Venerdì 28 novembre 2025
Partecipazione: alleanze e collaborazione
 
Un’intersezione fra valori e interessi

Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.

La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.


Con questo articolo apriamo la pubblicazione dei 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.




Diciamolo tutto d’un fiato. Nel pieno di una forte dinamica autoritaria, frutto della sfiducia diffusa nella capacità della democrazia di affrontare la complessità, la sola strada per togliere terra sotto i piedi all’autoritarismo è realizzare alleanze fra persone organizzate e di buona volontà che mostrino, nei fatti, che la democrazia fondata sulla partecipazione diffusa alla vita collettiva è la sola a risolvere la complessità in modo collaborativo, giusto e anche tempestivo.


Partecipazione è a un tempo fine e strumento. È fine, perché prender parte al disegno e all’attuazione dell’organizzazione sociale è una delle dimensioni sostanziali della nostra libertà, del “pieno sviluppo della persona umana” che la Costituzione chiede a ognuna e ognuno di noi di tutelare. È strumento, perché consente e promuove il confronto pubblico e il conflitto. Ognuno, ognuna, di noi ha i propri valori e interessi, diversi, anche assai diversi: la partecipazione di ogni persona – di qualunque ceto, genere, origine – al processo difficile con cui prender decisioni politiche sulla nostra vita in società è la strada per trovare un’intersezione fra tali valori e interessi. Sia nelle assemblee rappresentative, sia in ogni spazio territoriale di confronto. È grazie alla partecipazione – e al confronto, anche assai acceso, a cui ha dato vita nelle piazze e nei palazzi – che l’Italia ha compiuto gli straordinari avanzamenti sociali ed economici del trentennio postbellico. Possiamo riuscirci di nuovo. Che tratti devono avere partecipazione e confronto per produrre davvero collaborazione e soluzioni robuste, giuste e condivise? Ce lo indicano con chiarezza sia la pratica, sia l’analisi teorica (prima di tutto l’Amartya Sen di L’Idea di Giustizia).

Il confronto deve essere acceso, a indicare che ogni persona, ogni diversità, deve avere opportunità e sprone a dire la sua, con forza, in modo da essere ascoltata. Deve essere aperto, perché nel valorizzare ogni valore e sapere locale bisogna lasciare che essi siano messi a repentaglio da valori alternativi e da saperi esterni o globali. Deve essere informato, perché ogni opinione necessita sempre di essere seguita dal riferimento a informazioni e dati che tutte e tutti possano verificare. E, infine, deve essere ragionevole, a indicare che le argomentazioni con cui partecipiamo al confronto non devono essere solo internamente logiche e coerenti – diciamo, razionali. Esse devono anche tener conto dei valori e degli interessi diversi delle altre persone partecipanti. Bisogna rendere criticabili i propri pur forti convincimenti. Bisogna sviluppare la capacità di ascoltare prima di parlare, di comprendere come le altre persone ragionano. È questo che consente di penetrare gli schemi mentali e introdurre dubbi, aprire finestre, evocare punti di contatto. E di permettere che ciò avvenga in noi stessi.


Se partecipazione e confronto hanno questi tratti, diventa possibile maturare decisioni condivise, non necessariamente unanimi ma chiaramente prevalenti.

Si arriverà a un punto di caduta perché alcune persone saranno state convinte a cambiare opinione. O perché sapranno individuare intersezioni fra opinioni diverse, ossia passi parziali considerati positivi da persone con pur diverse opinioni. Un’opportuna miopia che, come argomenta Sen, ci consenta di privilegiare il miglioramento ottenuto grazie al compromesso, pur rinunciando “per ora” al traguardo finale.

Ritroviamo anche oggi questo metodo in molte esperienze produttive e sociali del paese. È ciò che ci incoraggia e ci dà speranza collettiva in tempi bui. Ma non basta. La somma di quelle esperienze non fa un cambiamento di sistema. Perché ci sono mille altri luoghi dove ciò non avviene e dove si producono sacche o bacini di arretratezza. E perché il metodo e i contenuti di quelle esperienze non sono ascoltate dal sistema, nel disegnare regole, leggi, investimenti.

Ecco allora i passi indietro del paese, l’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali, di accesso ai servizi universali, di riconoscimento. E poi la rabbia e il risentimento.

Il confronto deve essere acceso, a indicare che ogni persona, ogni diversità, deve avere opportunità e sprone a dire la sua, con forza, in modo da essere ascoltata

E quindi la tentazione della dinamica autoritaria. A questo punto, è legittimo chiedersi: “Cosa possono fare le ‘persone di buona volontà’ per portare quel metodo e i suoi esiti dentro il sistema?”. O meglio: “Cosa possono fare le associazioni, le reti, i movimenti in cui quelle persone agiscono?”.

È evidente che, in democrazia, solo una rivitalizzazione dei partiti può offrire il veicolo solido per questo passaggio. Ma intanto – o forse per far sì che ciò accada – c’è molto lavoro da fare. Occorre che chiunque sia parte di esperienze dove si costruiscono soluzioni attraverso processi partecipati superi il proprio particolare e dedichi un pezzo del proprio tempo a costruire alleanze, a cavallo di territori e di settori di azione, per dare forma ai mattoni di un cambiamento sistemico. Se la tua battaglia è in primo luogo ambientale, devi interrogarti sugli effetti sociali delle proposte che fai o delle azioni che realizzi e dialogare, apprendere e influenzare le associazioni che a quegli obiettivi sociali si dedicano.


E viceversa. Se stai costruendo un patto educativo territoriale, che ha già il pregio di sconfinare dalla scuola per affrontare tutte le dimensioni di vita di una ragazza in “povertà educativa”, devi ricercare relazioni, e confrontarti, e dare e ricevere, con altri e altre che nel paese sono al lavoro con un metodo simile al tuo. Se stai difendendo il tuo posto di lavoro in una fabbrica sarai ben più forte se costruirai dialogo e alleanza con chi nel territorio di quella fabbrica vive e magari ne subisce le ricadute ambientali, mirando a trovare un obiettivo comune. E poi, in ognuno di questi e altri casi, si tratta di ricercare la convergenza su vertenze nazionali comuni che facciano intravedere a tutti e tutte alternative possibili.


Queste alleanze devono misurarsi con la dimensione del potere: se non costruisci rapporti di forza strutturati, perdi. Da tempo è cresciuta una resistenza diffusa a parlare e ragionare di organizzazione e di leadership, in una cornice che Nick Srnicek chiama folk politics: la feticizzazione dell’estemporaneità e del locale. La strada delle alleanze richiede, invece, la costruzione di organizzazioni che siano stabili, ma non ingessate; porose, ma fonte di certezze; capaci di attuare i quattro requisiti canonici della partecipazione, ma anche di riconoscere l’importanza della leadership e, così facendo, di costruirne con saggezza il ricambio. Dedichiamo dunque a questo, con più convinzione, le nostre forze.




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