I social network sono diventati sempre più un campo minato. Da una parte, l’affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social luoghi dove le macchine parlano con se stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli soprattutto, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. Ma anche delle organizzazioni, che si interrogano sulla dimensione etica, sull’efficacia e sull’impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.
In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social. Il primo articolo della serie è disponibile qui, il secondo qui e il terzo qui.
Con il termine slop si indica la massa di contenuti digitali prodotti in modo rapido e automatico, soprattutto tramite intelligenza artificiale, che riempiono il web senza aggiungere valore. Il termine viene usato per descrivere testi, immagini e informazioni ripetitive, superficiali, facilmente consumabili e altrettanto facilmente dimenticabili. Il termine Slop non indica solo la bassa qualità, ma un modo di produrre cultura in cui conta riempire spazi, presidiare flussi, mantenere attenzione, più che costruire senso.
Secondo deepseek, il più recente generatore di slop cinese, il significato del termine “slop” cambiò nell’inglese durante il 1700. Dall’indicare genericamente qualcosa di fangoso, bagnato e sporco, slop acquistò una serie di significati precisi: vestiti prodotti in serie (slop shops), cibo di scarsa qualità (prison slop) o scrittura poco raffinata (a sloppy argument). È significativo che questa trasformazione coincise con l'emergere della manifattura (e il diffondersi dei tessuti in cotone), la commercializzazione dell’agricoltura e i primi passi verso le industrie culturali moderne. Infatti, molto prima che critrici culturali come Max Read o Cory Doctorow risuscitassero il termine per riflettere su quei video banali e spesso fake generati dall'IA che riempiono i nostri feed, “slop”, nell’uso comune, era arrivato a esprimere la natura blanda e generica delle merci che cominciarono a figurare nella vita anche delle classi popolari (almeno in Inghilterra e nei Paesi Bassi).
Slopitudine
È argomento ormai conosciuto (e forse un po’ sloppy) della teoria critica che le merci siano prive delle qualità singolari che contraddistinguono l'esperienza umana autentica – ciò che Walter Benjamin chiamava “aura”. Allo stesso tempo, generazioni di studiosi della cultura dei consumi hanno mostrato come anche le merci più generiche possono dare vita a comunità che attribuiscono loro significato e valore. Allora come si spiega la prevalenza dello slop nella cultura contemporanea?
La risposta forse sta nel fatto che la stessa formazione dei gusti e dei desideri umani – ciò che il femminismo marxista chiamava lavoro di riproduzione – è stata in parte automatizzata in quella che Massimo Airoldi definisce una machine habitus: una ristrutturazione algoritmica delle preferenze e delle scelte. Automatizzando la creazione di significato, la cultura algoritmica ha sottoposto la formazione di desideri alla stessa logica della produzione delle merci: una logica di similarità e ripetizione, invece che di singolarità e Geworfenheit heideggeriana. Ma non è così semplice. I poteri degli algoritmi e dell’AI si basano su grandi quantità di lavoro umano, per lo più invisibile. L'AI e l'economia dell'attenzione non sostituiscono tanto la creazione di significato con slop automatizzato, quanto riorganizzano la socialità online in una slopitudine che lo produce.
Automatizzando la creazione di significato, la cultura algoritmica ha sottoposto la formazione di desideri alla stessa logica della produzione delle merci: una logica di similarità e ripetizione
La genealogia dello “slop” contemporaneo parte dalla moltitudine dinamica e creativa emersa alla fine degli anni '60. Movimenti operai, studenteschi e femministe usarono la nuova cultura di massa per sperimentare con nuove identità e stili di vita. Presto questa nuova effervescenza arrivò all’attenzione del marketing. La conseguente “conquista del cool” cambiò il modo in cui veniva attribuito valore alle merci. Le merci non furono più principalmente vendute come risposte a una serie di bisogni standardizzati (i “beni di cittadinanza” di cui parlò Francesco Alberoni negli anni ’60), ma come degli oggetti capaci di comunicare uno stile di vita, una presa di posizione o una soggettività – come brands dotati di valori di segno, che acquisirono il loro valore tramite la capacità di circolare e accumulare attenzione. Questa nuova cultura della circolazione iniziò a influenzare anche le industrie mediali. Da MTV in poi, osserviamo un'intensificazione dell'economia dell'attenzione e un ciclo accelerato di produzione/consumo di contenuti, stili, beni. Si pensi all'esplosione della fast fashion negli anni 2010, o ai mercati dei prodotti contraffatti che adesso riempiono i vicoli di Napoli e Istanbul, così come ai feed di Tiktok. Queste economie sono oggi sempre di più interconnesse con culture digitali promozionali che ne abilitano la circolazione e permettono guadagni marginali a una moltitudine di soggetti come micro-influencer, dropshipper e livestreamer.
Sloponomics
Il fattore decisivo dietro l'esplosione post-Covid dello slop online è la sua integrazione con le culture partecipative digitali. In particolare, piattaforme come TikTok hanno favorito l'integrazione di esperienze quotidiane popolari in un'economia dell'attenzione basata sulla circolazione di meme e merci, promuovendo una logica di mimesi e ripetizione. Partecipare a questa slop-economy attraverso hustle digitali è diventata una pratica diffusa, specialmente tra i nuovi strati neo-plebei esclusi dall'impiego formale. I più abili sfruttano la circolazione dello slop in operazioni complesse cavalcando meme stock, NFT, $TRUMP e schemi pump-and-dump, operando in una modalità post-ironica, abbracciando il flusso della cultura automatizzata, ed opportunistica, dove, – come per la plebe settecentesca di E.P. Thompson – conta il guadagno e l’opportunità del momento, più che la pianificazione o la razionalità a lungo termine.
Slopocene
Lo slop è un elemento centrale in quello che Jason Moore chiama Capitalocene, esprimendo la fondamentale caratteristica deterritorializzante della forma-merce capitalistica: la capacità di sradicare persone e cose dalle loro origini, ricombinarle e generare entità senza particolari qualità se non la capacità di circolare. Pensiamo alle piantagioni caraibiche che combinavano lavoro schiavizzato importato dall’Africa, piante di zucchero dall’Egitto e guano peruviano per creare una sostanza fondamentalmente generica, lo zucchero – che va ad arricchire svariati prodotti di massa moderni, dalla marmellata e dal rhum che prendono una parte centrale nelle nuove diete proletari inglesi dell'ottocento, passando per caramelle e dolci necessari per godersi gli zuccherati prodotti della cultura di massa novecentesca, fino ai Quattro Salti in Padella che nutrono i lavoratori precari nei giorni nostri, rendendo questi prodotti conservabili, digeribili e minimamente apprezzabili.
In questo senso, lo “slop" esprime l'essenza dell'esperienza moderna: la sostituzione con cibo, vestiario, contenuti e argomenti insipidi, generici e standardizzati alla “filosofia spontanea” delle masse, che hanno origine in tradizioni secolari. Lo slop esprime invece l'essenza della forma-merce: la sua vera materialità che si rivela una volta tolte le sue distinzioni feticistiche. Lo vediamo nel film The Passengers, quando la giovane coppia che si è svegliata in anticipo sull'astronave, riesce a hackerare i distributori automatici di cibo per riceverne solo una informe poltiglia grigia, nutriente ma priva delle caratteristiche distintive che vengono con le varie formule pasto a prezzi differenti.
Lo slop esprime la fondamentale caratteristica deterritorializzante della forma-merce capitalistica: la capacità di sradicare persone e cose dalle loro origini, ricombinarle e generare entità senza particolari qualità
se non la capacità di circolare
Lo storico economico Giovanni Arrighi, profetizzò che l’“internalizzazione della riproduzione”, la trasformazione del lavoro di produzione della vita da parte degli umani e dei non umani, fosse la grande sfida per il futuro del capitalismo (anche in una versione post-). Il capitalismo delle piattaforme tenta di risolvere il problema dell'internalizzazione della riproduzione, posizionandoci come co-produttori di slop in uno sforzo continuo per ottimizzare attenzione e circolazione. Il risultato è uno spreco sbalorditivo. Questa automazione della riproduzione coinvolge, piuttosto che sostituire, le persone, ma il godimento che ne traggono è minimo, una forma di “brain rot”.
Le soggettività in modalità slop sono una risposta prevedibile all'impasse culturale creata dalla lenta cancellazione del futuro. È possibile che lo slop segni un punto di crisi. Ma allo stesso tempo, possiamo discernere il sollievo affettivo che deriva dall'avvolgerci nello slop – e rinunciare al significato – come modalità di riparo in un mondo caotico, surriscaldato e precario. Per generazioni che vivono un esaurimento culturale, lo slop è ciò che si mangia quando si è stanchi e non si vuole pensare. In questo senso, le soggettività slop incarnano anche una forma post-digitale di esaurimento. Lo slogan controculturale “turn on, tune in, drop out” viene riavviato per l'era dello slop come “no thoughts, just vibes, then rot”.