Gli articoli 1 e 4 della Costituzione italiana fondano la Repubblica democratica sul lavoro. Lo fanno definendolo come diritto soggettivo e come azione contributiva alla crescita della società. Sono principi fondanti che pongono il lavoro al centro non solo di una vita buona, ma della qualità stessa della democrazia. Il lavoro, però, è anche un bisogno, infatti non si può separare ciò che il lavoro significa da ciò che il lavoro produce. Questa inseparabilità è il punto di partenza di ogni riflessione seria sulla qualità del lavoro cooperativo ed in particolare della cooperazione sociale. La persona è unita e non può tollerare la separazione fra senso e produzione: é il lavoro nella sua essenza risponde al bisogno di realizzazione della persona. Una domanda di realizzazione che non è comprimibile. Questo vale in tutti i contesti lavorativi, ma acquista una valenza del tutto peculiare nella cooperazione, dove il lavoro non produce soltanto funzioni, ma anche trasformazioni che coinvolgono tanto il soggetto quanto chi le produce ossia il lavoratore.
Il carattere del lavoratore
Marshall, noto economista inglese, aveva intuito quello che John Ruskin aveva formulato in termini ancora più netti: la massima ricompensa del lavoro non è quella che ci permette di guadagnare, ma quella che ci permette di diventare. Il lavoro non produce solo oggetti, produce soggetti.
Mounier lo diceva con altrettanta nettezza: lavorare è fare un uomo al tempo stesso di una cosa. Il tema del lavoro ha dunque a che fare con il tema dell’identità, non è possibile generare un’identità d’impresa biodiversa se non si risignifica il lavoro come elemento trasformativo della persona e della realtà su cui questa agisce. Il primo beneficiario del lavoro è il soggetto che lavora: in ciò che fa deve emergere una esperienza concreta del significato. Senza soggetto non c’è qualità del lavoro, ma solo qualità della prestazione.
Il basso valore riconosciuto al lavoro di cura affonda le sue radici in un equivoco di fondo: abbiamo smesso di avere cura del lavoro, perché ci siamo arresi all’idea di doverne solo “rendere conto”. Chiedere a qualcuno di rendicontare un’esperienza di cura è come chiedere a un figlio di giustificare un’amicizia con degli scontrini dinuna serata in pizzeria. Il prezzo non coincide con il costo ed il costo non esaurisce il valore. L’impatto sociale e l’urgenza della valutazione rispondono a questa necessità: la cooperazione sociale deve trovare, insieme a chi beneficia della sua azione, una misura del valore che non sia quella imposta da chi eroga i finanziamenti. Diversamente, continueremo a valorizzare il lavoro sociale in ore e in output, lasciando che siano le metriche dei committenti a definire ciò che conta. Il riconoscimento non può essere solo retorico, ma deve tradursi in diversità e maggiori risorse nel procurement pubblico e in modello di relazione paritetico nei confronti del mondo for-profit.