“Con la Mayday inizia quel ciclo di narrazione sul fatto che i precari possono organizzarsi nei posti di lavoro, si può lottare nella precarietà, si può porre questa condizione al centro del dibattito politico e culturale” (CS, M, Collettivo Acrobax)
Volgere lo sguardo al passato può confluire in un esercizio intellettuale nostalgico e fine a se stesso o rappresentare l’occasione per ripensare il nostro presente in relazione a quelle esperienze sociali e politiche che hanno costruito alternative in uno spazio-tempo distante dal nostro. Ripercorrere i momenti in cui sono emerse quelle rotture dentro il fluire del quotidiano, senza elogiare acriticamente tali esperienze, ma riconoscendo le conseguenze che hanno prodotto nell’ordine delle cose, a partire dall’immaginazione di pratiche che hanno saputo cogliere le trasformazioni del tempo in cui sono state pensate e agite, può diventare un esercizio stimolante e utile al nostro presente.
In questo quadro può essere riletto il primo maggio dei precari e delle precarie, la Mayday Parade milanese: esperienza politica di rottura dell’esistente, presa di parola dei precari e delle precarie che nella parata del primo maggio da singoli frammentati diventano voce collettiva, una voce che si costruisce dentro e in relazione alla giornata di mobilitazione.