Hellwatt è il sintomo, non l’eccezione. Il live si concentra, si finanziarizza, si trasforma in infrastruttura urbana. E la politica culturale deve scegliere se limitarsi ad accompagnare questa corsa o costruire spazi, competenze, relazioni e nuove cittadinanze.
Hellwatt doveva essere il “Coachella italiano”, o almeno così era stato raccontato: grandi nomi, scala internazionale, immaginario globale, RCF Arena di Reggio Emilia come piattaforma per portare l’Italia dentro il circuito dei mega-eventi musicali. Poi qualcosa si è rotto, anzi molte cose si sono rotte insieme: l’intero festival — nel frattempo ribattezzato Pulse of Gaia — è stato cancellato dopo lo stop ai concerti di Kanye West e Travis Scott disposto dalla Prefettura per ragioni di ordine pubblico e sicurezza.
Restano i biglietti da rimborsare, una stagione saltata, un’arena costruita anche con risorse pubbliche — 1,7 milioni di euro su un investimento complessivo di 11,5 — e una gestione che oggi è oggetto di interrogazioni regionali. Hellwatt non è diventato un caso nonostante la sua ambizione da grande evento: è diventato un caso proprio perché quella promessa di grandezza si è scontrata con la realtà materiale dell’organizzazione, dei costi, dei permessi, della sicurezza e della sostenibilità politica di un’infrastruttura pensata per stare dentro il mercato dei grandi live.