I social network sono diventati sempre più un campo minato. Da una parte, l’affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social luoghi dove le macchine parlano con se stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli soprattutto, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. Ma anche delle organizzazioni, che si interrogano sulla dimensione etica, sull’efficacia e sull’impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.
In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social. Il primo articolo della seria è disponibile qui, il secondo qui, il terzo qui e il quarto qui.
Nella quinta stagione della serie tv statunitense Orange Is the New Black prodotta da Netflix, le detenute prendono il controllo del penitenziario femminile federale di Litchfield durante una rivolta. Dopo aver recuperato alcuni smartphone nascosti nelle celle e aver navigato sui social media, una delle recluse chiede all’altra: “Perché le guardie non ce li fanno mai usare?”. La compagna prontamente replica: “Perché friggono il cervello!”. In questo scambio surreale, la disconnessione imposta dall’alto viene presentata come la pratica più efficace per limitare gli effetti negativi che derivano dall’utilizzo dei media digitali. Tecnologie, che sempre più spesso, sono considerate la causa ultima di molti dei problemi della nostra contemporaneità: dai disturbi cognitivi e dall’isolamento sociale della Gen Z, alla frammentazione, manipolazione e sorveglianza della sfera pubblica e politica, passando per l’estrazione di valore finanziario dalle attività degli utenti, fino agli impatti ambientali legati al crescente consumo energetico.
Nel tempo, la disconnessione digitale ha assunto forme e significati molteplici, evolvendo da azioni radicali di abbandono a strategie modulari. Possiamo concettualizzarla come un insieme di pratiche sociali volte alla rinuncia intenzionale alla connessione a specifiche tecnologie digitali, che può essere temporanea o definitiva, generalizzata o selettiva, occasionale o periodica e con durate variabili (Aroldi, Pasquali e Scifo, 2025). La volontà di disconnettersi nasce dal senso di frustrazione generato dall’utilizzo delle piattaforme digitali esperite come ambienti tossici e pericolosi. Ma stiamo davvero vivendo un loro deterioramento?
Nel tempo, la disconnessione digitale ha assunto forme e significati molteplici, evolvendo da azioni radicali di abbandono a strategie modulari
Il giornalista e scrittore Cory Doctorow (2025) non ha dubbi. Siamo in quella che lui definisce l’era dell’enshittification: un decadimento progressivo degli ecosistemi digitali dovuto all’intensificarsi delle logiche estrattive tipiche del capitalismo di piattaforma. Questo processo trova una declinazione sul piano infrastrutturale in quello che viene identificato come TikTokification dei social media (Gerbaudo, 2024). Le piattaforme di social media di prima generazione integrano affordance e modelli di distribuzione algoritmica tipici di TikTok producendo flussi di ‘contenuti senza contesto’ (Bhandari & Bimo, 2022), ovvero post che sono sganciati dalle relazioni sociali, dalle traiettorie identitarie e dalle condizioni di produzione che li generano. Un altro esempio di enshittification riguarda il recente annuncio di OpenAI di voler introdurre la pubblicità su ChatGPT per reperire nuove entrate finanziarie finalizzate a sostenere la competizione con i rivali Google e Anthropic (Hammond & Criddle, 2026). A questo si aggiunge un peggioramento di tipo culturale. I social media subiscono una saturazione crescente di contenuti di bassa qualità prodotti in modo massivo dall’AI. Questo fenomeno, conosciuto come AI slop, ha effetti sul piano emotivo, psicologico e relazionale degli utenti che sono esposti in modo crescente a contenuti no-sense. È proprio per descrivere gli effetti negativi che nasce il termine brain rot (letteralmente marciume celebrale). La Oxford University Press l’ha definito termine dell’anno 2024 come il deterioramento dello stato mentale di una persona in conseguenza al consumo eccessivo di contenuti online considerati banali o poco stimolanti (Oxford University Pres, 2024). I video dei personaggi dell’italian brain rot come Tralalero Tralalà, Bombardiro Crocodilo e Cappuccina Ballerina che mettono in scena contenuti memetici caratterizzati da violenza e linguaggio esplicito, ne rappresentano un caso ampiamente diffuso anche tra i bambini. Questo scenario alimenta una visione da capitalismo realista (Fisher, 2009) sul futuro dei social media e delle piattaforme digitali. La percezione è che abbiano tradito l’intento originario di essere spazi ispirati all’ideale habermasiano di sfera pubblica per diventare luoghi di promozione di interessi commerciali e amplificazione di teorie cospirazioniste e disinformazione. Immersi in questo scenario, siamo quindi tutti pervasi dalla voglia di una qualche forma di ritiro dal mondo digitale?
I social media subiscono una saturazione crescente di contenuti di bassa qualità prodotti in modo massivo dall’AI. Questo fenomeno, conosciuto come AI slop, ha effetti sul piano emotivo, psicologico e relazionale degli utenti che sono esposti in modo crescente a contenuti no-sense
Secondo Payal Arora (2019) la visione delle tecnologie digitali è, invece, significativamente diversa nel Global South. L’antropologa digitale descrive i Next Billion Users (termine utilizzato già da Google nel 2015) come gli utenti appartenenti a contesti poveri e caratterizzati da un accesso all’online principalmente mobile che non vedono nelle tecnologie digitali strumenti di sorveglianza e alienazione ma risorse per la mobilità sociale. Le pratiche di utilizzo si caratterizzano per ciò che la sociologa Julia Ticona (2022) ha definito digital hustling: un uso combinato di diverse piattaforme che va dai social media di seconda generazione, soprattutto TikTok, passando per piattaforme di instant messaging come Telegram e WhatsApp, fino alle piattaforme di e-commerce come Temu e Alibaba. Forme di svago e auto-rappresentazione si intrecciano alle attività degli street-level entrepreneurs che sono radicate nei codici culturali e negli orientamenti socio-economici tipici della bazar economy. Scorrendo il feed di TikTok o durante le Live notturne troviamo piccoli retailers di quartiere che vendono prodotti per la casa o gadget tecnologici, venditori ambulanti di calzini, casalinghe che sponsorizzano articoli in drop-shipping e giovani studenti che rivendono abiti usati dalle proprie camerette. Questa micro-imprenditorialità si muove in una zona grigia tra economia formale e informale, si fonda sulla piattaformizzazione della famiglia come unità produttiva e su forme di jugaad innovation (Zhang, 2023). Il rapporto con le tecnologie digitali si caratterizza per una algorithmic pragmatic rationality (Felaco & Luise, forthcoming): una modalità di interazione situata ed esperienziale orientata alla sopravvivenza economica piuttosto che alla massimizzazione della visibilità. L’aspirazione non è diventare influencer o startupper di successo ma aumentare concretamente il numero di potenziali clienti. Attraverso contenuti ironici e volutamente eccessivi rendono, inoltre, visibili le condizioni materiali della loro vita. L’insieme di questi flussi informativi costituisce quella che possiamo definire una proletarian public sphere (Nayanjyoti, 2020) a cui partecipano non solo soggetti economici ma anche gruppi marginalizzati a lungo esclusi dalle logiche e dalle estetiche brandizzate dell’Instafame: dai senza fissa dimora della stazione centrale di Milano, alle sex workers di Castel Volturno, fino ai braccianti irregolari in Puglia. I contenuti prodotti da questi attori sociali, caratterizzati da creatività vernacolare, estetiche amatoriali e linguaggi dialettali, contribuiscono a ridurre la distanza tra produzione culturale e vita quotidiana restituendo loro dignità (Burgess, 2006). Tuttavia, questi contenuti appaiono ad uno sguardo elitario di una parte di utenti della rete come una declinazione dell’ugly Internet (Douglas, 2014). Motivo che alimenta il loro desiderio di una via di uscita dagli ambienti digitali. Ma, allora, chi può realmente disconnettersi?
I contenuti prodotti da questi attori sociali, caratterizzati da creatività vernacolare, estetiche amatoriali e linguaggi dialettali, contribuiscono a ridurre la distanza tra produzione culturale e vita quotidiana restituendo loro dignità
Non certo noi accademici, che pur essendo consapevoli delle logiche estrattive delle piattaforme, le utilizziamo in ottica di self-branding per legittimare la nostra autorevolezza e credibilità (Fleming, 2021). Neppure i nomadi digitali, spesso presentati come l’orizzonte desiderabile del lavoro cognitivo. Il loro obiettivo è ridurre le ore di lavoro per dedicarsi ad attività di leisure come il surf o gli yoga retreat in luoghi esotici. Tuttavia, molti finiscono intrappolati in pratiche di self-discipline digitalmente mediate fatte di app di produttività e metriche di performance (Cook, 2020). Non possono farlo i contadini neo-rurali che nonostante il ‘ritorno alla terra’ ricorrono all’uso delle piattaforme per vendere i propri prodotti autentici ai knowledge worker urbani (Orria & Luise, 2017). Non possono farlo nemmeno i migranti e i richiedenti asilo per i quali la connessione rappresenta una necessità vitale per mantenere legami affettivi e accedere a informazioni essenziali nei percorsi di accoglienza (Cascone & Bonini, 2025).
La disconnessione digitale non si configura, quindi, come una pratica emancipatoria ma come un’azione individualizzata e diseguale che dipende dalle risorse economiche, culturali e relazionali di cui dispongono gli utenti o specifici gruppi sociali. Non interviene sulle cause strutturali del peggioramento dell’ecosistema digitale ma agisce sui suoi sintomi come il sovraccarico cognitivo. In questo senso, richiama una razionalità non lontana da quella soluzionista (Nachtwey & Seidl, 2024): gli effetti negativi sono riconvertiti in nuove opportunità di business come servizi di digital detox, percorsi di coaching e mindfulness e strumenti di auto-monitoraggio dell’attenzione. In questo modo la disconnessione viene inglobata e neutralizzata dalle logiche del capitalismo digitale perdendo il potenziale critico di cambiamento socio-politico (Natale & Treré, 2020).
Questo rispecchia il modo in cui la società digitale si è sviluppata, ovvero come un tentativo di assorbire e rielaborare una crisi della riproduzione materiale, sociale e simbolica prodotta dal capitalismo contemporaneo. Le big tech hanno cercato di espandere i propri profitti offrendo soluzioni tecnologiche a problemi già esistenti. Le piattaforme digitali, quindi, non sono la causa ma i mezzi storicamente situati attraverso cui la Silicon Valley governa e segmenta tramite i dati un tessuto sociale di individui atomizzati. In questa prospettiva, la trasformazione digitale assume i tratti di una rivoluzione passiva in senso gramsciano: un processo di cambiamento promosso dall’alto che riorganizza la società senza produrre una reale partecipazione popolare. Gramsci mutua questo concetto dallo storico Vincenzo Cuoco che descrisse la rivoluzione napoletana del 1799 come una rivoluzione senza popolo (Di Meo, 2014).
La disconnessione digitale non si configura, quindi, come una pratica emancipatoria ma come un’azione individualizzata e diseguale che dipende dalle risorse economiche, culturali e relazionali di cui dispongono gli utenti o specifici gruppi sociali
La disconnessione, intesa come forma di protesta dal basso o come stile di vita, tende a prendere in considerazione comunità ristrette e socialmente omogenee di individui. Una caratteristica condivisa da molte utopie antagoniste al capitalismo digitale. In questo senso, una politica realmente alternativa del digitale non può limitarsi a iniziative individualizzanti e prevalentemente reattive. È necessaria, invece, la capacità di far dialogare attori sociali diversi entro un orizzonte comune, così da ottenere il consenso popolare indispensabile affinché una trasformazione radicale possa effettivamente affermarsi. Qualsiasi nuova prospettiva, oltre ad operare sul piano dell’immaginario, dovrà affrontare anche due sfide materiali. La prima riguarda l’inclusione dei membri della proletarian public sphere nei progetti di trasformazione del capitalismo digitale al fine di contribuire alla costruzione di un nuovo blocco sociale realmente antagonista a quello della Silicon Valley. La seconda consiste nel promuovere una prosperità condivisa in cui il valore sociale prodotto dagli utenti non venga catturato in modo asimmetrico dalle big tech ma contribuisca alla sostenibilità materiale e relazionale della vita comune (Arvidsson & Luise, 2025). Non si tratta, quindi, di immaginare e praticare la disconnessione digitale come possibile via di fuga o azione di resistenza ma di connettere lotte e costruire alleanze per una trasformazione del digitale radicata nei bisogni e nelle contraddizioni della vita sociale.
Bibliografia
Aroldi, P., Pasquali, F., & Scifo, B. (2025). Disconnessione digitale. In G. Balbi, F. Comunello, F. Pasquali, & M. Sorice (Eds.), Studiare i media. Prospettive disciplinari e parole chiave (pp. 193–200). Roma: Carocci.
Arora, P. (2019). The next billion users: Digital life beyond the West. Cambridge: Harvard University Press.
Arvidsson, A., & Luise, V. (2025). Antropocene digitale: Rischiare insieme sulle soglie del futuro. Milano: UTET
Bhandari, A., & Bimo, S. (2022). Why’s everyone on TikTok now? The algorithmized self and the future of self-making on social media. Social media+ society, 8(1), 1-11.
Burgess, J. (2006). Hearing ordinary voices: Cultural studies, vernacular creativity and digital storytelling. Continuum: Journal of Media & Cultural Studies, 20(2), 201–214.
Cascone, M., & Bonini, T. (2025). ‘Disconnecting from my smartphone is a privilege I do not have’: Mobile connection and disconnection practices among migrants and asylum seekers in three migrant reception centres of Sicily. New Media & Society. Advance online publication. https://doi.org/10.1177/ 14614448241249371
Cook, D. (2020). The freedom trap: digital nomads and the use of disciplining practices to manage work/leisure boundaries. Information Technology & Tourism, 22(3), 355-390.
Di Meo, A. (2014). La ‘rivoluzione passiva’da Cuoco a Gramsci: appunti per un’interpretazione. Filosofia italiana, 11(2), 1-32.
Doctorow, C. (2025). Enshittification: Why everything suddenly got worse and what to do about it. London: Verso Books.
Douglas, N. (2014). It’s supposed to look like shit: The Internet ugly aesthetic. Journal of visual culture, 13(3), 314-339.
Felaco C. & Luise V. (forthcoming). Algorithmic Pragmatic Rationality: Street-Level Entrepreneurship in the Bazaar Economy on TikTok. Italian Sociologial Review.
Fisher, M. (2009). Capitalist realism: Is there no alternative? Winchester, UK: Zero Books.
Fleming, P. (2021). Dark academia: How universities die. London: Pluto Books.
Gerbaudo, P. (2024). TikTok and the algorithmic transformation of social media publics: From social networks to social interest clusters. New media & society, 1-18.
Hammond, G., & Criddle, C. (2026). OpenAI brings advertising to ChatGPT in push for new revenue. Financial Times. https://www.ft.com/content/ec1656cd-e07b-48ed-92a8-26c7fe517899
Nachtwey, O., & Seidl, T. (2024). The solutionist ethic and the spirit of digital capitalism. Theory, Culture & Society, 41(2), 91-112.
Natale, S., & Treré, E. (2020). Vinyl won’t save us: reframing disconnection as engagement. Media, Culture & Society, 42(4), 626-633.
Nayanjyoti. (2020). Workers’ playtime: A definitive guide to proletarian TikTok. RAIOT. https://raiot.in/workers-playtime-a-definitive-guide-to-proletarian-tiktok/
Orria, B., & Luise, V. (2017). Innovation in rural development:" neo-rural" farmers branding local quality of food and territory. Italian Journal of Planning Practice, 7(1), 125-153.
Oxford University Press. (2024). ‘Brain rot’ named Oxford Word of the Year 2024. Accerssibile a: https://corp.oup.com/news/brain-rot-named-oxford-word-of-the-year-2024/
Ticona, J. (2022). Left to our own devices: Coping with insecure work in a digital age. New York, NY: Oxford University Press.
Zhang, L. (2023). The labor of reinvention: Entrepreneurship in the new Chinese digital economy. New York, NY: Columbia University Press.