Giovedì 03 settembre 2026
Il rovesciamento di visione sulle aree interne e montane
 
Pratiche rigenerative e neopopolamento
Scritto da: Antonio De Rossi

Le aree interne sono una delle questioni più problematiche e urgenti in Italia. Rappresentano oltre il 60% del territorio e sono abitate da più del 20% dell'intera popolazione del paese; custodiscono la biodiversità, i parchi nazionali e un immenso patrimonio culturale. Eppure, sono soggette a un drastico declino demografico: i giovani se ne vanno, i residenti invecchiano e ci sono sempre meno nati. Le cause dello spopolamento sono molte, complesse e interconnesse, ma tra queste ha un ruolo enorme l'assenza – e lo smantellamento – di servizi essenziali come scuole, sanità e trasporti, che trasforma una marginalità geografica in una questione tutta sociale e politica. Allo stesso tempo, le aree interne sono una frontiera dell’immaginario: luoghi in cui lo spopolamento apre domande radicali sul modo in cui abitiamo, produciamo e costruiamo comunità. La rubrica Ritorno al futuro delle aree interne si pone domande sui territori lontani dai grandi centri per indagare politiche, progetti e strategie. Un viaggio dentro un’Italia in trasformazione, alla ricerca di nuovi modi di abitare i margini per trasformarli – forse – in luoghi di futuro.


Sebbene non sia ancora possibile tracciare dei bilanci ponderati e scientifici, vista la chiusura recente, l’esperienza chiaroscurale del PNRR in rapporto alle aree interne e montane e ai piccoli paesi consente di fare alcune riflessioni. 

Per chi ha avuto la possibilità di osservare da vicino percorsi come quelli relativi al cosiddetto Bando Borghi (linea A, B e C per un valore complessivo di quasi un miliardo e duecento milioni di euro), che hanno costituito una progettualità specifica – a parte pochi casi – per le piccole realtà periferiche, è evidente la fatica progettuale, procedurale e realizzativa, con conseguenti ricadute sugli esiti (e talvolta non esiti) finali.

Da questo punto di vista il PNRR ha rappresentato una straordinaria cartina di tornasole per osservare tutti i limiti della macchina pubblica nel suo articolarsi alle varie scale, dopo decenni di politiche di progressivo svuotamento di competenze e capacità di ingaggio delle piccole amministrazioni locali. La presa di consapevolezza dell’impossibilità di riuscire a portare avanti progetti con segretari comunali e tecnici a scavalco su più comuni rappresenta un potente controracconto nei confronti di una narrazione pervasiva e di lunga durata fondata sull’inutilità e gli sprechi del settore pubblico. I casi di rigenerazione di successo nelle aree interne e montane italiane mostrano infatti il ruolo decisivo del pubblico nel riattivare luoghi a fallimento di mercato, privi oramai di qualunque servizio e attività economica, creando le condizioni per il ritorno degli attori privati e del terzo settore.

La consapevolezza della valenza strategica del pubblico nella riattivazione di economie e servizi in territori a fallimento di mercato va di pari passo con un rovesciamento di visione sulle aree interne e montane. Non più mero sfondo paesaggistico passivo e playground di politiche di patrimonializzazione e valorizzazione turistica sovente esogene e estrattive, questo 60% del territorio italiano, che tra l’altro contiene la gran parte degli 11 milioni di ettari di superficie boscata esistente, è di fatto spazio laboratoriale per pensare a nuove forme di economia in interazione coevolutiva – soprattutto in contesto di cambiamento climatico – con la dimensione ambientale.

Se quindi il presidio pubblico delle piccole realtà è un diritto di cittadinanza, le (rinnovate) competenze tecnico-amministrative sono un obbligo per una visione di sviluppo delle aree interne e montane in cui il tema delle tecnologie appropriate appare acquisire valore centrale. Tecnologie appropriate e situate – in contrapposizione alla tradizionale idea di trasferimento tecnologico – nell’idea non solo di pertinenza e di adattabilità ai contesti, di sostenibilità ecologica e economica, ma proprio di loro concettualizzazione, elaborazione e sviluppo all’interno dei territori. Dove del resto sperimentare concretamente, per fare un’esemplificazione, nuove tecniche agricole e di aménagement geomorfologico in relazione al cambiamento climatico e al rapido innalzamento dei paesaggi determinato dal gradiente termico verticale?

Tecnologie appropriate e situate – in contrapposizione alla tradizionale idea di trasferimento tecnologico – nell’idea non solo di pertinenza e di adattabilità ai contesti, di sostenibilità ecologica e economica, ma proprio di loro concettualizzazione, elaborazione e sviluppo all’interno dei territori

Un esempio che faccio sempre è quello del land austriaco del Vorarlberg, dove negli ultimi tre decenni è stata data vita a un’ampia azione sistemica di ripensamento della risorsa forestale, che ha portato alla produzione di una nuova architettura sostenibile in legno, all’introduzione sul territorio di nuove tecnologie, competenze e centri di ricerca, favorendo il mantenimento dei giovani in loco e una migliore gestione del bosco e del paesaggio. Un altro esempio, ma al negativo, è quello del successo degli arrosticini abruzzesi, su cui la politica – ne ha scritto recentemente l’antropologo Raffaele Spadano – ha voluto puntare in chiave essenzialmente turistica, mentre la carne per la produzione arriva quasi totalmente dall’estero: un successo che interpretato in altro modo potrebbe garantire economie e ripopolamento delle montagne dell’Abruzzo. 

Assumere come orizzonte una visione dove le aree interne e montane ritornano a essere non solo territorio dalle valenze produttive, ma spazio di elaborazione e produzione di competenze pertinenti, significa interrogarsi su quanto è stato fatto finora in questa direzione. La lunga stagione del decentramento universitario avvenuta a cavallo del passaggio di secolo, tranne alcune eccezioni, è stata quasi sempre una traslazione e riproduzione dei saperi del centro nelle periferie. E la fase di sperimentazione, molte volte dal basso, di pratiche rigenerative e di neopopolamento che le Alpi e gli Appennini stanno vivendo ha al proprio centro decisivi percorsi di innovazione sociale che però rischiano di rimanere slegati da visioni di sviluppo e di nuove economie. Servono luoghi strutturati di convergenza tra università e centri di ricerca, attori territoriali pubblici, soggetti privati e del terzo settore.

È quello che sta tentando di fare il comune molisano di Castel del Giudice, linea A regionale del Bando Borghi ricordato in apertura. L’esperienza maturata in questi anni con la collaborazione di quattro sedi universitarie (Politecnico di Torino, Università del Molise, de L’Aquila e de La Sapienza di Roma) e altri soggetti sta portando alla creazione di una Fondazione di Partecipazione ETS, la quale ha l’ambizione di configurarsi come un vero e proprio Centro di competenza a supporto dei processi rigenerativi dell’Appennino centrale. Tra le esperienze da portare in dote alla Fondazione di Partecipazione c’è ad esempio il tema degli espropri del patrimonio abitativo abbandonato, permesso normativamente dall’esistenza di una Società Urbana di Trasformazione (STU), che ha consentito di superare il problema della frammentazione proprietaria e la realizzazione di un vero e proprio common. La STU ha inoltre permesso di affidare direttamente i lavori, superando quindi quella criticità di tempi determinata da gare e ricorsi che ha rappresentato una delle principali problematiche del Bando Borghi. Tra l’altro l’esperienza di Castel del Giudice in tema di espropri sta creando giurisprudenza, a riprova dell’importanza dei percorsi di innovazione amministrativa nei progetti di rigenerazione delle aree interne e montane.

Assumere come orizzonte una visione dove le aree interne e montane ritornano a essere non solo territorio dalle valenze produttive, ma spazio di elaborazione e produzione di competenze pertinenti

Questo tema dei Centri di competenza si intreccia con quello della formazione. È possibile pensare di colmare il deficit di competenze tecnico-amministrative delle aree interne attraverso la creazione di percorsi formativi sperimentali, radicati nel funzionamento quotidiano dei comuni, per permettere agli enti locali di gestire i finanziamenti e di elaborare progetti? Al di là della Fondazione di Partecipazione di Castel del Giudice, un caso di successo in questo senso è la Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio (STEP) – volutamente fortemente dalla Provincia autonoma di Trento – della Trentino School of Management. La STEP organizza corsi di formazione, workshop, conferenze, seminari per amministratori locali, tecnici della pubblica amministrazione, progettisti, operatori, portando nel contesto trentino saperi esperti nazionali e internazionali. Al di là delle valenze formative, la STEP è quindi uno spazio che mette in interazione l’interno con l’esterno, e che favorisce attraverso l’incontro di tutte le figure che operano sul territorio il dialogo e la costruzione di visioni e immaginari collettivi, rendendo parlabili anche le criticità. Un caso quello di STEP che purtroppo costituisce un unicum in Italia.

È chiaro che Centri di competenze e infrastrutture per la formazione rimandano automaticamente a una dimensione territoriale delle progettualità, che nell’attuale quadro frammentato e diversificato a livello nazionale e regionale rappresentano una forte criticità. La prima stagione della Strategia nazionale per le Aree interne, come anche le attuali Green communities, pur con tutte le loro fragilità costituiscono la strada corretta da seguire, in un paese che continua a preferire politiche incentrate sui singoli piccoli comuni.


Per un primo bilancio sulla stagione del PNRR si consiglia il volume a cura di Laura Fregolent, Territorializzare il PNRR in Piemonte, Lombardia, Venero, Un atlante, IUAV 2026.

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