Prima di ogni cosa. Per un futuro Crip, edito da Sossella Editore, è un carteggio, uno scambio di pensieri, rabbie e pratiche di vicendevole sostegno. Il libro accompagna il processo creativo di due produzioni dell'artista Chiara Bersani Michel-The Animals I Am e Left Behind. Una raccolta di riflessioni sull'abilismo, l'accessibilità e la precarietà nel campo delle arti performative attraverso le prospettive incarnate dell'artista Chiara Bersani, la ricercatrice Flavia Dalila D'Amico e la drammaturga e manager Giulia Traversi.
Con la lente crip il testo smonta il mito dell’autonomia, il culto della produttività e la retorica dell’efficienza. Un dialogo che con passione tenta di riscrivere i parametri dominanti e apre lo spazio per una forma diversa di nominare il mondo: un’altra idea di corpo, di cura, di futuro.
Di seguito, pubblichiamo il capitolo, a cura di Flavia Dalila D'Amico, La teoria ha il peso dei fatti. Ringraziamo le autrici e l'editore per la gentile concessione.
9 maggio 2025
Treno Milano-Roma
Ritornare ai fatti. Ho trascorso gli ultimi giorni in una conferenza internazionale dedicata al rapporto tra teatro (teatri) e disabilità. Per la prima volta mi trovo con altre persone “esperte” a livello internazionale di Disability Studies. Inizialmente elettrizzata di potermi confrontare su temi poco frequentati in Italia, mi sono poi trovata in un mondo per un verso molto affine, per altri alieno. Lo sguardo e le prospettive sull’accessibilità e le disabilità in scena erano aggiornate, anti-abiliste, complesse, a tempo con gli studi più recenti di Teoria Crip¹ che intreccia, in ottica intersezionale, l’analisi dei sistemi oppressivi che penalizzano differenti gruppi marginalizzati e la rivendicazione della potenza generativa dell’identità crip nella critica anticapitalista.
Qualcosa però mi ha trascinata in un’inquietudine che odora di stantio: il metodo estrattivo. Teorie aggiornate, maneggiate con metodologie stanche: sgrassare la carne, distillarla per punti, sintetizzare, schematizzare, astrarre i casi studio in teoria. Nel mondo del pensiero è di pensiero che si parla. Nessuno degli interventi intacca la pelle, il sudore, le politiche culturali, le normative, tutto è riportato alle estetiche, ai modelli rappresentativi, ai concetti. Ma qual è l’origine di quelle estetiche, di quei concetti, di quegli spettacoli, se non le esperienze incarnate che li hanno generati? Sento il bisogno di ripartire dai fatti. Riportare la teoria ai fatti significa interrogare le pareti abrasive entro cui i fenomeni avvengono, prendono forma e vengono percepiti. Una performance può essere uno dei tanti fatti, o esito di fatti, che sento di poter prendere in considerazione. Mi interessa maggiormente capire da dove è nata, in quale sistema di credenza, da quale apparato produttivo, a maggior ragione se è interlacciata in qualche modo con una o più disabilità.
Riportare la teoria ai fatti significa interrogare le pareti abrasive entro cui i fenomeni avvengono, prendono forma e vengono percepiti
Sono stata invitata alla conferenza in quanto “esperta” di disabilità in scena. Mi chiedo: si può essere esperte di vite altrui? È la domanda che mi tormenta da quando ho deciso di abbracciare la lotta anti-abilista. La domanda si biforca in due strade fluide e straripanti l’una nell’altra: chi può parlare per le persone con disabilità? Ma è anche più ampia: si può diventare esperte sulla pelle di altre persone? Scrivere questa o quella monografia sul sudore di vite che non conosciamo? Si può tirare avanti una carriera scrivendo sui percorsi artistici di qualcun’altra? Rovistando tra gli scambi epistolari, i contratti, le foto, i ricordi personali? Le ultime domande sono state fatte prima di me. L’attivista e teorica Carla Lonzi definisce l’impasse in cui mi trovo come “la violenza epistemologica dell’osservazione”², a cui risponde con il rifiuto delle gerarchie interpretative in favore del dialogo e dell’ascolto.
"Ricostruire l’iter di un individuo è difficile, ma facilmente ipotizzabile in maniera astratta: la realtà è che la cultura genericamente passa attraverso le università, gli incontri importanti, gli avvenimenti politici e sociali ecc., ma c’è un margine che sfugge a questo determinismo e che si rivela con un certo imbarazzo dalle interviste, dalle memorie, dalle conversazioni e che coglie, ancora alla lontana sia pure, quel fatto complesso che è una vocazione artistica, una propensione spirituale. Per cui la mia riserva è nel timore di un’astratteria un po’ accademica. In un certo senso preferisco un atteggiamento un po’ più cronachistico, meno in super-visione, l’attacco scientifico lo vedo piuttosto nell’analisi del linguaggio" ³.
Seguendo Lonzi che rinuncia alla sua postura da critica d’arte per lasciare spazio all’ascolto, faccio in modo che le mie parole siano il frutto di un dialogo continuo con Chiara Bersani e Giulia Traversi, un dialogo in cui non esiste una subalternità, ma è dall’incontro delle nostre tre visioni che nascono bolle di discorsi, sospese nel dubbio, difficilmente poggiate su certezze. Certo però è innegabile che questi discorsi gravitino attorno al lavoro di Chiara che spesso si infrange sul suo corpo, mischiando soggetti e predicati. Ecco allora il prurito che avverto a parlare di qualcosa che non provo. Chi può parlare di disabilità?
Questa domanda attraversa e permea la mia relazione con Chiara e Giulia. Insieme ci siamo date tante risposte, diverse a seconda dei momenti. Ogni giorno impariamo insieme a scioglierla, perché ogni giorno è diversa la circostanza che fa apparire lecito o meno prendere parola o stare in silenzio. Abbiamo capito che l’alleanza è una pratica e come ogni pratica va allenata e se serve reinventata. Che la modalità in cui ci sentiamo maggiormente a nostro agio si poggia sull’interdipendenza, perché alleanza senza reciproco sostegno è assistenza, alleanza senza capacità di mettersi da parte e interrogare il proprio privilegio è paternalismo.
Sono stata invitata alla conferenza in quanto “esperta” di disabilità in scena. Mi chiedo: si può essere esperte di vite altrui?
Potessi rispondere in linea generale direi che dal momento che sento di avere un corpo, precario, debole, suscettibile agli sbalzi ormonali, innestato a traumi e ferite, non rivendicare spazi e tempi accessibili mi appare impossibile. Essere corpo mi spinge a non poter considerare le disabilità come “oggetto” dei miei studi, ma parte integrante della mia esperienza. Non ipotesi, ma certezza. Attenzione! Non sto dicendo che siamo tutti disabili o lo diventeremo, questo edulcorerebbe la complessità delle contingenze, delle normative, delle segregazioni, dei minority stress, che accompagnano la quotidianità delle persone con disabilità. Non è di appropriazione che sto parlando. Sto dicendo che guardare attraverso la lente prismatica della disabilità mi aiuta a sentirmi un corpo, fatto di carne, ossa, liquidi e aria, molto più complesso e delicato di quella macchina invincibile e performante che la società abilista mi chiede di essere.
Tuttavia, guardare alla disabilità solo sotto questo aspetto significherebbe considerarla una condizione di fragilità che merita di essere attenzionata perché prima o poi ci toccherà. Una prospettiva buonista e opportunista, insomma. La disabilità come sinonimo di fragilità è un costrutto culturale che non mi stimola, mi interessano piuttosto le politiche che regolano, organizzano e disciplinano chi può essere fragile e chi no, quando si può essere fragili e quando no, chi può partecipare alla vita sociale e chi no.
Le disabilità sono un fatto di interdipendenza. Un fatto sì, perché accadono a ogni istante in maniera differente a seconda dei contesti e delle relazioni che le circondano. Guardare alle relazioni e ai contesti con le lenti della disabilità mi aiuta a capire che è semplicemente ingenuo pensarsi autonoma e indipendente. Che non saper chiedere aiuto, non socializzare i problemi, oltre che abilista è un effetto del neoliberismo. Mi preme quindi rivendicare la disabilità come metodo, come strumento di lotta al capitalismo. Più precisamente la domanda che mi rivolgo non è se sia legittimo o meno parlare di disabilità, perché non è di una esperienza che non incarno che vorrei parlare, ma di diritti ed ecosistemi poco plastici e permeabili. Fare ricerca in arti performative significa (almeno per me) attenzionare i corpi, capire come stanno, non solo cosa fanno. La salute di quei corpi non è rivelata da bollettini medici, ma da dispositivi storici, culturali, sociali, geografici, legislativi.
Guardare attraverso la lente della disabilità mi aiuta a sentirmi un corpo, fatto di carne, ossa, liquidi e aria, molto più complesso e delicato di quella macchina invincibile e performante che la società abilista mi chiede di essere
Questi dispositivi sono i miei fatti, non le vite altrui, ma le transenne che vi si affastellano attorno, per disciplinare spazi attraversabili e luoghi inaccessibili. Transenne che potrei essere io stessa a mettere e spostare.
Adottare la disabilità come metodo significa riconoscerne l’esperienza sociale e politica, creare alleanze tra soggettività marginalizzate, aggirare il regno del dato per scontato e domandarsi: chi manca in questa sala, su quel palco o tra le fila di un corteo? Perché? Leggere un testo è una pratica accessibile per chi? Scriverlo su carta chi esclude? Quella font cool è leggibile? Gli applausi scroscianti fanno male a qualcuna? E la luce stroboscopica? Il buio in sala crea disagio? Chi è comodo su quelle sedie strette l’una all’altra? Gli scalini davanti ai camerini vanno bene? La larghezza dell’ascensore lascia passare una sedia a rotelle? Il bagno accessibile a che piano è? Quanto dista dalla sala prove? Se parlo al buio o di spalle, sono sicura di starmi rivolgendo a tutte le persone in questa stanza? Se gesticolo per spiegare un concetto, cosa arriva a chi non vede? La comunità sorda è a conoscenza che l’incontro avrà l’interpretariato in LIS? La metafora è davvero esplicativa? L’ascensore della metro più vicina è funzionante? Perché una famiglia dovrebbe avere fiducia nel mio laboratorio aperto a corpi non conformi? È possibile spostare online la riunione? L’application può essere inviata solo via pec? È accessibile l’ambiente pec? I colori del sito? I contrasti del flyer? Posso prenderti il braccio per accompagnarti all’uscita? È abbastanza il tempo tra la fine dello spettacolo e il talk subito dopo? Passeggiare in natura rilassa tutti i corpi? A quale disabilità si sta pensando quando viene riservato un posto in platea? La rampa sul retro è escludente? Sollevarti è l’unico modo possibile per farti lavorare in questo spazio? Qual è la soglia di reddito che non puoi superare per non rinunciare alla pensione? Quindi non puoi lavorare in maniera intermittente se poi ti ritrovi senza sussidi né buste paga quando la tournée finisce? A quali tutele rinunci per lavorare in teatro? Riesci a lavorare in autonomia? Chi ti aiuta durante una tournée? Chi paga il tuo interprete LIS? Chi paga il tuo assistente? Il tuo respiratore può salire sull’aereo? Quanto tempo serve per caricarne la batteria? Hai abbastanza tempo per ricaricarla prima delle prove? Per quanto tempo riesci a respirare senza? Come ci si sente a sentirsi dire “tu non puoi”, “non ti aspettavamo”, “lo spazio non è attrezzato per te”?
Queste sono alcune delle domande che vorrei farmi, i fatti di cui vorrei scrivere, ovvero le pratiche attraverso cui vengono modellati dei confini tra umano e non umano, materia e discorso, tecnologie e corpi, presente e assente, giusto o sbagliato. Leggere la società attraverso la lente della disabilità significa adottare un termometro che ci informa sulla salute della nostra democrazia, di cui i palcoscenici spesso sono testimoni.
Note
¹ La Teoria Crip e i Disability Studies differiscono per orientamento e obiettivo: mentre i Disability Studies si soffermano sulla lettura delle prospettive culturali e delle barriere che modellano e orientano l’esperienza disabile, la teoria crip ha un approccio intersezionale ed è maggiormente disposta a esplorare i potenziali rischi e le esclusioni delle politiche identitarie, pur riconoscendo contemporaneamente il ruolo generativo che l’identità ha svolto nel movimento per i diritti delle persone con disabilità. Cfr. Robert McRuer, Crip Times: Disability, Globalization and Resistance, New York University Press, New York 2018; Mara Mills, Rebecca Sanchez, Crip Authorship. Disability as a method, New York University Press, New York 2023.
²Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, La Tartaruga, Bologna 2024, p. 64.
³Lettera manoscritta di Carla Lonzi a Marisa Volpi, Milano 29 dicembre 1959. Cfr. Laura Iamurri, Un margine che sfugge. Carla Lonzi e l’arte in Italia 1955-1970, Quodlibet Studio, Macerata 2016, pp. 79-81.