Martedì 05 maggio 2026
Farmacologia, performance e controllo
 
Gestire il dolore per sopportare il lavoro
Scritto da: Gabriele Drago

Diverse aziende negli Stati Uniti hanno iniziato a includere per i loro dipendenti la terapia assistita dalla ketamina nei trattamenti sanitari coperti da pacchetti assicurativi. Enthea¹, l’ente americano di somministrazione del farmaco, conferma come la ketamina migliora lo stato d’animo, riduce i pensieri negativi e si sta rivelando tra le migliori soluzioni per la cura della depressione. 

L’uso della ketamina mostra come il lavoratore si senta più coinvolto nelle dinamiche produttive, è più felice e con questi trattamenti si è notata una riduzione drastica del turnover. L'entusiasmo per l'uso delle droghe nelle aziende americane è dunque condiviso sia dai dirigenti sia dai lavoratori. In un'intervista alla CNN, Elon Musk ha per esempio dichiarato che l'uso della ketamina lo aiuta a superare i momenti di depressione, specificando che gli investitori dovrebbero essere felici se prende la ketamina. Poiché, dice Musk “ciò che conta dal punto di vista di Wall Street è l’esecuzione, quindi se c’è qualcosa che sto prendendo, dovrei continuare a prenderlo”.² 

Al di là di Musk, il quale non ha certamente bisogno di tutele aziendali, i lavoratori coinvolti in questi trattamenti non fanno più affidamento a risorse di welfare e diritti che li tutelino dal superlavoro, ma ripongono la loro fiducia su interventi medici, cognitivi o farmaceutici, legati a attività assicurative private che l’azienda fornisce come strumenti per un loro reintegro funzionale. Il dolore psichico dovuto alle pressioni produttive, anziché venire usato come elemento di trasformazione del contesto lavorativo, viene sepolto con droghe e farmaci o con metodi comportamentali somministrati nei corsi di formazione, come nei ritiri di mindfullness per il business. È chiaro però che interventi del genere, invece di affrontare le cause reali e strutturali del disagio legato al lavoro, si concentrano sui sintomi individuali, privatizzando la sofferenza e adattando il lavoratore alla produzione anche attraverso l'uso controllato di droghe e farmaci.

Nella volontà di una crescita continua del lavoratore, che si considera egli stesso azienda, il lavoratore usa i metodi e i mezzi forniti dal sistema stesso, per soddisfare il proprio bisogno di ottimizzazione e liberarsi da tutto ciò che ostacola la sua evoluzione performativa, senza accorgersi che in questo processo la sua guarigione è subordinata al potenziamento del sistema produttivo che usa la salute del lavoratore come fonte di energia. Per superare i limiti della produzione e della performance, il lavoratore vuole e deve mettere a tacere i sintomi provenienti da un eccesso di produttività, con i farmaci, con l’allenamento fisico e mentale.

Il lavoratore usa i metodi e i mezzi forniti dal sistema stesso, per soddisfare il proprio bisogno di ottimizzazione e liberarsi da tutto ciò che ostacola la sua evoluzione performativa, senza accorgersi che in questo processo la sua guarigione è subordinata al potenziamento del sistema produttivo

L’emergenza nel trovare una pacificazione immediata è però dovuta a necessità produttive, per le quali è necessario ridurre conflitti e frizioni relazionali, piuttosto al benessere psichico del lavoratore. Il lavoratore deve trovare dei rimedi che lo facciano lavorare con il minimo sforzo possibile, attraverso espedienti comportamentali come la regolazione la respirazione, la correzione della postura e dell’atteggiamento o con soluzioni farmaceutiche come ansiolitici e droghe capaci di generare uno spazio di decompressione interno a sé stesso per operare senza fatica, sviluppando anzi resilienza e creatività.

Il sintomo, però, è il fenomeno emergente di un intero sistema sottostante che non funziona. Per questo non dovrebbe essere messo a tacere con i farmaci o con interventi puramente comportamentali, ma deve essere esplorato nella sua dimensione semiologica. Lo si dovrebbe ascoltare, osservare e interpretare, in modo da far venire a galla l’intero intreccio delle condizioni politiche, economiche, produttive, culturali e organizzative che lo hanno generato. Questo approccio richiede ovviamente delle tempistiche non adatte alla velocità del sistema produttivo. Il sorgere del dolore e la relativa consapevolezza che ne scaturisce, devono dunque essere in qualche modo impediti stimolando l’automazione comportamentale inconscia e soffocando l’errore, la malattia, il disagio con soluzioni comportamentali o farmacologici più efficienti. 

Come sostiene Cristopher Bollas, “il processo di esplorazione del mondo interiore e di utilizzo del pensiero riflessivo per svelare i conflitti inconsci è chiaramente troppo lento: potrebbe persino rivelarsi un ostacolo. Quella che si pone come un’epoca di risoluzione dei problemi appare, di fatto, incline a ridurre la dimensione umana.³ Se prima il sistema lavorativo tendeva a infliggere sofferenza fisica al lavoratore, per esempio attraverso la costrizione e la regolamentazione di spazi, corpi e tempi di lavoro, oggi prova a estirpare completamente il dolore, offrendo al lavoratore soluzioni comportamentali e farmacologiche con le quali ottimizzare e liberare la sua performance. Il dolore psichico, anziché venire usato come elemento di consapevolezza sistemica e di trasformazione delle proprie condizioni di vita, viene sepolto con rimedi che riparano la superficie per tornare subito produttivi. 

Il lavoro non ha perso dunque i suoi connotati coercitivi ma la violenza che esprime è più sottile rispetto a quella delle catene, della fabbrica, del cartellino, e perciò è più accettabile, anzi, desiderabile. Probabilmente il lavoratore giungerà pure a ottenere una maggiore agency e a trovare una pacificazione tra l’interno e l’esterno, ma continuerà a navigare nel torbido e ad arredare il tunnel piuttosto che a uscirne. La leggerezza con la quale oggi vengono somministrate, diffuse e sostenute le applicazioni farmacologiche e psicologiche per far fronte a ogni tipo di disagio sembra non tenere in considerazione che gli interventi psicologici e farmacologici sono operazioni medico/sanitarie.

Il lavoro non ha perso i suoi connotati coercitivi ma la violenza che esprime è più sottile rispetto a quella delle catene, della fabbrica, del cartellino, e perciò è più accettabile, anzi, desiderabile

L’immediata patologizzazione e la conseguente farmacologizzazione, anche di quelle dimensioni fisiologiche “naturali” come per esempio la stanchezza, la diffusione sempre più massiccia di vitamine e integratori, consentono un recupero più rapido per reintegrare la funzione produttiva del soggetto lavoratore nel sistema lavorativo, garantendone una accelerazione performativa, soprattutto quando il lavoratore sta per esaurire le risorse energetiche di cui dispone rispetto alla richiesta della produzione. In questo modo il soggetto lavoratore risulta più efficiente, evitando quei rallentamenti che sarebbero necessari a un decorso naturale del trauma o dello stress. 

Con il controllo medico della psiche è inoltre più facile circoscrivere il comportamento all’interno di modelli interpretativi del sintomo, consentendone una migliore gestione. Il sistema medico lavora insieme a quello tecnico e per ogni comportamento reputato disfunzionale è pronto ad associare un intervento farmaceutico o comportamentale, senza considerare che l’elaborazione dei traumi ha un tempo più o meno lungo per ogni persona e che la stanchezza non è una malattia, ma la risposta fisiologica a una attività intensa e prolungata che richiede riposo, non soluzioni farmaceutiche o psicologiche che tendono a non considerarla.

Questo imperativo della cura di sé in relazione alla performance, proviene piuttosto da un sentimento di insufficienza. La patologizzazione fa leva su un desiderio performativo del soggetto lavoratore. In relazione all’immagine di eccellenza che popola la mente del lavoratore, il lavoratore stesso vive una condizione di minorità per la quale sente di avere in ogni caso qualcosa che non va e dunque ha il dovere di migliorare. La stanchezza o l’esaurimento nervoso, sono percepiti come sintomi di una inadeguatezza personale piuttosto che una disfunzione del sistema produttivo. Dunque, invece di guardare più ampiamente alle cause sistemiche che generano disagio, cerca di trovare dentro sé stesso l’origine del malessere. 

Il sistema produttivo, supportato da una retorica dell’ottimizzazione di sé, costruita anche sulla base di un insieme di narrazioni sul merito e sull’eccellenza individuale, persuade il soggetto che la responsabilità del suo stato di salute e del successo lavorativo dipendono solo da lui, non dal sistema in cui è inserito. Dunque i disagi vissuti in prima persona diventano fenomeni inaccettabili per la sua immagine di potenza. Il lavoratore si ritiene infatti insufficiente a superare i limiti della produttività quotidiana che si impone autonomamente e in linea con le richieste produttive o in relazione agli obiettivi che popolano un immaginario sostenuto dalla retorica performativa. Se si sente sovraccaricato dal troppo lavoro o da richieste superiori alle sue aspettative o alle sue energie, deve trovare dentro si sé la soluzione per affrontarle, senza mettere in discussione l’inadeguato carico di operazioni che lo sovrastano. Perciò assistiamo a una riduzione del conflitto sociale e a un aumento del conflitto interiore, unito a una minore resilienza nei confronti dello stress o di eventi traumatici e all’incapacità di elaborazione riparativa spontanea che faccia appello prima di tutto a quelle risorse “naturali” con le quali l’umanità ha potuto far fronte per millenni ai propri drammi. La rabbia e l’insoddisfazione non sono agite verso l’esterno, cioè verso un sistema lavorativo, sociale, economico e politico che sfrutta la libertà di produrre del lavoratore per alimentare sé stesso, ma sono dirette verso l’interno del soggetto, che obbligandosi ad agire per assolvere l’imperativo della produttività, non ci riesce.

La stanchezza o l’esaurimento nervoso, sono percepiti come sintomi di una inadeguatezza personale piuttosto che una disfunzione del sistema produttivo. Dunque, invece di guardare più ampiamente alle cause sistemiche che generano disagio, cerca di trovare dentro sé stesso l’origine del malessere

La proliferazione di mental coach e life coach o di rimedi sintetici è dovuta a questa esigenza di soddisfare un desiderio superproduttivo del lavoratore, scaturito dal suo costante sentimento di insufficienza. Nonostante uno stato di salute del tutto normale per sostenerne i ritmi lavorativi nella misura adeguata, il lavoratore si rivolge al mental coach o allo psicologo, allo spacciatore e allo psichiatra non perché sta male o perché abbia particolari scompensi neurobiologici o comportamentali, ma perché non sta abbastanza bene da assolvere le richieste performative. Richieste che innanzitutto vuole da sé stesso e attraverso le quali il sistema produttivo si nutre. Per questo il soggetto è ben disposto ad assumere farmaci o a sottoporsi ad analisi, perché in ogni caso reputa sé stesso non all’altezza del compito. È dunque il lavoratore stesso che per assolvere ai principi di performatività si controlla, si attiva, assume farmaci o pose comportamentali che lo aiutano a dare il meglio anche quando non ce la fa. 

L’intelligenza del disegno consiste nel fatto che l’ottimizzazione farmacologica e comportamentale è un desiderio del soggetto stesso, il quale si impegna per stare bene e per essere più produttivo, credendosi l’unico responsabile della sua salute fisica e mentale o della riuscita della sua carriera lavorativa, senza capire che le cause del suo malessere o dei suoi insuccessi sono il fenomeno emergente di una complessità storica, economica, politica e organizzativa le cui tensioni convergono nella sua mente, generando frustrazione, ansia, depressione, disagio esistenziale e burn out. Qui non si tratta di essere di essere contrari o favorevoli all’uso di qualunque espediente neurocomportamentale pur di migliorare la salute di tutti. Si tratta solo di indagare un fenomeno che conferma la logica del lavoro nelle società contemporanee, quella cioè di un individuo che usa gli espedienti forniti dal sistema per risolvere i problemi creati dal sistema stesso, il quale al contempo sfrutta il desiderio di guarigione dell'individuo, che ha contribuito a far ammalare, per aumentare la propria efficienza e continuare a produrre vincolando il lavoratore a un principio di performance.



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