Giovedì 04 febbraio 2021
Cos'è lo scribing, la tecnica per visualizzare le nostre conversazioni
 
Che cosa è lo scribing? C’è molto da dire, per chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe rivelarsi una scoperta interessante. È una metodologia per visualizzare ciò che viene detto in una conversazione (dunque ciò che viene ascoltato dalla persona in azione: parole, concetti, idee, l’informazione in divenire) come rappresentazione composta di sintesi verbale, gerarchia grafica, iconicità e metafore visive, segni di connessione, di relazione e di combinazione tra le parti che si vanno fissando, e ciò può avvenire su un muro scrivibile, su grandi fogli di carta, o come proiezione digitale. Lo scribing va collocato fra gli strumenti per semplificare e comprendere al meglio l’informazione e per generare senso e conoscenza, profondamente interconnesso alla dimensione di scambio comunicativo e non a quella dell’espressione artistica individuale, tanto che forse vale l’accostamento tra scribing e “tecnologia sociale”. Ed è un fenomeno completamente ascrivibile all’era tecnologica digitale, espressione visiva simbolica del software del nostro tempo. Lo scribing si chiama anche facilitazione grafica. Compito del facilitatore è accompagnare le persone nell’esplorazione di un problema, ponendo domande di ordine differente (tanto culturali quanto pratiche) ed incoraggiandole a esprimersi e a collaborare. La facilitazione grafica completa questo processo rendendo visibile l’outcome di questa collaborazione. L’oggetto risultante dello scribing è una notazione-immagine. Può assomigliare a una mappa, o a un flusso, o a un disegno di diagrammi mescolati. Ma il valore dello scribing non risiede nell’artefatto finale, la resa tecnico-artistica segue di un bel passo dietro l’esperienza della riflessione sul sistema in cui è stata applicata la metodologia, e l’oggetto può essere considerato transitorio ed effimero specialmente quando si pensa a lavori svolti su grandi pareti riscrivibili o su materiale in un modo o nell’altro destinato al macero.   Qualsiasi cosa sembri, insomma, conta l’atto, e in questa occasione racconterò un caso per porre l’attenzione su un aspetto che ci permette di dare questa ulteriore definizione: lo scribing è un atto di visualizzazione del senso emergente di una conversazione, attraverso la creazione di pattern visivi con cui rappresentare in modo unitario le voci e le prospettive interconnesse.   Prima di entrare nel racconto sarà utile dare qualche cenno di storia dello scribing, un storia ininterrotta che si può sintetizzare all’estremo in 6 ondate generazionali: le prime due ondate pionieristiche in USA (Bay Area, anni 70 e 80 del Novecento) dove si materializza la designazione di “wall scribes” negli eventi di facilitazione dei processi collaborativi; terza e quarta ondata, rispettivamente quella dei primi utilizzatori (USA, Europa, anni ‘90) e quella di una prima espansione (anni 2000); infine le ultime due ondate dove a partire dagli anni ‘10 la metodologia si diffonde in tutto il mondo (Asia, Sudamerica) con esperienze individuali e, proprio negli ultimissimi anni, generando un contesto di interscambio globale.   Io ho cominciato nel 2005. Il mio lavoro è quello di facilitare conversazioni e di dare supporto alle persone nel loro obiettivo di realizzare – nel senso di scoprire in maniera fruttuosa – la loro stessa produzione mentale relativa all’argomento che stanno trattando. È un obiettivo di coscienza, di consapevolezza, di conoscenza. Supportare le persone in questo modo vuol dire essere di loro aiuto nell’individuare i loro oggetti mentali di riferimento, i punti di appoggio delle loro esposizioni, i possibili ulteriori sviluppi delle loro idee. Invito le persone a seguire con cura i fenomeni emergenti, a fidarsi di ciò che sentono attivarsi in loro e che si va delineando pezzo dopo pezzo, del modo in cui le parti emergono per fondersi nel senso totale. La visualizzazione che prende parte a questo processo di rivelazione è come un falò, un fuoco vivo da osservare con lo sguardo che si fa liquido, per aprire le possibilità e dare spazio a un pensare più libero. Davanti a un fuoco così accogliente ci sentiamo più calmi, disposti a rimandare per un po’ il momento in cui dovremo comunque tornare agli schemi e alle razionalizzazioni di nostra abitudine. Nel dicembre 2020 ho facilitato un incontro di mezza giornata – necessariamente online per la crisi pandemica COVID-19 – per i giovani ragazzi del gruppo Pediatria di AISM, l’associazione italiana che da cinquant’anni si occupa in modo strutturato e organico di tutti gli aspetti legati alla sclerosi multipla, una patologia ancora misteriosa che è però tra le più comuni e più gravi del sistema nervoso centrale e che trasforma irrimediabilmente la vita di numerose persone e dei loro familiari, sia ovviamente sull’aspetto della salute che per diritti non sempre riconosciuti e numerose problematiche di inclusione sociale. Il titolo dato all’evento era “Qualcosa di me, qualcosa di noi”. Il contesto era quello di un avvicendamento dei ragazzi per motivi di età: gli appartenenti al gruppo erano diventati ormai quasi tutti giovani adulti e dovevano prendere coscienza del fatto che le loro necessità erano uscite dalle prerogative del gruppo, di cui erano peraltro stati gli iniziatori, la “prima classe”. Il progetto era quello di accompagnare i ragazzi in un percorso accelerato di espressione individuale e collettiva. Il compito preparatorio è stato quello di far loro scegliere qualcosa di importante (un oggetto in fotografia, lo screenshot di un testo di una canzone, qualsiasi cosa che fosse cara ad ognuno di loro). Nella prima fase di lavoro i ragazzi, in sottogruppi, hanno raccontato individualmente il loro oggetto e hanno poi coniugato i racconti, le emozioni e i richiami suscitati dall’ascolto reciproco per trovare un’idea sempre più condivisa di sensibilità, da riferire una volta tornati tutti insieme. Il processo consisteva dunque nell’accompagnare la venuta di questa idea collettiva, e l’obiettivo era quello di rappresentarla simbolicamente, con un’operazione creativa finale tutta da inventare: un disegno, una mini-storia... come un testimone da passare alla generazione successiva di membri. Per agevolare questo processo di lavoro abbiamo usato uno strumento digitale di tavole interattive e di stickies virtuali colorati che sono serviti per annotare, riconoscere e far convergere i temi ricorrenti. Durante la presentazione dei sottogruppi abbiamo cominciato a mappare visivamente quelli che apparivano come i nessi e gli elementi più rilevanti. Il processo reiterato è stato proprio quello di favorire il passaggio dall’io al noi, dalla “mia” rappresentazione individuale alla sua integrazione in quella collettiva, usando alcune domande guida:
  • Quali spunti ci sono in comune?
  • Se allarghiamo lo sguardo oltre il piccolo gruppo, ci sono cose in comune con gli altri gruppi? Cosa è emerso dagli altri che sentite vostro?
  • Ci sono delle differenze, aspetti di non comunanza, ma che per voi è importante segnalare? C’è qualcosa da aggiungere che sentite importante per voi?
  • Come rappresentiamo tutto questo?
Fino a qui, il programma che ci eravamo dati e che abbiamo seguito. Quello che è successo poi è qualcosa di non previsto e allo stesso tempo l’unica cosa che poteva accadere, si potrebbe quasi dire: l’unica cosa che aspettavamo che accadesse. Un fenomeno emergente è la situazione in cui alcune proprietà di un sistema diventano visibili in modo impredicibile rispetto alle condizioni delle sue singole parti e sono, comunque, la conseguenza di queste condizioni. Le singole parti interagiscono in un ambiente – luogo o situazione – organizzato per facilitare il generarsi di una totalità che non è solo l’insieme delle parti, ma la fusione delle interazioni. Ebbene, nell’ambito di una conversazione lo scribing rende visibile questa totalità dandole una forma, manifestando un senso altrimenti difficile da osservare isolatamente nelle parti. Nonostante l’invito a silenziare i microfoni, durante la pausa pranzo alcuni ragazzi sono rimasti a parlare tra di loro, malinconici e gioiosi dei propri ricordi, delle loro scoperte esistenziali, delle speranze e delle ingiustizie (una ragazza, con estrema dolcezza, lamentava il fatto di aver ricevuto da parte dei suoi insegnanti un “suggerimento” a cambiare scuola, per il fatto di essere una persona speciale a cui non avrebbero saputo dare la maturità). All’inizio erano solo tre voci, poi le voci sono aumentate e al momento di ripartire noi del team di lavoro abbiamo deciso di non interromperli, per permettere a questa conversazione di sfociare ovunque volesse sfociare. La seconda parte del programma, come accennato, prevedeva un’attività di disegno per creare un documento visivo sull’idea sviluppata di sensibilità collettiva, attività anticipata peraltro da un mini-training di tecniche di disegno dal vero. Ma avevamo ormai sabotato il tempo necessario a seguire questa sequenza di lavoro e, soprattutto, l’incontro virtuale era ormai permeato da una dimensione emotiva che difficilmente avremmo domato con una procedura, per quanto stimolante e creativa. Con solo mezz’ora a disposizione ho allora deciso a mia volta di affidarmi al sentimento totale per vedere che cosa voleva emergere, intenzionato a non disperdere la sottile ma ben distinguibile energia stabilizzatasi nell’ambiente. Ho quindi recuperato una tavola di lavoro nata dalla sessione di “rapporto” dei sottogruppi in plenaria, quella della convergenza dei temi sul racconto degli oggetti: Ho cominciato a rileggere e a proporre piccoli spunti con lo scopo di fare enabling, cioè attivare un ciclo di scambio per aiutare i ragazzi a non smarrire le proprie tracce. Ho chiesto, Cosa facciamo di tutto questo? senza escludere la possibilità, per chi avesse voluto, di disegnare comunque qualcosa, un simbolo magari, che potesse scavalcare il limite che ha in certi casi la descrizione verbale, specialmente in pubblico. Sul lato della facilitazione questo è un rischio: avviare una conversazione è sempre un’operazione complessa, dato che il facilitatore non dovrà poi più parlare, o quasi. Ma dopo, casomai, il problema è farli smettere! Ecco il risultato finale, che più avanti proverò a ripercorrere: Ora, è importante non farsi imbrogliare dal fatto che siamo di fronte a una illustrazione, se vogliamo anche piacevole. Per disincantarci dal richiamo estetico permettiamoci quindi di liquidare in un colpo solo i fatti formali: in un sistema complessivo di “disordine ordinato”, seguiamo il disegno di un filo curvo, robusto, nero, a cui si aggancia una sequenza di blocchi di parole in maiuscolo con una buona leggibilità e spesso con innesti di icone abbozzate; in filigrana, un pattern ci fa intuire pesi gerarchici variabili; un colore uniformante, pochissime espressioni pittoriche, linearità del tratto. Dal basso della tavola emerge un simbolo spiccatamente figurativo, la fenice, come a reggere il tutto con le fiamme da cui proviene e con il suo nucleo centrale, un loto. La domanda giusta è: cosa è successo per arrivare a questo? È opportuno menzionare il fatto che la parola scribing è participio presente in lingua inglese ed è, come è noto, una porzione fondamentale del Present Continuous Tense, il tempo usato principalmente per esprimere ciò che non è finito o è incompleto: una azione che sta andando avanti in questo preciso momento. L’esito di un’azione di scribing offre la cristallizzazione di un processo di costruzione della conoscenza, appunto il realizzare una verità emersa in un tempo reale. Il “senso emergente” per i giovani di AISM è stato la scoperta di un nuovo ordine, restituito al livello emotivo delle esperienze attraverso la capacità trasformativa dello scribing. Dalla titubanza iniziale dei partecipanti, io penso intimoriti dalla loro stessa già latente consapevolezza, si era lentamente fatto strada il filo che accomuna le proiezioni più emotive di ognuno di loro, a partire dalla stessa ragazza che aveva raccontato di essere alle prese con quegli imbarazzanti, incredibili, “suggerimenti” ricevuti dalla scuola. Aveva deciso di disegnare un cuore al cui interno sono attaccati alcuni cerotti che formano un altro cuore, ed il cuore ha in realtà i raggi del sole. La sua spiegazione era stata «Perché ogni raggio mi rende felice». Lo si può riconoscere in alto a sinistra. Man mano che le persone trovavano la giusta confidenza per esprimersi alla stessa frequenza emotiva io raccoglievo i segnali, non soltanto parole in ordine rigoroso ma piuttosto intuizioni che riaccendevano l’ipotesi di un tratto di unione con le premesse e gli obiettivi dell’intero incontro, l’idea di un oggetto simbolico, il tema dell’espressione creativa, la centralità della musica e della poesia come era stato formulato dai partecipanti nella sessione intermedia e in particolare anche l’idea della canzone, strumento comunicativo di primo piano specialmente per le generazioni più giovani. Il desiderio di lasciare un’impronta. Ed è così che questo filo si è allungato attirando a sé quelli che diventavano versi di una poesia corale, al punto che, avvicinandomi alla conclusione del mio servizio, ho deciso di recitare per loro: «Non ci vergogniamo delle cadute e delle cicatrici/Ogni raggio ci rende felici…», fino alla fine di quel filo che conduce all’ultimo spezzone, dove un piccolo personaggio «con lo zaino del nostro vissuto» è ora pronto a incamminarsi al centro del suo futuro. I ragazzi sono pronti a lasciare il gruppo, o almeno hanno una consapevolezza nuova per farlo. È un esito che trabocca di significato indelebile per chi ha partecipato, era latente ed è finalmente emerso. [Un ringraziamento a Francesca Bono, Vincenzo Di Maria, Dan Newman, Alfredo Carlo. NdA]
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