Le aree interne e le montagne italiane stanno vivendo una nuova centralità. Attraverso il caso di tre valli appenniniche, il libro racconta come comunità, cooperative, associazioni e imprese stiano rigenerando patrimoni, servizi e forme di economia locale, costruendo nuove possibilità di abitare e produrre valore. Il Progetto Patrania mostra una montagna capace di elaborare forme autonome di sviluppo e di governance, fondate sull’intreccio tra saperi, risorse, istituzioni e comunità.
Pubblichiamo un estratto di Quando la rete crea futuro. Costruire alleanze territoriali per crescere, a cura di Filippo Barbera e Antonio De Rossi, edito da Donzelli Editore. Ringraziamo gli autori e la casa editrice per la gentile concessione.
La Patrania come caso-tipo delle aree interne appenniniche
Nel più generale quadro di quella «nuova centralità della montagna» emersa dal Convegno di Camaldoli organizzato dalla Società dei territorialisti/e l’8-9 novembre 2019¹, che ha sancito la profonda mutazione culturale e di immaginari in atto in relazione alla percezione delle aree interne e montane del paese, uno spazio di rilievo è occupato dalle recenti di-namiche che concernono il territorio appenninico. Se sulle Alpi le pratiche rigenerative e di neopopolamento rappresen-tano una realtà oramai consolidata – il sempre citato caso di Ostana in Valle Po ha avvio nel lontano 1985 – l’Appennino sembra aver intrapreso percorsi di questa natura in tempi più prossimi, dopo una lunga fase in cui hanno predominato essenzialmente progettualità e logiche di valorizzazione delle risorse storico-culturali a fini innanzitutto identitari e turistici (Di Cosmo 2025). Per fare qualche esemplificazione, la cooperativa di comunità I Briganti di Cerreto sull’Appennino reggiano, che tra le prime si pone la questione non solo della valorizzazione ma anche di nuove forme di sviluppo locale e di rilancio dell’abitabilità dei luoghi, nasce nel 2003, mentre il progetto rigenerativo di Castel del Giudice in Molise, di cui si parlerà in seguito, davvero precoce per le valenze di ricostruzione delle dimensioni economiche e sociali del territorio, ha inizio intorno al 2000.
Nel grande caleidoscopio di differenze e specificità locali rappresentato dall’Appennino, rispetto al quale non casualmente si è sovente usata la metafora di uno spazio arcipelago, da tempo tra gli studiosi delle aree interne lo spazio montano delle cosiddette «quattro province» (Genova, Alessandria, Pavia, Piacenza) rappresenta un caso emblematico. Un territorio profondamente infrastrutturato già a partire dalle dinamiche demografiche espansive dell’XI-XII secolo, che fino alle soglie della modernizzazione integra in uno specifico progetto insediativo le logiche di attraversamento e congiunzione tra Mediterraneo e Valle padana e le ragioni di sussistenza e abitabilità delle popolazioni locali, e in cui le valli e le montagne appenniniche costituiscono il cuore e il collante dell’intero sistema. La modernità novecentesca, con le sue inedite infrastrutture veicolari e ferroviarie, con la pianurizzazione delle infrastrutture produttive, e soprattutto con l’imposizione di nuovi confini esprimenti le nuove logiche amministrative e di governo dei territori, trasformerà questo spazio strategicamente importante in una sorta di grande retro, un immenso spazio bianco progressivamente svuotato di senso e di abitanti. Non è un caso ovviamente isolato: per rimanere in territorio ligure, stesso destino, ma aggravato dall’imposizione di un nuovo confine tra nazioni, è quello che subisce la Terra Brigasca raccolta intorno al Monte Saccarello, spazio unitario decisivo per gli scambi tra mare, Provenza e Piemonte per di-versi secoli, e oggi praticamente desertificato.
Nel grande caleidoscopio di differenze e specificità locali rappresentato dall’Appennino, rispetto al quale non casualmente si è sovente usata la metafora di uno spazio arcipelago, da tempo tra gli studiosi delle aree interne lo spazio montano delle cosiddette «quattro province» rappresenta un caso emblematico
È evidente che questi spazi, nel quadro odierno di quella che Edgar Morin definì negli anni novanta policrisi, pongono al paese e alla contemporaneità sfide difficilissime ma oggi sempre più cruciali. Se il riconoscimento di queste aree sotto il profilo ecologico e ambientale è tema consolidato – e qui si veda il ruolo giocato dal Parco naturale regionale dell’Antola – se le valenze patrimoniali, culturali, escursionistiche, turistiche sono oggetti di una visione sempre più condivisa che trova riscontro in plurime progettualità, ben altra portata ha l’interrogarsi su che cosa significhi riabitare questi luoghi, che hanno problematiche di abbandono, morfologia e accessibilità territoriale, nonché di rarefazione dei più naturali presidî sovente assai più complesse di molte aree alpine. Come rimettere al lavoro questi spazi? E chi sono i soggetti di questo progetto? Quali forme di abitare – stabili, intermittenti, stagionali ecc. – si possono immaginare? E quali sono le diverse scale progettuali di riferimento, i sistemi di cooperazione e di alleanze da attivare? Sotto questo profilo il Progetto Patrania rappresenta un banco di prova per nulla scontato rispetto al tema delle aree interne e montane.
Il patrimonio materiale e immateriale come risorsa strategica: architettura, paesaggio, saperi
La scelta intenzionale del termine Patrania costituisce già una prima risposta a queste domande e un indizio importante. Nel suo richiamarsi all’antica denominazione di queste montagne prefigura configurazioni e meccanismi di funzionamento territoriale che vogliono porsi in modo differente rispetto alle tradizionali modalità amministrative e di determinazione delle policies che hanno generato la margina-lità dell’ultimo secolo. I patrimoni materiali e immateriali, i savoir faire dei luoghi, rappresentano il primo e più naturale punto di leva per provare a riscostruire un senso, visioni e progettualità a territori svuotati di ogni cosa. L’atto dell’inventario risponde a tre necessità e logiche fondamentali. La prima è di rassicurazione e di incoraggiamento: è l’opporre un senso di «pienezza» rispetto alla percezione diffusa e comune di vuoto, tramite la definizione di un insieme patrimoniale. La seconda è la ricostruzione di una dimensione valoriale, in primis in termini di valori simbolici e culturali e poi successivamente d’uso e di mercato, di quanto aveva perso qualunque valore: borghi, campi, infrastrutturazioni agricole, boschi, acque, manufatti storico-artistici. La terza è la più complessa e difficile, e non sempre le comunità la colgono e la perseguono (e qui sta la differenza tra percorsi di valorizzazione e di rigenerazione): stabilito l’inventario patrimoniale, riconferito a esso un valore, si tratta di utilizzarlo come punto di partenza per pratiche di edificazione dell’abitabilità (spazi collettivi e comunitari, servizi di welfare, abitazioni) e di ricostruzione della dimensione produttiva del territorio, senza fermarsi al patrimonio stesso. Sovente il fine dell’azione progettuale è invece la sola valorizzazione e riattivazione dei patrimoni, pensando che ciò sia sufficiente – secondo una visione che è stata dominante negli ultimi decenni – per rimettere al lavoro un luogo e una comunità.
Edificazioni che non solo conferiscono spessore e consistenza ai mille fili e alle mille reti vicine e lontane, metromontane, che i processi rigenerativi innescano, ma che hanno il potere di istituire la (nuova) comunità, sacralizzandola, conferendole forma, determinandone rituali e valenze simboliche
L’esperienza del Progetto Patrania nelle sue varie articolazioni (la Casa del castagno in Val Brevenna, la libreria di montagna di Ca’ di Gianchi a Pentema, il progetto Una barca nel bosco a Garbarino ecc.) segna da questo punto di vista un interessante passaggio da pratiche di valorizzazione a progetti intenzionali di rigenerazione e ricostruzione dell’abitabilità, a partire dalla condivisione e messa in rete di saperi e competenze. In diversi percorsi rigenerativi di punta (Ostana, Gagliano Aterno, Castel del Giudice, Dossena ecc.) si ritrova il tema di come il progetto fisico possa rappresentare un’istanza importante per dare consistenza e profondità alle pratiche di riattivazione. Giovanni Teneggi, che si è prodigato sull’intero territorio italiano per diffondere il tema delle nuove cooperative di comunità, parla di pietre che si sovrappongono l’una all’altra, nell’atto «costruttivo e intenzionale» di un gruppo di persone, come di «architetture istituenti» (De Rossi - Mascino 2026).
Edificazioni che non solo conferiscono spessore e consistenza ai mille fili e alle mille reti vicine e lontane, metromontane, che i processi rigenerativi innescano, ma che hanno il potere di istituire la (nuova) comunità, sacralizzandola, conferendole forma, determinandone rituali e valenze simboliche. Costruiscono radure dove potersi riunire, dialogare, pensare e realizzare nuovi progetti di valenza collettiva. Non sempre questo avviene: sovente lo spazio resta una mera traduzione funzionale – una sorta di derivata seconda – delle istanze del processo rigenerativo. Altra cosa è invece quando persone e cose (case) interagiscono modificando vicendevolmente la propria fisionomia. La rigenerazione di Ostana certo esisterebbe anche senza il centro culturale Lou Pourtoun, ma è questo spazio – vera e propria chiesa sacra e laica – che celebra il rito della rinascita, configurandola e strutturandola, dandole un volto. Perché la «spazialità della rigenerazione» non solo deve avere i tratti necessari della contemporaneità, ma deve anche saper esprimere e rappresentare uno scarto e una discontinuità rispetto alla storia del luogo, mentre troppo spesso si pensa che siano sufficienti le pratiche d’uso a caratterizzare i processi e che anzi in un paese, in un’area interna e montana, la fisicità e l’immagine delle cose debbano essere il più possibile in continuità con quanto preesisteva.
Oggi – come si evince dalle tante esperienze e sperimentazioni in atto sulle montagne italiane, ma anche nei territori metropolitani – il tema degli spazi culturali e di welfare per le comunità locali e territoriali non può più essere confinato solamente a una dimensione (difensiva) di organizzazione ed erogazione di servizi, ma deve diventare sempre di più un vettore attivo dei percorsi di rivitalizzazione e rigenerazione. Le infrastrutture culturali, i servizi di supporto alle persone e alle famiglie, le strutture formative e per l’infanzia, le attività connesse alla salute e al welfare, l’housing sociale a sostegno dei processi di neopopolamento, ma anche gli spazi di coworking e gli incubatori di nuove economie locali, le strutture commerciali necessarie all’abitabilità dei luoghi, visti quindi non solo in un’ottica di garanzia e offerta di fondamentali servizi di cittadinanza, ma soprattutto come «dispositivi di innovazione sociale e generativi» di nuove forme di socialità, economie, culture, competenze tecnico-amministrative. È un cambio di punto di vista, misurabile come si diceva nelle sperimentazioni in atto, che può essere davvero rilevante. Luoghi che non solo offrono servizi, ma che «attivano e producono» nuove forme di fare comunità, di welfare, di imprenditorialità, di conoscenza e di saperi territoriali. Spazi eccentrici, ibridi, fuori dalla tradizionale dialettica tra centri e periferie. E che soprattutto possono funzionare da straordinari acceleratori e moltiplicatori dei processi di rigenerazione.
Note
¹ https://www.societadeiterritorialisti.it/2020/04/12/manifesto-di-camaldoli/.
Altri contenuti correlati
Articoli correlati
Articolo
Il paesaggio come luogo stratificato di sguardi
Articolo
Quella delle biblioteche
Articolo
Bertram Niessen di cheFare a ArtLab Novara
Articolo
Da caso di spopolamento a modello nazionale