I social network sono diventati sempre di più un campo minato. Da una parte l'affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social prevalentemente luoghi dove le macchine parlano con sé stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. E delle organizzazioni, che si interrogano sia sulla dimensione etica che sull'efficacia e l'impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.
In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social.
C’è stato un momento, tra il 2020 e il 2021, in cui il digitale ha smesso di essere un’opzione, ed è diventato l’unica porta di accesso alla società. In quei giorni, le nostre giornate si svolgevano interamente su schermi: si lavorava, si parlava con amici e familiari, si partecipava a lezioni, incontri, compleanni – tutto mediato da un dispositivo. La pandemia ci ha costretti ad un regime di iperconnessione obbligata che ha lasciato un segno profondo in noi, anche ora che l’emergenza è finita. Da quel momento storico origina un bisogno che oggi molti avvertono con forza crescente: quello di disconnettersi.
La voglia di disconnessione digitale si presenta oggi come una reazione diffusa, articolata, raffazzonata, a volte impulsiva altre più riflessiva, ad una quotidianità ormai saturata dalla presenza della tecnologia. È il desiderio di staccarsi – per un’ora, per un giorno, per sempre – da quei dispositivi e quelle piattaforme che sembrano non lasciarci mai veramente soli. Che ci osservano, ci sorvegliano, ci profilano come consumatori, cittadini, esseri umani, con le nostre debolezze. “Ci ascoltano”, come dicono spesso i miei studenti e le mie studentesse, semplificando, con tono vagamente cospiratorio. La voglia di disconnettersi non è (più) solo una questione di benessere personale o di scelta: è anche, e sempre più, una questione sociale e politica.
Una “costellazione” di pratiche
La disconnessione non è un orizzonte assoluto, ma prende molte forme: c’è chi esce dai social, chi disattiva le notifiche, chi abbandona il flusso continuo delle news, chi impone orari e limiti all’utilizzo del proprio smartphone durante la giornata. Questa “costellazione” di pratiche risponde ad un’esigenza comune: sottrarsi, anche solo parzialmente, a quella dinamica che tende a occupare ogni spazio della nostra attenzione. Le ricerche sul tema sono disparate, ma convergono su dati abbastanza univoci: in media, controlliamo il nostro smartphone più di un centinaio di volte al giorno, per un totale di almeno quattro ore.¹ È un’abitudine che diventa tic, e a volte dipendenza. Confesso: sono scettico rispetto all’uso di questo termine. Poi leggo chi parla di ‘vibrazione fantasma’ (quando ci sembra che il nostro telefono abbia vibrato, ma non è così), chi ancora del disagio che si prova dimenticando (o perdendo) il telefono. Penso anche alla sociologa Sherry Turkle, che sostiene che ogni volta che controlliamo il telefono guadagniamo un picco di stimolazione simile a quello che otteniamo tirando la leva di una slot machine. Non sono necessariamente d’accordo, anche qui, ma accetto il punto: siamo diventati creature sociali connesse. Questa è la nostra impostazione predefinita, oggi. Con questo dobbiamo fare i conti.
La voglia di disconnettersi non è (più) solo una questione di benessere personale o di scelta: è anche, e sempre più, una questione sociale e politica
Oggi dentro questa connessione permanente c’è molta stanchezza. Lo dimostra il fenomeno del doomscrolling, per esempio – lo scorrere compulsivo di notizie negative – ed ancora nel crescente fenomeno della news avoidance – evitare sistematicamente le notizie: due facce della stessa medaglia, entrambi fenomeni esponenzialmente cresciuti durante la pandemia. Sempre più persone scelgono consapevolmente di non informarsi: non perché siano disinteressate, ma perché si sentono sopraffatte da questo flusso informativo continuo e ansiogeno. Anche queste sono forme di disconnessione: non totali ma selettive, difensive, e sempre più diffuse.
“Disconnection is futile”
Ma possiamo davvero disconnetterci? La studiosa danese Stine Lomborg ci invita a dubitarne: disconnettersi, scrive, è “futile”.² Non è inutile: semplicemente, ci possiamo provare ma alla fine, in sostanza, è impossibile farlo davvero. Disconnetterci è un orizzonte continuamente sfuggente: possiamo limitarci, sospendere il nostro account, rallentare: ma mai uscire del tutto. Come sostiene un’altra studiosa scandinava, Karin Fast,³ viviamo ormai in una condizione ‘post-digitale’: non si tratta più di accettare o rifiutare la tecnologia, ma di abitare criticamente la sua inevitabilità.
In questo senso, però, la disconnessione diventa una soluzione individuale ad un problema collettivo. Se tutto il peso del cambiamento viene scaricato sull’individuo – che deve imparare a starci dentro, disciplinarsi, talvolta dire no – il rischio è quello di rafforzare ulteriormente il sistema estrattivo da cui si vorrebbe fuggire. Possiamo prenderci una pausa, cercare un equilibrio, fare digital detox. Ma il peso sociale di questa gestione resta interamente su di noi. E quindi spesso si finisce per fare un esercizio contrario: disconnettersi al fine esplicito di riconnettersi al doppio dell’intensità. Lo sottolinea Melissa Gregg,⁴ secondo cui i programmi di digital detox non sono che strumenti di ottimizzazione della produttività. Ci si disconnette, in altre parole, per fare un favore al capitalismo – non alla nostra salute mentale.
Possiamo prenderci una pausa, cercare un equilibrio, fare digital detox. Ma il peso sociale di questa gestione resta interamente su di noi.
Così facendo però si finisce per occultare le logiche strutturali del problema. Non è (solo) l’utente che deve imparare a “usare meglio” la tecnologia, ma è la società nel suo farsi digitale che va complessivamente (ri)pensata, in modo che smetta di essere solo un grande contenitore di consumatori da profilare, di algoritmi da educare, di lavoratori da ottimizzare.
Il lavoro (che non finisce mai)
Il contesto del lavoro è forse l’ambito in cui questo paradosso della disconnessione si manifesta con più forza. L’ideologia della produttività, che prometteva efficienza grazie al digitale, ha generato invece un’iperconnessione continua. L’abbiamo visto anche questo in maniera limpida durante la pandemia, dove molti e molte di noi hanno scoperto il lavoro da remoto al prezzo di un’intrusione ulteriore del lavoro nelle nostre vite personali: rispondere ai messaggi di lavoro anche la sera, controllare le e-mail nel weekend, essere sempre raggiungibili. Il diritto alla disconnessione, riconosciuto legalmente in paesi come la Francia, cerca di porre un argine a queste pratiche. Ma anche qui, il confine è sempre più sottile. Il lavoro da remoto, esperienza centrale della pandemia, si è ormai istituzionalizzato mostrando tutta la sua ambivalenza. Per alcuni ha significato maggiore libertà organizzativa. Per altri è diventato un esercizio di superlavoro, talvolta autoimposto, facilitato proprio dagli strumenti digitali. In entrambi i casi, la soglia tra tempo produttivo e non produttivo si fa sempre più opaca. Non è un caso che anche qui si annidi una pratica di disconnessione che deriva da un sentimento di stanchezza: il “quiet quitting”, il ritiro silenzioso dall’impegno lavorativo oltre il minimo indispensabile, che da pratica di disconnessione tecnologica diventa esistenziale.
Disconnettersi, ma per cosa?
C’è una domanda di fondo che interroga il senso stesso del disconnettersi: da cosa, esattamente, vogliamo disconnetterci? Dai dispositivi? Dalle piattaforme? Dal lavoro? Dalla pressione sociale? Dall’informazione? O, più radicalmente, da un modello di vita estrattivo in cui tutto è filtrato, registrato, analizzato, monetizzato da uno strumento digitale?
Forse il valore più interessante della discussione che si è aperta sulla disconnessione digitale non sta tanto nel presunto raggiungimento di uno stato di disconnessione, quanto proprio nella comprensione della sua ambivalenza. Abbiamo bisogno di un immaginario sociale e politico che vada oltre il semplice disconnettersi. Che esca dalla logica binaria (buono / cattivo, innovazione / alienazione) che ha caratterizzato il dibattito sul digitale sin dagli albori. Che metta in discussione le condizioni di lavoro, la progettazione delle piattaforme, il modo in cui la nostra attenzione viene appropriata e diventa la “materia grezza” per il profitto di poche grandi aziende tecnologiche.
Non lasciamo che il desiderio di disconnessione diventi l’ennesimo dovere da compiere per dimostrarsi all’altezza della modernità, o l’ennesimo virtue signaling che ci fa sentire bene mentre fuori piove. Perché il problema non è solo quanto siamo connessi. Ma a che cosa, con chi, e soprattutto a quale costo.
Note
¹ https://fortune.com/well/2023/07/19/how-to-cut-back-screen-time/
² Lomborg, S. (2020). Disconnection is futile–Theorizing resistance and human flourishing in an age of datafication. European Journal of Communication, 35 (3), 301-305.
³ Fast, K. (2021). The disconnection turn: Three facets of disconnective work in post-digital capitalism. Convergence, 27(6), 1615-1630.
⁴ Gregg, M. (2018). Counterproductive: Time management in the knowledge economy. Duke University Press.