Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-RISE Marcello Balbo, Adriano Cancellieri, Ezio Micelli e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School), Paolo Venturi (AICCON) e Flaviano Zandonai (Euricse) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.
La crisi dei regimi democratici non riguarda solo le istituzioni politiche in senso stretto (partiti, assemblee parlamentari, ecc.), ma investe anche altri attori sociali ed economici, in particolare quelli che pur essendo di natura privatistica operano per il perseguimento di finalità pubbliche e mutualistiche (terzo settore, cooperazione, ecc.). È quasi un paradosso se è vero che si moltiplicano i segnali dell’avvento di un nuovo paradigma dove a prevalere è l’interesse generale che viene riconosciuto e praticato non tanto ex lege ma a partire dal riuso di sistemi di regolazione e meccanismi di scambio di natura collaborativa. O forse non è un paradosso nella misura in cui a mutare sono le condizioni base a livello socioeconomico e culturale, ovvero gli ingredienti per definire un nuovo contratto sociale in una fase post ideologica dove lo spettro dei bisogni tende a ricomporsi intorno a meta concetti come sostenibilità e innovazione sociale che fanno da cornice per coalizioni temporanee a misura di obiettivo. Non è un caso che negli ultimi anni si siano moltiplicati i tentativi di costruire modelli di governance multiattoriale, soprattutto su scala locale: sempre meno sperimentazioni ancillari e sempre più modalità di programmazione strategica, produzione congiunta e distribuzione di risorse per cofinanziare l’offerta di beni di interesse collettivo.
Un percorso che richiede ulteriori approfondimenti guardando alle forme giuridico - organizzative, come dimostra l’utilizzo creativo delle fondazioni di partecipazione per la regolazione e gestione del welfare, della cultura e delle infrastrutture. Fondazioni che con la riforma del terzo settore si candidano ad assumere un ruolo guida come veicolo di ibridazione tra pubblico e privato. La rigenerazione sociale è un epicentro di questo campo istituente. Ad alimentare queste pratiche sono processi dal basso che rappresentano una domanda di spazi da riconvertire a nuove forme d’uso collettivo disintermediando i classici passaggi della società civile organizzata: riscoprono il valore dell’informale o rigenerano le stesse forme giuridiche, come la capacità della cooperazione di mutualizzare l’interfaccia (touch point) tra domanda e offerta. D’altro canto si evidenzia un processo top down che riguarda l’offerta di beni immobili da parte di istituzioni pubbliche e private, animate dalla necessità di rimettere in circolo asset altrimenti incagliati e dall'obiettivo di produrre valore autenticamente condiviso con la cittadinanza. Pena il rischio di essere additati come organizzazioni estrattive piuttosto che come costruttori di coesione.
"Il salto di qualità consiste nel passaggio dalla delega di competenze e fornitura in outsourcing all’affermazione di modelli di co-gestione nell’alveo dei beni comuni."
Dall’incrocio tra questi due potenti processi ci si aspetterebbe un mezzanino in termini di organizzazione e governance in grado di contemperare policy making e capacità gestionale. Un salto di qualità paradigmatico che risolve il trade off tra efficienza e partecipazione allargata. Nella maggior parte dei casi a predominare sono però modelli dove le componenti della governance sono separate: tavoli allargati di programmazione, soggetti gestori per la produzione di servizi e pratiche soft per la partecipazione. A ricombinare tutto questo sono team o singoli professionisti impegnati in funzioni di gestione e sviluppo di comunità. Sono figure centrali e insieme periferiche: attivano le coalizioni dal basso, ma non ne fanno parte; disegnano e gestiscono servizi ma non come prestazioni; siedono ai tavoli della governance senza detenere golden share. Sono ruoli che definiscono il carattere imprenditivo di chi oggi fa community management e organizing, agendo su un triplice versante: nelle organizzazioni di facility management dove la componente community diventa fattore di cambiamento, nella capacità di elaborare feedback competenti per evitare derive autoreferenziali e nell’accompagnamento alla costituzione di coalizioni capaci di esprimere una leadership aperta e inclusiva.
Immagine di copertina: ph. Ian Deng da Unsplash
Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-RISE Marcello Balbo, Adriano Cancellieri, Ezio Micelli e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School), Paolo Venturi (AICCON) e Flaviano Zandonai (Euricse) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.