Le aree interne sono una delle questioni più problematiche e urgenti in Italia. Rappresentano oltre il 60% del territorio e sono abitate da più del 20% dell'intera popolazione del paese; custodiscono la biodiversità, i parchi nazionali e un immenso patrimonio culturale. Eppure, sono soggette a un drastico declino demografico: i giovani se ne vanno, i residenti invecchiano e ci sono sempre meno nati. Le cause dello spopolamento sono molte, complesse e interconnesse, ma tra queste ha un ruolo enorme l'assenza – e lo smantellamento – di servizi essenziali come scuole, sanità e trasporti, che trasforma una marginalità geografica in una questione tutta sociale e politica. Allo stesso tempo, le aree interne sono una frontiera dell’immaginario: luoghi in cui lo spopolamento apre domande radicali sul modo in cui abitiamo, produciamo e costruiamo comunità. La rubrica Ritorno al futuro delle aree interne si pone domande sui territori lontani dai grandi centri per indagare politiche, progetti e strategie. Un viaggio dentro un’Italia in trasformazione, alla ricerca di nuovi modi di abitare i margini per trasformarli – forse – in luoghi di futuro.
Pubblichiamo in tre parti il testo di Diego Cason. Questa è la prima, la seconda e la terza parte potrete leggerle dopo la loro pubblicazione.
Chi sta dentro, chi sta fuori
Sawubona in lingua isiZulu bantu significa: ti vedo, a questo saluto si risponde shiboka, sono qui, esisto per te. Anche nel bellunese ci si saluta allontanandosi dicendo “se vedon” ci vediamo. Essere visti non basta, abbiamo bisogno d’essere guardati, serve che qualcuno confermi la nostra esistenza, si prenda cura di noi. Questa è l’essenza dei legami significativi in una comunità ma è anche il modo per valutare la qualità di una democrazia che dipende da come si trattano gli invisibili. A vedere son capaci tutti, a guardare si impara. È una questione di educazione, di cultura. Perciò non bastano gli occhi, servono tutti i sensi e anche un muscolo: il cuore.
L’universo non è un insieme di cose, è una rete di relazioni. E noi siamo parte di questa rete. Dare senso al mondo non è possibile senza conoscere il senso di sé. Che si ottiene solo praticando le relazioni con gli umani, gli altri viventi e le cose che percepiamo esistenti. Ecco perché vedere non ci basta, anche una telecamera vede, ma non guarda. Per guardare serve l’eros, la passione per ciò che si guarda, l’interesse, il desiderio. Pensare a chi guarda come un registratore di impulsi esterni è una visione riduttiva e meccanica di ciò che realmente accade. Lo sguardo è sempre la percezione di uno stimolo e la proiezione di un desiderio. Chi si limita alla prima parte vede, chi si estende alla seconda guarda.
Ne deriva che per vedere e sentire serve tutto il corpo che ci connette. Si tratta di intelligenza empatica: il soggetto interessato si proietta nell’oggetto, ne esplora e scruta le caratteristiche formali, come fosse al suo interno perché nell’oggetto ritrova una parte di sé. Questo vale per le cose e, ancor più, per gli umani: senza la compartecipazione non si può riconoscere ciò che l’altro percepisce. Per costruire relazioni con “altro” serve la risonanza emotiva. Riconosciamo, reazioni, emozioni e sentimenti nostri perché li guardiamo nell’altro. Ecco perché è essenziale la risonanza emotiva (e quindi estetica) nei confronti dei luoghi contenitori di oggetti e di relazioni significative dal punto di vista affettivo e sentimentale. Il corpo è il medium con i luoghi ma non solo il corpo materiale bensì l’esperienza vitale che grazie ad esso facciamo del mondo (le conoscenze già acquisite o innate). Per questa ragione, limitarci alla dimensione geografica o materiale dei luoghi è una severa limitazione della loro rilevanza e ogni riflessione al proposito risulterebbe vana.
Diversi sguardi, diverse visioni
Chi guarda e osserva, sottopone a vigilanza e custodia ciò che cade sotto la sua vista. C’è, nel guardare, un’intenzione alla protezione, al controllo, al preservare. C’è un agire prima, in anticipo (pre), per custodire o tenere al sicuro (servare) ciò che ci è caro. Lo sguardo crea un rapporto, una vibrazione, che produce sensazioni (le reazioni agli stimoli avvertiti dai sensi) e suscita emozioni e sentimenti. Aguzzare lo sguardo, tendere l’orecchio, annusare un aroma, tastare una superfice, gustare un sapore ci nutre di significati, ci fornisce gli strumenti per interpretare il mondo, per prendercene cura.
L’uso consapevole dei sensi accende attenzione e intelligenza su ciò su ciò che percepiamo. L’oggetto della cura emerge dal brusìo insignificante. Percepire è una scelta, che desidera e cerca un’informazione per impadronirsene. La voluttà (volere del corpo) non è cupidigia (brama o avidità), come s’intende nella modernità consumista: è il piacere che conserva ed espande, non che divora e inghiotte. È da questa distinzione che “guardare” acquista significato figurato ampio e diventa “considerare”, dal latino con-sideras, insieme alle stelle, dall’antica divinazione, che traeva auspici dall’osservare il cielo. È questa “considerazione” che ha popolato il cielo stellato di storie, che ha nominato gli astri e le costellazioni, popolandole di divinità e quindi di senso.
Per guardare serve l’eros, la passione per ciò che si guarda, l’interesse, il desiderio. Pensare a chi guarda come un registratore di impulsi esterni è una visione riduttiva e meccanica di ciò che realmente accade. Lo sguardo è sempre la percezione di uno stimolo e la proiezione di un desiderio
Lo sguardo è un atto d’amore. Accoglie ciò che sta fuori di sé (stimoli, emozioni derivanti da oggetti, persone, fatti, eventi) e lo trasforma in significati, chiavi o linguaggi per apprendere, aprire e chiamare per nome il mondo. Non per impadronirsene brutalmente, con violenze omicide, ma per sentirsi parte dell’universo in cui sta. Quello che determina la scelta e la profondità degli sguardi non sono gli occhi ma la cultura. L’universo di senso che è già in noi e l’universo di senso cui tendiamo, con desiderio più o meno intenso. Allo stesso tempo, tutto ciò che sappiamo sul mondo e che forma il nostro bagaglio culturale ed esperienziale, è un filtro che si aggiunge ai nostri limiti percettivi e ostacola la chiara visione e lo sguardo limpido.
Gli umani sono sempre condividui, deriviamo dai noi di cui siamo parte inseparabile. Non siamo dotati di sola intelligenza razionale, comprendiamo e interpretiamo il mondo anche con le emozioni e i sentimenti. Quest’ultimi ci avvicinano alla verità più delle conoscenze e della perspicacia. Se vogliamo comprendere il mondo che abitiamo dobbiamo accettare di esserne parte, di esserne connessi, in continua relazione empatica. C’è una stretta relazione tra il modo in cui ci pensiamo e con il quale agiamo. Da questo, non solo da quello che sappiamo, dipende il modo con cui guardiamo, vediamo e percepiamo, ma anche il modo come ci muoviamo, agiamo e impariamo. Purtroppo, l’idea, radicata a partire dalla visione giudaico cristiana, di essere dominatori e non parte omogena del tutto, ha sradicato e allontanato gli uomini dal mondo. L’ha ridotto a un fattore di produzione, a una merce strumento di profitto. Non stupisce che anche gli umani, per effetto di questa distorsione dello sguardo, divenuto sovrano divoratore (come Cronos), siano cose, oggetti e merci. Perdendo, umanità, diritti e responsabilità.
Spazi, territori, paesaggi, luoghi
Si usano con leggerezza e scarsa competenza linguistica, i concetti di spazio, territorio, paesaggio e di luogo. Serve chiarezza e un po’ di precisione.
Spazio e territorio
Il concetto di spazio in geografica, s’è evoluto. Dall’originario contenitore di elementi fisici (naturali e culturali), con una precisa posizione sulla superficie terrestre, ora considera la presenza umana definendo un sistema dinamico più complesso, identificabile con il territorio, che è lo spazio fisico organizzato e vissuto dall’uomo. Sta qui la prima profonda differenza tra gli universi di senso di chi vive in area urbana e di chi sta in aree rurali, in particolare montane. Il rapporto dei primi con lo spazio che abitano è con uno spazio artificiale, dove non c’è più relazione diretta con i caratteri nativi (più o meno) naturali del luogo. Le città sono luoghi densi di manomissioni fisiche e culturali della realtà geografica originaria, tanto che della “natura” non ne rimangono che labili tracce. Gli abitanti in aree rurali montane hanno, anch’essi, fortemente modificato l’ambiente originario, del quale però rimangono ancora potenti testimonianze non eludibili. Ad esempio, la pendenza o la verticalità dei suoli, la presenza dei corsi d’acqua liberi non regimati, una vasta e crescente estensione di boschi e foreste, la coabitazione con una fauna numerosa, la dipendenza dalla materialità della terra che produce.
Gli umani sono sempre condividui, deriviamo dai noi di cui siamo parte inseparabile. Non siamo dotati di sola intelligenza razionale, comprendiamo e interpretiamo il mondo anche con le emozioni e i sentimenti. Quest’ultimi ci avvicinano alla verità più delle conoscenze e della perspicacia
Chi vive in città, tranne i botanici, non distinguono un corniolo da un’acacia, un tarassaco da una cicoria. Non si tratta solo di assenza di una abilità ma il 60% degli umani viventi ha completamente perduto le competenze colturali e culturali che permettevano loro di trarre di che vivere da un rapporto strettissimo con l’ambiente circostante. Ciò non significava solamente conoscenza delle pratiche agricole, forestali e d’allevamento bensì la capacità di individuare ogni risorsa utile per la sopravvivenza e, talvolta, per il costante miglioramento della qualità della vita. Sessant’anni fa un bambino di otto anni poteva raggiungere in tutta sicurezza una malga, un alpeggio, muovendosi da solo, lungo mulattiere, sentieri e tracce di percorsi alpestri, senza esporsi a rischi, costantemente presenti in questi luoghi instabili. I rurali montanari hanno acquisito, nel corso del tempo, una raffinata cultura materiale e spirituale per vivere (spesso molto meglio dei rurali di pianura) in territori obliqui instabili e pericolosi.
Territorio e paesaggio
Da questa prima frattura ne deriva un’altra, che confonde il territorio con il paesaggio. Il primo è il frutto della secolare relazione tra gli umani e uno spazio fisico adeguato alla permanenza stabile o temporanea di una comunità. Ciò determina la continua trasformazione orientata alla produzione e alla messa in sicurezza degli spazi frequentati. Il territorio ha una base fisica, trasformata dall’attività umana. È sottoposto a una continua amministrazione degli oggetti fisici costitutivi, delle infrastrutture, delle attività economiche ecc. È soggetto a politiche di gestione della comunità con strumenti normativi e culturali delle relazioni sociali, come i meccanismi d’esercizio del potere, dell’appartenenza, del costume, delle lingue, ecc.
Il paesaggio invece, pur avendo la fisicità dello spazio geografico naturale e artificiale, nonché di quello relazionale antropico, è l’aspetto estetico, culturale ed emozionale dello spazio. È, quindi, la dimensione percettiva di quello che appare ai nostri occhi. Non è solo ciò che è, ma quello che in nostri occhi, mente e cuore sono addestrati a guardare. Il paesaggio è una costruzione culturale, emotiva, affettiva ed estetica. È un archetipo, risente dei paradigmi interpretativi, dei canoni estetici, delle suggestioni, della narrazione letteraria, pittorica, fotografica, cinematografica, digitale. È costruito dal marketing, veicolato dalla pubblicità, plasmato dalle aspettative, caricato di status, esaltato dalle mode, inventato dai valorizzatori dell’offerta turistica e dalla nostalgia. La nostalgia non può che essere raccontata attraverso un registro metaforico, allusivo, evocativo: è approssimativa, così come l’oggetto del sentimento nostalgico è soggettivo. Gli immaginari legati alla nostalgia, nel mondo letterario e artistico sono comprensibili con il concetto rinascimentale di immaginatio laesa. I disturbi nella percezione e rappresentazione del mondo e di sé che hanno moltissimo a che fare con il paesaggio e le sue continue distorsioni culturali.
Oggi, in ambito filosofico, storico e psicologico, l’imaginatio laesa evoca la tendenza della mente umana a aderire a un simulacro, a un ricordo o a un’illusione, fino a perdere il contatto con la realtà circostante. Questa capacità di immaginare i caratteri graditi in un “posto” fa sì che chi lo visita si aspetti di trovare esattamente ciò che ha già in mente. Lo pretende perché paga, pur di averlo. Chi intende vendere ciò che i clienti desiderano, adatta uno spazio, un territorio e un paesaggio ai loro desideri. Ci sono molti modi di costruzione culturale dello spazio che appassiona, processi che lo conducono ad essere scelto come significante attraverso il patema da cui viene investito. Lo spazio viene così legato alla sua storia culturale, alle idee e agli atteggiamenti che intorno ad esso gravitano e lo trasformano in un luogo di passioni positive e negative.
Le teorie dello spazio affettivo dovrebbero considerare un aspetto centrale nella definizione degli spazi e della loro affettività: il passaggio dall’“essere” quel che sono, al “credere” che siano quel che desideriamo.
Le teorie dello spazio affettivo dovrebbero considerare un aspetto centrale nella definizione degli spazi e della loro affettività: il passaggio dall’“essere” quel che sono, al “credere” che siano quel che desideriamo. I paesaggi non sono oggetti determinati in sé, assumono il significato che noi attribuiamo loro. Il paesaggio non appartiene alla natura delle cose ma al senso che esse hanno per noi. Questo spiega bene perché alcuni considerano il territorio dolomitico selvaggio (luoghi della wilderness) benché tutti sappiano che è il frutto di una secolare attività di trasformazione che ha ridotto l’estensione dei boschi (modificandone la stessa struttura vegetale) ampliando pascoli e terreni agricoli. Lo sapeva già Leopardi nel 1824: una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura¹.
Paesaggio e luogo
Il transito dal territorio al paesaggio è un percorso, dalle tracce umane sull’ambiente (che trasformano e modellano il territorio), alle tracce che l’emotività umana assume nell’interpretare il valore estetico del paesaggio, assegnando ad esso significati e simbolismi che non sono autonomi ma indotti. L’etimologia incerta del lemma luogo, dal greco τόπος, topos, indica uno schema narrativo, un motivo ricorrente o un tema tradizionale che viene riutilizzato in opere letterarie e artistiche, ad esempio in utopia e distopia). In greco topos ha ben poco a che fare con i luoghi fisici. È invece legato a quello che oggi noi chiamiamo “luogo comune” che, nel suo uso più frequente indica banalità, stereotipi e cliché. Ma se non cadiamo nel luogo comune, e ne avvertiamo la potenza metaforica allora è uno spazio abitato da una comunità, un territorio frequentato, accessibile, partecipato, è un posto noto e familiare. Non a caso il plurale di topos è tòpoi, che sono schemi precostituiti o elementi frequenti nello stile di un autore, di un genere letterario o di un filone artistico. Si pensi al topos della montagna buzzatiana. I topoi sono elementi una grammatica e una sintassi narrativa. Quindi elementi strutturali con i quali noi interpretiamo i luoghi. Ovvero, quei posti che assumono un significato rilevante per l’individuo o per la comunità. E non sulla base del sentito dire di un dépliant pubblicitario o della suggestione di uno spot, bensì sulla base di un’esperienza vissuta e ricordata da un individuo, da più individui insieme o da una comunità.
Il latino locus indica una posizione o un punto preciso o, quantomeno, circoscritto e chiaramente distinguibile, ad esempio, se si tratta di locus geographicus, indica una posizione sullo spazio terrestre identificato dalle coordinate o da precise caratteristiche ambientali. Il termine latino ci aiuta poco e costringe ad andare più a fondo, fino alla radice indoeuropea della parola che sembra derivi dal sanscrito loka che indica “uno spazio libero, aperto, luminoso”. Ma bisogna diffidare dai termini latini che sembra portino fuoristrada. Nella definizione di genius loci, ovvero lo spirito del luogo, intravediamo qualcosa che ci porta vicino a ciò che cerchiamo, lontano dall’idea che ne hanno geometri e agrimensori. Il genius loci individua l’identità profonda, l’atmosfera inconfondibile, l’anima di un ambiente ma è anche lo spirito custode dell’identità e destino di un sito, in grado di influenzarne gli eventi e proteggerlo dai pericoli. Il luogo non ha carattere esclusivamente fisico, ha qualcosa d’intangibile perché è legato ad esperienze e memorie sensoriali, è intriso di sentimenti e significati, che fanno star bene chi lo abita o lo frequenta. Il luogo è un pezzo d’ambiente di cui ci siamo appropriati con i sentimenti e con i ricordi che ad esso ci legano, per esperienza diretta o indiretta. Quello che più ha valore per noi è il “dove” al quale sentiamo di appartenere. L’anima di quel “dove” è dovuta alla nostra stessa presenza e a quella di persone a noi care. Pensate a un monte, una spiaggia o un antico bosco: ogni ambiente abitato ha un genius che lo caratterizza e lo distingue. Il genius loci non è solo una forza spirituale, ma una realtà tangibile che guida le interazioni tra l’essere umano e l’ambiente, ispirando rispetto e cura reciproca. In molti luoghi, il genius di un paesaggio è ciò che lo rende sacro o speciale per chi lo abita, e la sua conservazione diventa una questione di responsabilità collettiva. Diversamente dal paesaggio, il luogo non è solo immaginato, ma anche concretamente vissuto. Per attribuire un significato a un luogo è necessario identificarci con esso, con una connessione affettiva. Senza un significato condiviso, un luogo sarebbe solo spazio o realtà concreta senza spirito. Gli abitanti danno rilevanza spirituale al luogo con le loro esperienze, e iniziative, attribuendo concretezza, socialità, fattibilità e visibilità a valori sovente nascosti, per conservarne il carattere distintivo. Questo spiega, in prima battuta, perché un luogo abitato da residenti, famiglie, comunità stabili assume un volto e una dimensione diversa dal paesaggio che è il territorio visto da turisti, viandanti o ospiti temporanei. I primi lo conoscono perché lo hanno riempito di storie vissute in prima persona o per mezzo di racconti affettivi. I secondi lo immaginano, lo prendono in prestito da guide turistiche, promozioni e propaganda, ne hanno sentito parlare, o letto, o visto.
Il luogo è anche carne e sangue, nascite e morti, lavoro, dolore, passioni, amore e odio, gioia e tristezza, sciagure e feste, matrimoni e funerali. Contiene anche posti brutti, disordinati, discariche, edifici in rovina, relitti, rifiuti e cani randagi, zecche infette, gatti rognosi, scippatori e puttane sedute su una sedia di plastica in un distributore abbandonato.
Il paesaggio è sempre lindo, curato, incontaminato, maestoso, rigoglioso, pittoresco, mozzafiato, incantato, incantevole, magico, fiabesco, panoramico, suggestivo, sublime e vero. Ha alberghi con i balconi fioriti, spumeggianti torrenti con “acqua azzurra acqua chiara”, arditi passaggi su facili roccette, deliziosi ristorantini, radure bucoliche, graziosi cerbiatti, candide cime, vergini nevai e ghiacci perenni.
Note
¹ Giacomo Leopardi, Operette morali, L’elogio degli uccelli, BUR RCS libri, Milano 1998, p. 231.