settore immobiliare, sostiene: “…non più soltanto tecnico o specialista di settore, ma un profilo ibrido, capace di muoversi tra competenze tecnologiche, sensibilità umanistiche e visione globale. E’ questa la nuova identità del professionista del real estate”…” non parliamo più solo di architetti o economisti: il settore è multidisciplinare e comprende valutazione, coerenza, sostenibilità, gestione, fino alla comprensione di comportamenti umani. Le competenze si ibridano e si moltiplicano: "quelle tecnologiche sono fondamentali, ma anche quelle umane, cioè giudizio, relazioni, capacità decisionale, faranno davvero la differenza"⁴.
Ludovico Diaz, CEO per l’Italia di Ntt Data (società giapponese controllata da Ntt, Nippon Telegraph and Telephone, uno dei più importanti attori globali nel settore delle comunicazioni e dei servizi tecnologici) dichiara "Veniamo da 20-30 anni in cui le aziende del nostro settore avevano come unico problema attrarre competenze Stem. Quello che osserviamo già da 6-7 anni è però un progressivo cambiamento. Non servono più soltanto competenze di carattere scientifico. Assumiamo filosofi, psicologi, sociologi, esperti in comunicazione. Dirò di più anche quando serve un profilo con competenze scientifiche non può essere giunto da buone conoscenze umanistiche di base"⁵.
Anche nel mondo universitario qualcosa si muove: la rettrice dell’Università Cattolica Sacro Cuore, Elena Beccalli, alla domanda "Parlate di transdisciplinarità. Di cosa si tratta?” Risponde: “Integrazione dei saperi…Un corso di laurea parallelo a quelli ordinari dove si fanno dialogare discipline diverse… Lo studente iscritto a matematica può affiancare il percorso ordinario con uno di integrazione dei saperi, conseguirà un secondo titolo di studio su tre grandi temi di volta in volta scelti da un comitato scientifico. Potrebbe essere intelligenza artificiale, democrazie e cambiamento climatico… Vogliamo rompere lo schema dell'eccessiva specializzazione che porta alla parcellizzazione del sapere"⁶.
Come mai si stanno manifestando tali attenzioni e richieste?
Ritengo che la motivazione principale risieda nell’avvenuta constatazione, a seguito di numerose esperienze e pratiche compiute, soprattutto nell’ultimo decennio, (non vi sono solo professionisti ibridi, ma anche servizi, luoghi, reti, centri di ricerca, università, dipartimenti ibridi) che una postura ibrida possa portare sia a leggere e comprendere più approfonditamente la connessione e l’interdipendenza tra fenomeni complessi della società odierna, sia alla creazione di percorsi e risposte più efficaci e innovative per la soluzione di criticità e sfide in diversi settori.
Non più soltanto tecnico o specialista di settore, ma un profilo ibrido, capace di muoversi tra competenze tecnologiche, sensibilità umanistiche e visione globale
Se si sostiene e si utilizza, come già sta avvenendo, il lavoro di composizione e ricomposizione di saperi, conoscenze, abilità, pratiche si è maggiormente in grado di produrre forme e strumenti più rispondenti sia all’azione sociale sia a quella produttiva-economica, ma è necessario che tali competenze siano adeguatamente riconosciute a livello normativo, occupazionale, retributivo e di selezione del personale in ambito pubblico e privato, altrimenti, come già sta avvenendo, si incrementano fenomeni di maggiore e ulteriore estrazione del valore che questi professionisti creano.
Come raccontiamo nel volume, non si tratta di creare una nuova professione, ma di riconoscere e attrezzarsi per formare figure professionali con questa forma mentis e postura.
Perché, (e questo è stato il dilemma che spesso abbiamo avuto nel nostro Paese nei confronti dell’emersione di nuove pratiche e strumenti professionali) se creiamo una nuova professione che operi in organizzazioni, luoghi, servizi, si rischia che l’attenzione al lavoro trasversale e transettoriale venga delegata a questo operatore invece di essere assunta e radicata nell’intera organizzazione. La questione, infatti richiede di ripensare proprio all’organizzazione del lavoro in modo funzionale al crescere e al consolidarsi di queste nuove competenze che richiedono tempi, cornici, modalità di conoscenze, scambi, collaborazioni non lasciate alla buona volontà o al caso, ma devono essere programmate, cadenzate, riconosciute, sostenute e valorizzate.
E’ necessario creare e diffondere una cultura, dei dispositivi e delle infrastrutture per favorire lo sviluppo e la diffusione di tale approccio tenendo ben presente che una tensione professionale che ricerca e favorisce costantemente legami, connessioni e approcci collaborativi è, soprattutto in questo periodo, controvento in quanto vi sono forti spinte e azioni che tendono a separare, disunire, dividere e creare diseguaglianze.
Note
¹ Francesco De Biase, Alma Gentinetta a cura di, Essere Ibridi-Professioni, luoghi e servizi, con i racconti di Erika Capasso, Guido Cavalli e Noemi Satta, Maria D’Ambrosio, Federica Forti, Elena Franco, Eleonora Gerbotto, Alessandra Rossi Ghiglione, Maurizio Grandi, Mara Loro, Gelsomina Macchitella e Davide Di Muri, Andrea Morniroli, Bertram Niessen, Renato Quaglia, Agostino Riitano, Vittorio Salmoni, Guido Saracco, Manuela Serra e Marco Chiantore. Edizioni Franco Angeli 2025.
² Classificazioni ISTAT delle attività economiche
³ Il Sole 24 ore lunedì 23 marzo 2026, n.81
⁴ Ibid.
⁵ Rita Querzè, “Formazione e lavoro, l’osservatorio di NTT Data. Contrordine, nella societa dell’AI servono laureati in lettere. Il Sole 24 Ore del 13-06-2026
⁶ "In un tempo fragile, servono figure di riferimento concrete per i giovani" Corriere della Sera, 15/4/2026