Non è una rivoluzione del pensiero, ma del potere. L’intelligenza artificiale (IA), presentata come trionfo della conoscenza, è in realtà il volto più recente dell’accumulazione capitalistica. Dietro la retorica dell’innovazione, l’IA ridisegna il mondo in due sfere: chi possiede la capacità di calcolo - e dunque il diritto di pensare, decidere, creare - e chi resta confinato a fornire risorse, manodopera e dati.
La promessa di un’intelligenza universale si traduce in una concentrazione senza precedenti di infrastrutture e potere cognitivo. La rete, che doveva emancipare, torna a essere una macchina di dominio globale.
Ogni epoca imperiale ha la sua risorsa. Prima l’acciaio, poi l’elettricità e il petrolio, infine Internet. Oggi lo è il calcolo per cui l’energia è trasformata in potenza di elaborazione, la mente convertita in algoritmo. Non è un processo neutrale, come osserva Pieter Verdegem¹, l’“intelligenza artificiale” è la forma più avanzata del capitalismo della rendita, un regime che accumula potere attraverso l’estrazione e la recinzione di tre risorse che includono dati, talenti e capacità di calcolo. Chi controlla questi mezzi di produzione cognitivi impone il proprio ritmo al mondo, trasformando il sapere in proprietà e la cooperazione in profitto.
Ma l’“intelligenza” di cui parlano i colossi del capitale digitale non è umana, è la capacità di processare enormi quantità di dati attraverso smisurate fabbriche di silicio e acciaio, veri e propri complessi industriali che consumano quanto intere città. Dietro ogni chatbot o modello linguistico ci sono miniere di energia, acqua e lavoro con turbine, condutture, cavi sottomarini, lavoratori invisibili. La “nuvola” è un’infrastruttura materiale che, a prezzi stracciati, trasforma la geografia terrestre in rete estrattiva.
È ciò che Verdegem chiama la nuova enclosure digitale e cioè un processo di recinzione che privatizza l’intelligenza collettiva e la restituisce al mercato sotto forma di servizio. L’“immateriale” diventa così il nome elegante di una gigantesca appropriazione di materia: energia, suolo, corpi e saperi collettivi riconfigurati in capitale computazionale.
La mitologia dell’immateriale nasconde il ritorno dell’economia pesante che si regge sulla dissipazione di risorse reali per generare profitti. Si tratta di un colonialismo termico e idrico che alimenta la leggerezza apparente del digitale. La disuguaglianza tecnologica non è una questione di sviluppo, bensì la forma contemporanea del potere coloniale. Pochi Stati concentrano la quasi totalità dei centri di calcolo. Tutti gli altri ne sono dipendenti.
Non possedere infrastrutture significa non poter partecipare alla produzione del sapere, non addestrare modelli linguistici, non analizzare genomi, non elaborare scenari climatici, non formare competenze locali. Per molti Paesi del Sud globale, l’unica possibilità è affittare capacità computazionale dai giganti stranieri, accettando costi, ritardi e vincoli giuridici imposti da potenze esterne. È la nuova forma di subordinazione cognitiva per cui non si esportano più solo materie prime, ma anche dati grezzi, lingue, gesti che vengono raffinati altrove costituendo intelligenza come rendita.
Questa “rendita di calcolo” non è un effetto collaterale, ma la logica stessa del capitalismo dell’IA: estrarre valore non dalla produzione, ma dal controllo dell’accesso alle infrastrutture del pensiero. Il calcolo è il nuovo terreno delle recinzioni e chi non possiede potenza di elaborazione è escluso non solo dal mercato, ma dal diritto di conoscere.
Ogni epoca imperiale ha la sua risorsa. Prima l’acciaio, poi l’elettricità e il petrolio, infine Internet. Oggi lo è il calcolo per cui l’energia è trasformata in potenza di elaborazione, la mente convertita in algoritmo
Come ogni tecnologia del dominio, anche questa ha il suo volto militare con l’IA che classifica, riconosce, predice e colpisce. Droni, sistemi di sorveglianza, armi autonome, selezione automatica dei bersagli: la macchina cognitiva diventa macchina di guerra, e la guerra stessa assume la forma del calcolo. Il sapere viene militarizzato, la visione algoritmica diventa strumento di controllo e di morte. Il capitalismo digitale produce non solo profitto, ma una razionalità bellica incorporata nel software, capace di perpetuare disuguaglianza e dominio.
Per non restare ai margini, governi e regioni competono nell’offrire agevolazioni a chi costruisce data center con esenzioni fiscali, accesso prioritario all’energia, uso gratuito delle falde acquifere, segretezza amministrativa. Si promettono “posti di lavoro” e “crescita digitale”, ma i profitti volano all’estero mentre restano i costi sotto forma di blackout, carenze idriche, inquinamento, precarietà. Le comunità che ospitano queste infrastrutture diventano zone di sacrificio in territori in cui il diritto all’acqua o alla continuità elettrica viene sospeso per alimentare server che addestrano sofisticati modelli di calcolo.
Quando un data center entra in funzione, le scuole si spengono più spesso della rete. Gli ospedali devono comprare generatori. Le famiglie accumulano taniche d’acqua. E i governi definiscono tutto questo “il prezzo del progresso”. È la versione tecnologica della vecchia dottrina coloniale: estrarre ricchezza in nome della modernità, lasciando alle periferie i vuoti ambientali e sociali. Il capitalismo dell’IA trasforma la scarsità in infrastruttura, distribuendola in modo diseguale per garantire l’abbondanza ai centri decisionali.
Ogni algoritmo ha un’impronta ecologica. Addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni consuma milioni di litri d’acqua e quantità d’energia paragonabili a quelle di un’intera città.
Eppure la contabilità ambientale resta opaca. Le aziende nascondono i dati sui consumi, invocano segreti industriali, e parlano di “riciclo” o “efficienza” come se bastasse il lessico per compensare il danno. Ma la questione non è solo ecologica, piuttosto è politica. Chi decide che una chatbot per scrivere poesie merita più elettricità di un ospedale? Chi stabilisce che la priorità sia l’addestramento di un modello invece della fornitura di acqua potabile?
Dietro l’entusiasmo per l’IA si nasconde la privatizzazione del futuro, vale a dire una scelta di potere mascherata da necessità tecnologica.
Molti parlano oggi di “sovranità digitale”. Ma se il modello economico resta quello della competizione per attrarre capitali, la sovranità non è che una forma aggiornata di dipendenza. Costruire data center pubblici con tecnologia privata non libera nessuno e, invece, consolida il rapporto di subordinazione.
Una vera autonomia richiederebbe di socializzare l’infrastruttura computazionale, rendendola bene comune come l’acqua o l’energia. In questa prospettiva, non è una formula morale ma una struttura produttiva. Verdegem propone di pensare dati, calcolo e conoscenza come commons, risorse condivise e governate collettivamente, che restituiscono al pubblico la capacità di decidere cosa sviluppare e perché. Non redistribuzione dei profitti, ma socializzazione delle infrastrutture: il comune come potere costituente, non come compensazione. Significherebbe garantire quote di calcolo pubblico per ricerca, sanità, educazione, linguaggi minoritari; vincolare ogni impianto a standard ambientali trasparenti, e riconoscere alle comunità il diritto di veto su progetti che minacciano il territorio. Dunque, pensare l’intelligenza come bene comune e non come strumento di profitto.
Il sapere viene militarizzato, la visione algoritmica diventa strumento di controllo e di morte. Il capitalismo digitale produce una razionalità bellica incorporata nel software, capace di perpetuare disuguaglianza e dominio
La sfida non è “regolare” l’IA, ma rompere la sua ideologia proprietaria. Non si tratta di rallentare l’intelligenza artificiale, ma di restituirla al mondo.
Finché penseremo che la conoscenza coincida con la potenza di elaborazione, continueremo a produrre un’intelligenza senza coscienza, un sapere che obbedisce al capitale invece di liberare la società. Ma se riconosciamo che il calcolo può essere una forma di cooperazione collettiva, allora l’IA può diventare una delle grandi infrastrutture pubbliche del XXI secolo.
Immaginare un’IA emancipata ed emancipatrice significa trasferire la sua centralità tecnologica dalla concorrenza alla solidarietà. Significa concepire i data center come fabbriche del comune, dove l’energia serve a migliorare la vita, non a moltiplicare i profitti. Significa investire nel calcolo pubblico per la sanità, la scuola, la ricerca, la gestione climatica: una redistribuzione cognitiva capace di riequilibrare il divario tra Nord e Sud del mondo.
Un’IA socializzata non distrugge il lavoro, lo libera. Ogni automazione sottratta al profitto può ridurre l’orario e restituire tempo alla vita, agli affetti, alla cultura, alla formazione. L’automazione non deve essere la fabbrica della disoccupazione, ma il laboratorio del tempo condiviso.
La vera ricchezza del mondo digitale non è il PIL, non è la promessa di “più efficienza”, ma l’espansione del tempo liberato con meno ore vendute, più capacità di pensare, curare, amare. L’IA può servire a disinnescare la povertà, non a produrla, se posta al servizio di una pianificazione che renda sostenibile la produzione, razionalizzi le risorse, garantisca a ciascuno una quota di tempo libero come diritto e non come privilegio.
Laddove il capitalismo usa l’IA per comprimere salari e sostituire persone, una società solidale può usarla per ampliare la cittadinanza del tempo e ridurre la distanza tra chi lavora e chi decide.
In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non è un fine, ma uno strumento della transizione post-capitalista: la via attraverso cui la tecnologia diventa ecologia e la produzione torna a rispondere ai bisogni umani invece che ai bilanci aziendali.
La sfida non è temere la macchina, ma decidere collettivamente a cosa serve, per chi lavora, e a chi restituisce valore. Ogni società dovrebbe possedere il proprio “patrimonio di calcolo pubblico”con reti energetiche sostenibili, infrastrutture condivise, algoritmi aperti e trasparenti, centri di ricerca cooperativi. Non per dominare altri, ma per accorciare le distanze, per trasformare l’intelligenza in strumento di uguaglianza e non di differenza. Come suggerisce Verdegem, “democratizzare l’intelligenza artificiale” significa restituire al general intellect la propria autonomia, sottraendo la cooperazione umana alla rendita privata.
Un’IA comune non è un nuovo mercato della conoscenza, ma il suo contrario: la possibilità che la conoscenza torni a essere forza di liberazione. L’intelligenza non come capitale, ma come comune vivente.
Note
¹ Pieter Verdegem (2022). Dismantling AI Capitalism: the Commons as an Alternative to the Power Concentration of Big Tech. AI & Society https://doi.org/10.1007/s00146-022-01437-8.