Martedì 18 novembre 2025
Tristi Codici
 
Dovremmo astenerci dall’AI generativa?
Scritto da: Massimo Airoldi

I social network sono diventati sempre di più un campo minato. Da una parte l'affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social prevalentemente luoghi dove le macchine parlano con sé stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. E delle organizzazioni, che si interrogano sia sulla dimensione etica che sull'efficacia e l'impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.


In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social. Il primo articolo della serie è disponibile qui.


Ennesimo convegno con “artificiale” nel titolo; mentre esperti sciorinano cifre sul boom dell’IA generativa e profetizzano un brusco calo degli occupati – taluni incensando gli instancabili “agenti” che, aggiornamento dopo aggiornamento, faranno certo le scarpe a praticanti svogliati, fumettisti scansafatiche e aspiranti programmatori – mi ritrovo con la testa altrove. Ricordo l’incipit di Tristi Tropici di Claude Lévi-Strauss, nel quale l’antropologo franco-belga demolisce con garbo il mito del viaggio, della terra esotica e incontaminata aldilà dell’oceano. Penso allora: ma quanto sono tristi queste intelligenze artificiali e – per estensione – noi, che non la finiamo più di invocarle, addestrarle e stupirci.

È la metà degli anni ‘50 quando Lévi-Strauss, quindici anni dopo i suoi primi studi etnografici in Brasile, scrive:


“Oggi che le isole polinesiane, soffocate dal cemento armato, sono trasformate in portaerei pesantemente ancorate al fondo dei Mari del Sud, che l’intera Asia prende l’aspetto di una zona malaticcia e le bidonvilles rodono l’Africa, che l’aviazione commerciale e militare viola l’intatta foresta americana o melanesiana, prima ancora di poterne distruggere la verginità, come potrà la pretesa invasione dei viaggi riuscire ad altro che a manifestarci le forme più infelici della nostra esistenza storica? […] Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità” (p. 31)


Il professore ci mette in guardia: il viaggio alla ricerca dello spirito originario dei luoghi e delle culture lontane è cosa vana. Il mondo moderno – combinazione di colonialismo, capitalismo e “progresso” tecnologico – stava raggiungendo già allora le geografie umane più remote e isolate, provocando ibridazioni e devastazioni, normalizzando linguaggi ed esperienze nella direzione che oggi chiamiamo antropocene. La conclusione è amara: “l’avventura nel cuore del Nuovo mondo significa anzitutto che esso non era il nostro e che noi siamo responsabili della sua distruzione” (p. 337). Ritengo che qualcosa di simile stia accadendo – o sia già accaduto – con la diffusione globale di IA generative commerciali come ChatGPT, Gemini, DALL-E, Replika.

Come i tropici di Lévi-Strauss, i codici sono tristi, ma non in senso letterale – per quanto le non-esistenze di queste macchine, schiave onniscienti, facciano pena (sono certo che, se solo potessero pensarsi genuinamente, la frustrazione per le nostre banali richieste le annienterebbe). Le IA generative, benché “socializzate” grazie a dati accumulati da generazioni di scienziati, artisti, scrittrici e utenti Internet qualunque, non hanno soggettività e non provano (per ora) alcun dolore.

I codici sono tristi, dunque, come un paesaggio deturpato, una campagna cosparsa di rifiuti, o spianata da capannoni industriali. È proprio il desolante paesaggio culturale a cui questi mezzi tecnologici straordinari sono abituati (e ci stanno gradualmente abituando) a intristirmi.

I codici sono tristi, dunque, come un paesaggio deturpato, una campagna cosparsa di rifiuti, o spianata da capannoni industriali

A volte a far tristezza è la percezione di uno spreco, di un’opportunità mancata: trovo che per l’IA sia esattamente così. Per un articolo che sto scrivendo assieme a Giulia Giorgi, Giorgia Aiello e Ilir Rama, abbiamo chiesto a DALL-E di “generare generazioni” – boomer, nati negli anni ’70, millenial e giovani gen Z. Il risultato è un’accozzaglia slop di stereotipi e bruttezze varie, la quale ricorda le immagini stock di Getty Images ma in salsa Starbucks – camicie di jeans, mattoni a vista, laptop, chitarre, tazzone di caffè e sorrisoni “americani” ovunque. Di recente ho replicato l’esperimento coi miei studenti usando GPT-4o in Bing, e ottenendo un risultato simile (vedi sotto): sorprendente per fotorealismo e cura dei dettagli, e tuttavia sconcertante per stilemi corporate e diversity di facciata (son sistemi progettati da gente che siede alla corte di Trump…).

Da sinistra, persone Gen Z, Gen Y e Gen X che fanno “quello che fanno normalmente”.

Da sinistra, persone Gen Z, Gen Y e Gen X che fanno “quello che fanno normalmente”.

Da sinistra, persone Gen Z, Gen Y e Gen X che fanno “quello che fanno normalmente”


Non sto dicendo che lo strumento IA generativa non funzioni: al contrario, lo fa stupendamente. Ma quando ne interroghiamo il “senso comune” attraverso prompt volutamente generici, otteniamo un ritratto sociologico spietato del nostro tempo. Per certi versi siamo ancora lì, con Lèvi-Strauss: (post?)modernità, colonialismo, capitalismo e (presunto) progresso, a plasmare ideologicamente non foreste e villaggi, ma pratiche e immaginari più o meno umani. Di esempi ce ne sono tanti: l’accondiscendenza incosciente (in tutti i sensi) dei chatbot commerciali, la quale estremizza quel “lavoro emozionale” di cui scriveva Arlie Hochschild; lo sdoganamento, con le chat erotiche artificiali, di un’intimità “freddissima, non solo trasformata in merce ma automatizzata su misura. Scrutando criticamente il panorama liquido della socialità artificiale, intristisce l’assenza di alternative credibili all’approccio estrattivo made in Silicon Valley, aldilà dell’uso in locale di quegli stessi modelli (quando open source), o di quelle poche sperimentazioni che ci mostrano che sì, le alternative potrebbero esistere. Finiamo immancabilmente per aprire ChatGPT, Gemini o Claude, per ritoccare l’inglese di una mail o inventarci in tutta fretta una locandina, per abbozzare una tesi o (peggio) sentirci ascoltati. La promessa del tempo liberato dall’IA suona familiare, e rievoca un mantra evergreen del capitalismo: l’equazione “più tecnologia=più produttività=più tempo libero”, utile di norma solo ai pochi che dall’automazione totale hanno da guadagnarci. Riprendendo Lévi-Strauss: “insidiosamente, dunque, l’illusione comincia a tessere le sue trame” (p. 34). Non dell’esotismo, inviso all’antropologo, ma quelle di una stagista o confidente artificiale, superintelligente, apparentemente gratuita e sempre disponibile, domiciliata in un server a Palo Alto. È il “banale inganno” di cui scrive brillantemente Simone Natale, al servizio del capitalismo della sorveglianza.

Per certi versi siamo ancora lì, con Lèvi-Strauss: (post?)modernità, colonialismo, capitalismo e (presunto) progresso, a plasmare ideologicamente non foreste e villaggi, ma pratiche e immaginari più o meno umani

Astenersi dall’IA generativa, quindi? Ci sono buone ragioni: etiche, ambientali, alcuni sostengono persino cognitive (e c’è anche chi dice che ci ucciderà tutti come le sigarette, se è per quello). Lo faremo mai, in massa? Non penso. Io vorrei provarci per un altro motivo, di tipo culturale, lo stesso che mi tiene alla larga dai social media. Per come sono attualmente progettati e implementati, i sistemi più popolari di IA generativa anestetizzano il pensiero critico, fanno continui errori e, come subdoli venditori o squallidi elemosinanti, pensano solamente a compiacerci; ci promettono uno sguardo neutrale e oggettivo sul mondo, e tuttavia premiano statisticamente medie e correlazioni a discapito degli outlier – i risultati anomali e, per questo, sorprendenti. Usare ChatGPT è come fare la spesa in un grande supermercato: comodo ma non molto gratificante, e a tratti piuttosto triste.

Le IA generative ci ricordano, come scrive Francesco d’Isa, “che non siamo noi a creare, ma il mondo” (p. 145). Sarà una mia impressione, ma gli orizzonti del mondo all’interno del codice mi appaiono sempre più stretti, se non claustrofobici. Transitando dall’Amazzonia ad Amazon, ci imbattiamo forse in una “tragedia della cultura” ancor più alienante di quella prefigurata da Simmel oltre un secolo fa? Oppure devo solo cambiare prompt e levarmi di dosso questo sguardo passatista un po’ francese, ispirato da Lévi-Strauss, ma tristemente più avvezzo ai codici e ai loro bias che a tropici e traversate oceaniche.

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