Martedì 01 giugno 2021
«Le donne portano avanti i piccoli paesi, ma qui la misoginia è una tradizione»: Anna Rizzo, l’antropologa dei margini
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Non riuscirei mai a lavorare e vivere in un paese perché ho bisogno di stimoli. E mi dispiace dirlo, ma nei paesi, a meno che non ho come vicini di casa Dacia Maraini ed Ettore Scola non mi sentirei stimolata. Esistono delle perle rare, ma so bene, che nei paesi la figura dell’intellettuale o dello studioso, a meno che non sia diventato un professore universitario o sia famoso, è considerata una figura bizzarra e strana, che nutre un sentimento di superiorità. Magari chiusa sempre a studiare o leggere, isolata ed evitante. Che non frequenta la piazza o i bar, che dice cose inafferrabili, insomma, che vive nel suo mondo.
Vivere in un paese e fare un lavoro intellettuale è uno stillicidio o un suicidio sociale. Il divario culturale è profondo. Soprattutto se sei donna. Una donna che argomenta, che prende la parola o risponde in maniera critica è definita sfrontata. Una professionista che come me che va al bar, si muove da sola, va il ristorante è da vessare e insultare pubblicamente. Denigrandola perché sembra in vacanza e anche loro possono lavorare così. La ferocia verbale e fisica che si vive e che vivono le donne nei paesi è raggelante. Non penso nemmeno che sia un argomento tabù. E’ uno stato di opposizione e di conflitto aperto, che nasce nelle famiglie, viene distillato tra i parenti e rappresentato nelle piazze.
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