Giovedì 15 ottobre 2026
L’Appennino che resiste
 
Un cammino nelle terre del sisma
Scritto da: Andrea Mattei

A dieci anni dal terremoto del Centro Italia, Andrea Mattei percorre il Cammino nelle Terre Mutate, un itinerario solidale di 245 km da Fabriano a L'Aquila che attraversa Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. Il viaggio diventa un racconto dei territori feriti dal sisma e delle persone che hanno scelto di restare, intrecciando la bellezza dei paesaggi appenninici con le difficoltà della ricostruzione, lo spopolamento e l'abbandono delle aree interne. Attraverso le storie di chi resiste e ricostruisce, il libro riflette sul futuro possibile di comunità che continuano a custodire il proprio territorio nonostante le ferite ancora aperte.

Pubblichiamo un estratto di L'Appennino che resiste di Andrea Mattei, edito da Laterza. Ringraziamo l'editore e l'autore per la gentile concessione.



Abruzzo

In fondo, l’Italia è nata qui. Nel cuore della Penisola, al centro degli Appennini, in un lembo di pianura stretto tra il Gran Sasso, il massiccio della Maiella, il Sirente e il Velino, l’ossatura di questa landa immersa nel Mediterraneo. In Abruzzo, oltre duemila anni fa. 

Erano terre abitate da popoli guerrieri, contadini e pastori di indole combattente, ben poco inclini ai compromessi. Erano i Marsi, i Peligni, i Vestini, i Piceni, i Sanniti soprattutto, le intrepide genti dell’Appennino centrale; «popoli piccoli ma valorosissimi», li definiva Strabone, storico e geografo dell’epoca. Stanchi di lottare per Roma senza avere gli stessi diritti dei cittadini romani, si ribellarono. Iniziarono contro l’impero una disfida passata alla storia come Guerra Sociale (da socii, gli alleati), fondarono una nazione federale per opporsi a Roma e scelsero come capitale confederale Corfinio, un paese nel cuore della valle Peligna, poco più a sud di dove oggi riprendi il tuo cammino. Corfinio, grazie alla sua posizione strategica, in una piana ben protetta dai monti, divenne la capitale “italica” – «città comune a tutti gli italici al posto di Roma», scrive ancora Strabone. Qui questi piccoli popoli valorosissimi si unirono per costruire il loro sogno di libertà contro la prepotenza romana. Crearono le istituzioni, un Senato, una struttura amministrativa, magistrati simili ai consoli romani e coniarono nuove monete d’argento, a significare la loro indipendenza economica e politica, per pagare i soldati e per propaganda, diciamo per darsi un tono di fronte a Roma la dispotica. Su quelle monete, sulla faccia anteriore, viene scritta la parola “Italia”, per la prima volta nella storia. Sembra che il termine derivi dall’osco ‘viteliú’, cioè “terra dei vitelli, dei tori”, perché il toro era un animale sacro, simbolico. Non a caso su molte di queste monete, sull’altra faccia, era impressa l’immagine del toro italico che incorna la lupa romana, istantanea potentissima di un’idea politica di Italia come comunità dei popoli della Penisola. 

La storia finì male, come prevedibile, il sogno infranto da Lucio Cornelio Silla che operò un massacro dell’etnia sannita. Roma concesse la cittadinanza ottenendo in cambio la simbolica distruzione della capitale Corfinio. Ma è bello pensare a questa terra – ora che ti appresti a calpestarla – come quella che pronunciò, per la prima volta, la parola Italia, nata non come luogo di conquista ma come grido di libertà. 

«Vorrei essere libero, libero come un uomo, come un uomo appena nato, che ha di fronte solamente la natura, che cammina dentro a un bosco, con la gioia di seguire un’avventura». La musica talvolta ti accompagna. Niente cuffiette infilate nelle orecchie né cellulare sintonizzato su Spotify. L’unica melodia da ascoltare durante il cammino è quella del vento tra le fronde, delle foglie sotto i piedi, della pioggia che picchietta sulla mantella. Ma succede, a volte, che una canzone si infili nella testa e ti faccia compagnia lungo il sentiero. Un’associazione di idee, un panorama che risveglia un ritornello, un verso che risale dalla memoria o il ritmo dei passi che si associa al tempo di un brano. Così, queste faggete che attraversi e questa natura imponente che ti circonda aprono alla mente le porte di Giorgio Gaber: «Vorrei essere libero come un uomo, come un uomo che ha bisogno di spaziare, con la propria fantasia... Con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo». Camminare nelle foreste d’Appennino è anche questo, musica per le tue orecchie, una terapia per l’animo e per il corpo.

Vorrei essere libero, libero come un uomo, come un uomo appena nato, che ha di fronte solamente la natura, che cammina dentro a un bosco, con la gioia di seguire un’avventura

L’Abruzzo è aria, storia, l’inquietudine dei monti, il fascino dei boschi, l’angoscia per il lupo, l’incontro con le genti. Un universo popolato dall’orso marsicano e dal camoscio, dal cervo e il capriolo, dove puoi imbatterti nella volpe o veder volare l’aquila reale, il picchio e lo sparviero. È il cuore selvaggio d’Italia, la regione più verde d’Europa, con tre Parchi Nazionali (d’Abruzzo, del Gran Sasso-Laga e della Maiella), il Parco Regionale Sirente-Velino, oltre venti Riserve Naturali. Qui vive più del 70 per cento delle specie animali e vegetali di tutto il Vecchio Continente, un laboratorio di biodiversità e sviluppo sostenibile unico nel suo genere. 

Quando lasci Campotosto, direzione Mascioni, il lago diventa protagonista della tua giornata di cammino. Un bacino immenso, un tappeto d’acqua che si infila tra le montagne a perdita d’occhio, uno dei più vasti invasi artificiali d’Europa. Un’importante attrazione turistica (oltre che fonte di energia pulita) per queste terre, ma anche oggetto di polemiche e recriminazioni tra la gente di qui. Lo spazio oggi occupato dall’acqua era, fino agli anni Quaranta del secolo scorso, una pianura fertilissima, 1.400 ettari bagnati da sorgenti, torrenti e acquitrini, un territorio d’estate occupato da migliaia di capi di bestiame, terre da coltivare e pascoli per chilometri. «La pastorizia era la vera ricchezza di questi luoghi», ti racconta Domenico, che al termine della dodicesima tappa nelle Terre Mutate ti ospita nella sua locanda. «Mascioni era il paese con il più grande numero di pecore d’Italia, un borgo ricco e pieno di gente, la scuola elementare aveva 140 studenti, 35 solo in prima. Oggi c’è appena un bambino qui», la scuola resa inagibile dal terremoto è stata abbattuta, in paese giusto una quindicina di abitanti. La fine di quel tempo inizia nei primi anni del Novecento quando si avvia, da quella pianura, l’estrazione della torba, risorsa ambita, combustibile prezioso. Prelevata dal fondo della conca, veniva caricata sui pendii circostanti con una teleferica e poi portata fino all’Aquila, oggetto di un ricco commercio. Così, lì dove un tempo pascolavano pecore e bovini, arrivarono uomini a centinaia, macchinari rumorosi e cantieri a non finire. Quella terra pacifica e silenziosa divenne luogo di scontri anche violenti tra proprietari e lavoratori, dove scendeva l’acqua verso valle iniziò a scorrere sangue. L’acqua prese poi possesso di tutta l’area – sommergendo terre e diatribe – con la costruzione di tre enormi dighe che ancora oggi chiudono questo pezzo d’Abruzzo. E ogni volta che la terra trema – purtroppo spesso, come la storia insegna – torna la paura per quelle faglie che, sostiene la gente di qui, corrono proprio sotto il lago e le dighe. «Se ne parla, ma i geologi ci dicono che non c’è pericolo. Non so. L’unica cosa certa è che hanno ucciso il territorio», dice ancora Domenico, «le torbiere prima e il lago dopo hanno ammazzato l’economia locale e la gente ha cominciato ad andare via». 

Cammini, tra arbusti di rosa canina e cardi blu, in un continuo saliscendi che ti porta a bordo lago ad ascoltare lo sciabordio dell’acqua e poi più in quota ad ammirare lo stesso lago che, sinuoso e di un azzurro intenso, si intrufola tra i monti. Al colle di valle Bove tocchi quota 1.561 metri. Qui antiche faggete furono abbattute per fare spazio alle colture dei cereali. Poi, abbandonata quell’attività, si è cercato di ripristinare il bosco, impiantando ancora faggi, aceri, abeti, tigli. Sulla cima del monte Cardito si apre il panorama, il lago sotto i tuoi piedi e le cime più importanti dell’Appennino davanti, il profilo del Gran Sasso, i monti della Laga, lontani il Vettore e il Terminillo, si intravede anche la conca di Amatrice. Scendi fino a Poggio Cancelli dove la Fonte di San Giorgio ti permette di far rifornimento d’acqua. La piccola cappella all’ingresso del borgo è impacchettata tra travi di legno e funi d’acciaio, sopra il portale i Vigili del Fuoco hanno lasciato la loro insegna, ai lati è attaccato un grosso cuore rosso e uno striscione bianco: «Dalle crepe della terra nasce il coraggio, tra le macerie sboccia la speranza: questo paese risorge, come un fiore d’alta quota, nutrito dall’amore di chi non l’ha mai lasciato». La chiesa lì a fianco è grande, giace lassù in cima a una scalinata, impacchettata anch’essa, sulla facciata i segni trasversali della scossa, ferite lunghe e profonde che spaccano le mura.

Lì dove un tempo pascolavano pecore e bovini, arrivarono uomini a centinaia, macchinari rumorosi e cantieri a non finire. Quella terra pacifica e silenziosa divenne luogo di scontri anche violenti tra proprietari e lavoratori, dove scendeva l’acqua verso valle iniziò a scorrere sangue

Riprendi la salita, il sentiero si insinua tra due torrenti, a tratti ripido e impervio, poi più dolce. Raggiungi in fretta il valico dell’Abate, poi, in un intrico di ginestre, la strada spiana fino a sfiorare i 1.600 metri del pianoro sommitale di monte Mascioni. Qui bisogna fermarsi. È un luogo magico. Avvolto dal silenzio, immerso in una solitudine che quasi ti stordisce, volgi lo sguardo tutto intorno per ammirare, da questo monte quasi sconosciuto, il panorama più straordinario che si possa immaginare su un sentiero d’Abruzzo. A dominarlo, giù in basso, il lago di Campotosto, che osservi come fossi sul suo zenit. Hai ora un’immagine esatta della sua forma, distingui i due rami della “V” che dal blu intenso sfumano verso un azzurro chiaro, poi turchese infine cobalto man mano che le nuvole si rincorrono nel cielo e giocano a nascondino con il sole. Alzi lo sguardo per seguire il profilo dei monti, un’alternanza di crinali erbosi, vallate coperte di boschi, praterie d’alta quota, pareti rocciose. Neanche un paese né segni d’intervento umano per chilometri. Ti volti verso Nord per rivedere la terra che hai percorso nelle lunghe giornate di cammino. Vicine le vette dolci e arrotondate dei monti della Laga, che col Gorzano e la Cima Lepri sfiorano i 2.500 metri. La loro forma affusolata contrasta col resto dei massicci d’Appennino, così aspri e “duri” perché fatti soprattutto di calcari e dolomie. I monti della Laga sono frutto invece di antichissimi depositi marini, arenarie, marne e argille, rocce molto impermeabili che hanno generato un succedersi di ruscelli, torrenti, fiumi e cascate. Più lontano intuisci le Marche scorgendo il profilo dei Sibillini che si alza sopra la bruma. Da lì sei partito quasi due settimane fa. L’aria di quest’ora e di questa giornata perfetta è così tersa che a est il cielo azzurro si tuffa in un’altra tonalità appena più intensa: lì finisce la Penisola e inizia l’Adriatico. Sul lato opposto di questo panorama a 360 gradi c’è il Lazio, distingui bene il Terminillo e più in là le sagome dei monti del Reatino. L’Abruzzo si srotola invece tutto a sud, proprio davanti a te. A dominare il colpo d’occhio è naturalmente il Gran Sasso, il massiccio più alto d’Appennino con le sue quattro vette. 

Il Corno Grande s’alza severo verso i 3.000 metri con la sua mole di pura roccia, il fratello Piccolo lì accanto “paradiso incantato” degli alpinisti, poi l’enorme parete del monte Camicia e i pilastri del Pizzo d’Intermesoli. In mezzo a tutto ciò la distesa verde di Campo Imperatore, il Piccolo Tibet d’Italia dove il 12 settembre del 1943 atterrarono gli alianti tedeschi e i paracadutisti delle SS per liberare Mussolini dalla sua (breve) detenzione. L’Operazione Quercia, un raid spettacolare che cambiò le sorti dell’ultimo anno e mezzo della Seconda guerra mondiale. 

«Il Gran Sasso è un’altra cosa», scrive Stefano Ardito, che proprio al gigante del Sud ha dedicato il suo ultimo libro. «Straordinario monumento naturale, è stato a lungo il cuore della civiltà abruzzese della pastorizia e della lana, e quindi dell’economia della regione. Di briganti e pastori, di botanici e lupari, di sacerdoti pagani e di santi». Rimase incantato da queste lande anche Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, amante dell’Abruzzo nonché fondatore della città dell’Aquila. Fu lui a ribattezzare quell’immenso altopiano “Campo Imperatore”, a onorarlo di tale appellativo per celebrarne la sconfinata vastità e la bellezza, a omaggiarlo col suo stesso nome. Un’ondulata pianura lunare lunga 27 chilometri, quasi 80 chilometri quadrati (quanto l’intera città di Siena o tre volte l’isola del Giglio, per capirci) spianati intorno ai 2.000 metri di quota. In realtà, per gli abruzzesi quello era sempre stato “Campo Radduro”, nome antico che evocava la durezza della roccia e del clima proibitivo – fatto di venti gelidi e tempestosi – e il lavoro dell’aratro (ratru, nel dialetto locale), a richiamare le radici umili e faticose della pastorizia e dell’agricoltura d’alta quota che hanno caratterizzato per secoli il Gran Sasso. Da sempre, il Piccolo Tibet ha ospitato in estate centinaia di migliaia di pecore al pascolo.

Il Gran Sasso è un’altra cosa. Straordinario monumento naturale, è stato a lungo il cuore della civiltà abruzzese della pastorizia e della lana, e quindi dell’economia della regione. Di briganti e pastori, di botanici e lupari, di sacerdoti pagani e di santi

Da qui prendevano il via, direzione Sud, i tratturi, quelle “autostrade erbose” percorse nei secoli dai pastori per accompagnare moltitudini di ovini verso le terre calde del Tavoliere delle Puglie. Era l’epico rito della transumanza. Si partiva entro settembre, al massimo i primi di ottobre. Otto camicie, otto paia di calzettoni, otto maglie, qualche paia di pantaloni: le donne preparavano per gli uomini vestiti e biancheria necessari per otto mesi. Mariti e figli portavano ago e filo per mettere qualche toppa, se necessario. «Partenza dolorosa, vita cara, chissà domanasséera ’ddo me trove, me trove alla pianucce de Pescare, e ’lloche me facce nu piande amare». Pianti amari durante il lungo viaggio, settimane per arrivare in Puglia, giornate piene solo di cammino e natura selvaggia, notti passate sotto le stelle, negli stazzi improvvisati, protetti soltanto dal grande ombrello dei pastori. Chi aveva molti capi percorreva anche 40 chilometri ogni giorno, chi possedeva piccole greggi preferiva farne solo 15 così da far pascolare per più tempo le pecore lungo il tratturo, dove l’erba non costava niente, e risparmiare sui pascoli del foggiano. Cibo povero e sempre uguale per i pastori. Fette di pane bollite in acqua salata e poi condite con un po’ d’olio, oppure la paniccia, pane bagnato col siero del latte, cipolle e cicoria, verso la Puglia il cardone crudo, che lì abbondava. 

Tra fine maggio e inizio giugno, l’attesa del ritorno dei pastori e delle greggi. «A Sand’Andonie, chi non ha remenute, o s’ha morte o s’ha perdute», a Sant’Antonio – il 13 giugno – chi non è tornato o è morto o s’è perduto. Le donne – impazienti e preoccupate – andavano spesso a piedi incontro ai mariti e ai figli, camminando in certi casi fino al Molise. Il giorno del ritorno, si fermava il gregge fuori del paese, sul terreno d’un contadino disponibile, per passare la notte prima di risalire in montagna. Quella sera, tutto il latte che si mungeva veniva distribuito: una parte andava al padrone della terra, il resto era per donne e bambini. Giugno era anche il tempo dei matrimoni. I pastori si sposavano sempre d’estate, appena tornati dalle Puglie. Dopo il matrimonio potevano rimanere con la moglie per otto giorni, poi dovevano tornare su in montagna... 

È la solita storia degli ultimi, degli oppressi eternamente sfruttati da un padrone, da un regime, dalla Storia. La dignitosa sofferenza delle vittime sacrificali di ingiustizie sociali, manipolazioni, violenze. È la storia dei cafoni cantati da Silone: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito». L’ultimo gradino della società. 

Sulle orme di questi popoli poveri ed emarginati, sui passi di vite fatte di miseria, coraggio e sacrificio, ti rimetti in cammino. Lasci la terrazza affacciata sull’Appennino e la sua storia e scendi verso Mascioni tra boschi di pioppi, aceri montani e ciliegi. Locanda Mausonium di Domenico, unico presidio di un borgo abbandonato, ti aspetta con una zuppa di lenticchie e un letto caldo per la notte, la penultima nelle Terre Mutate. 

Ti svegli riposato ed è un bene, perché la tappa numero 13 del tuo Cammino sfiora i 25 chilometri, con oltre 600 metri di dislivello positivo e più di 800 negativo, e contando gli oltre 200 chilometri già messi nelle gambe si prospetta come una delle più impegnative di questo viaggio. Ma non è la fatica a spaventarti quanto la sensazione di un’avventura che si avvicina alla sua conclusione. Due settimane di immersione totale in una Natura magica, due settimane – soprattutto – di incontri con gente straordinaria, comunità resistenti che fanno dell’attaccamento (nonostante tutto) alla loro terra una ragione di vita: sai già che tutto questo ti mancherà, sai già che non sarà facile lasciarsi tutto dietro le spalle.


Foto di eleonora su Unsplash

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