Per rinunciare a una parte del salario in cambio di senso, occorre poterselo permettere. Il lavoratore che ha rendite famigliari, abitazione di proprietà, reti di sicurezza intergenerazionali, può accettare uno scambio parzialmente non monetario. Il lavoratore che deve pagare un mutuo o un affitto da solo, sostenere figli, restituire prestiti per lo studio, no. Con gli attuali livelli di remunerazione e riconoscimento sociale, impegnarsi professionalmente nel Terzo settore sarà sempre di più un'opzione per pochi?
Il Terzo settore storicamente attira candidati di qualità superiore al livello salariale che è in grado di offrire. Alte qualificazioni formali, alta motivazione, proattività e bassi salari. Oggi questa dinamica mostra la corda e sembra non più sostenibile. La narrazione corrente descrive il fenomeno come problema di attrattività: quali sono le caratteristiche del lavoro che il Terzo settore deve offrire per garantire la continuità dei propri organici? Davvero è un settore con eccesso di offerta di lavoro qualificata o sovra-qualificata, che continua a pagare i propri lavoratori sotto valore per un’asimmetria di mercato? Forse in parte sì, ma non dappertutto allo stesso modo: il Terzo settore non è un comparto omogeneo, e il meccanismo che produce il differenziale salariale opera in modi diversi dentro categorie di organizzazioni diverse.
Nei servizi sociali, sanitari ed educativi, gli operatori del Terzo settore, solitamente le cooperative sociali di tipo A, operano in larga parte come fornitori della pubblica amministrazione — comuni, Asl Asst, ambiti sociali, Psz — che nei fatti è un committente unico. È monopsonio di concentrazione: chi fornisce un servizio non ha alternative reali a cui rivolgersi. La PA fissa le tariffe attraverso bandi e gare, e quelle tariffe sono insufficienti a remunerare correttamente il lavoro. Le cooperative A che si aggiudicano le commesse hanno una barriera strutturale alla crescita salariale: non possono pagare meglio, anche quando vogliono, perché il margine non c’è. Le coop A non hanno potere negoziale autonomo con il proprio cliente. E le grandi ong i brand più conosciuti delle attività benefiche, oppure le Fondazioni operative con grandi patrimoni? Per loro lo scenario è diverso.