Tutti ricordiamo la scena iconica di American Psycho in cui Christian Bale, interpretando Patrick Bateman, descrive con precisione chirurgica la sua morning routine: tra creme esfolianti, lozioni idratanti e impacchi ghiacciati, Bateman incarna un ideale di perfezione ossessiva, dedicato alla costruzione della propria immagine come se fosse un’opera d’arte.
Oggi, quel rituale è diventato il modello inconsapevole di una generazione che ha trasformato le morning routine in contenuti virali sui social mettono il corpo al centro di un incessante processo di condivisione della performance: skin care, ricette ultralight, integratori di tutti i tipi e corse al gelo mattutino prima di entrare a lavoro postate su Strava.
In queste routine di sacrifico c’è un aspetto “ascetico” che a mio avviso è descritto molto bene da quello che Andrew Taggart definisce un "monaco secolare" ovvero uomini e donne che, invece di cercare relazioni o formare famiglie, dedicano le loro vite all'automiglioramento; il monaco secolare è colui che adotta disciplina e autocontrollo simili a quelli dei monaci religiosi, ma senza motivazioni spirituali, dedicandosi al successo e all'ottimizzazione personale nel mondo terreno (il termine "secolare," dal latino saecularis, distingue il clero che vive tra la gente da quello che segue le regole monastiche). Per Taggart un esempio iconico è Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter con la sua routine quotidiana di sveglia alle 5, succo con sale himalayano e limone, meditazione per un’ora, bagno ghiacciato. Nei weekend invece non mangia nulla, beve solo acqua.
Chi non condivide lo stile di vita del monaco secolare è un amico tossico, le relazioni sono un aut-aut troppo limitante, i bambini piangono… il tassello più importante della routine è il sonno e il monaco secolare dorme solo o in un’altra stanza altrimenti potrebbero esserci effetti devastanti sulla sua routine e il suo business (come ha recentemente dichiarato un celebre blogger tecnologico italiano).
Ultimamente c’è un particolare tipo influencer e creator che incarna perfettamente questo spirito monastico e ascetico e che pertanto ho definito il monk creator, il creator-monaco.
Un esempio perfetto di monk creator è Bryan Johnson, imprenditore e ideatore di Blueprint, un progetto basato su protocolli scientifici per rallentare l’invecchiamento e protagonista del documentario di Netflix “Don't Die: The Man Who Wants to Live Forever".
I video virali sui social di Johnson promuovono diete personalizzate e protocolli per “sfidare il tempo” (in un recente video, ha dichiarato di essere invecchiato solo 7 mesi nell’ultimo anno). Ogni giorno la sua routine prevede l’assunzione di più di cento pillole, una dieta rigidissima e l’analisi di oltre 50 biomarcatori, il tutto supervisionato da un team di 30 medici. Si sveglia alle 4:30, esegue rituali meticolosi di integrazione, allenamento e skin care; poi fa colazione pranzo e cena tutte nel giro di poche ore e dopo le 11 e mezzo di mattina non mangia più. Come un creator tradizionale quindi, il creator-monaco documenta la propria vita, trasformandola in un contenuto che ispira e influenza, ma c’è un tratto totalmente nuovo nel creator-monaco che lo differenzia da un normale blogger o influencer: il monk creator vede il lavoro su di sé come l’unica via per la salvezza. Ecco perché le relazioni sono viste come un ostacolo insormontabile, perché anche se il monk creator predica l’amore e le amicizie come fondamentali per “stare bene” (le persone restano comunque un mezzo) queste devono far parte della sua routine intoccabile.
Per il monk creator non c’è più tempo per l’anarchia di un incontro non programmato e forse non ci sono più nemmeno gli spazi capaci di creare le occasioni per questi incontri; per questo il monk creator, fuori dal meccanismo di controllo del feticcio tecnologico, è fondamentalmente solo.
Ogni giorno è un microprogetto, ogni abitudine è un mezzo per raggiungere un fine più elevato.
Ogni contenuto è una sorta di predica ai suoi follower.
Il suo corpo non è solo il suo progetto, ma è anche il suo content.
E quando il tuo corpo diventa un content, i tuoi miglioramenti estetici diventano come degli indicatori (in marketing si direbbe KPIs) per monitorare l’efficacia del tuo prodotto, del tuo brand. L’ossessione per la longevità di Bryan Johnson, infatti, si inserisce in un fenomeno più ampio che coinvolge piattaforme come TikTok, dove la cura della pelle diventa una performance quotidiana e routine elaborate spingono molti giovani a preoccuparsi dell’invecchiamento prematuramente, promuovendo una sorta di “medicalizzazione precoce” con trattamenti invasivi come peeling chimici e filler preventivi, visti come un “investimento” sulla bellezza futura. Emily Hund, nel suo studio sull’industria degli influencer, evidenzia come questa dinamica alimenti un sistema che celebra un ideale di bellezza inaccessibile e standardizzato, rafforzato dagli algoritmi che premiano contenuti estetici con più visibilità e engagement. Questo perché secondo la “teoria del sé specchio” di Charles Cooley, i creators definiscono la propria identità attraverso il riflesso del feedback altrui, adattandosi e spesso esasperando i propri tratti distintivi per catturare attenzione.
Allo stesso modo l’identità del monk creator si intreccia inestricabilmente con i like e i commenti del pubblico, intrappolandolo in un ciclo perpetuo di auto-sorveglianza e performance. Come il calvinista che “fa frutti” per glorificare Dio, dedica la sua vita a un lavoro disciplinato, ma i suoi frutti rispondono agli algoritmi, non al divino.
In una prospettiva lacaniana il creator-monaco è schiavo del desiderio dell’Altro, rappresentato dal pubblico digitale, che alimenta una ricerca di riconoscimento mai pienamente soddisfatta. Perché alla fine, il monk creator non incontrerà mai il suo “oggetto del desiderio” e resterà prigioniero della sua ricerca, della sua routine; anzi della sua morning routine.
Foto di Cash Macanaya su Unsplash