Le città di tutto il mondo fondano la propria esistenza sulla crescita; tuttavia, tale crescita è divenuta, per usare l’espressione di Herman Daly, antieconomica, poiché i suoi costi — entro e oltre i confini urbani — superano di gran lunga i benefici che produce.
Le città post-crescita sono città capaci di prosperare senza crescita, rispondendo in modo equo ai bisogni della popolazione senza oltrepassare la propria quota dei limiti planetari. Una visione urbana post-crescita implica la costruzione di modelli che permettano di soddisfare i bisogni collettivi in equilibrio con le risorse ecologiche disponibili; in questa prospettiva si presentano sette linee guida, di orientamento politico, destinate alle città che intendono intraprendere una transizione post-crescita. Si sostiene che le città debbano limitare la finanziarizzazione dei propri beni, socializzare le infrastrutture e gli spazi fondamentali, ridistribuire il reddito e garantire l’accesso universale ai servizi, disaccoppiando così il benessere umano dalla crescita economica e spezzando la dipendenza delle città e delle amministrazioni urbane dal paradigma della crescita.
Le economie occidentali attraversano una fase di crescita antieconomica: i costi derivanti da un’ulteriore espansione del prodotto interno lordo (PIL) superano di gran lunga i benefici (Daly, 2014), determinando un superamento dei limiti ecologici e persino il rischio di un collasso globale qualora tale crescita non venga contenuta (Rees, 2022). Nei paesi ad alto reddito, la crescita non contribuisce più ad accrescere il benessere (Daly, 2014), ed è impossibile per queste economie continuare a espandersi riducendo al contempo le proprie emissioni con la rapidità necessaria a evitare il collasso climatico (Vogel e Hickel, 2023).
Peggio ancora, il perseguimento della crescita a dispetto dei limiti che la realtà impone finisce per giustificare privatizzazioni, erosione delle tutele del lavoro e smantellamento dei sistemi di welfare, accrescendo le disuguaglianze e rendendo i beni e i servizi essenziali inaccessibili anche in paesi formalmente ricchi (Kallis et al., 2020).
Già negli anni Settanta, nelle città statunitensi, i costi della crescita urbana — congestione, inquinamento, aumento dei costi dei servizi pubblici — superavano i vantaggi (Molotch, 1976). Tuttavia, potenti coalizioni composte da imprenditori edilizi, istituti bancari, quotidiani locali e consulenti gestivano le amministrazioni cittadine come macchine della crescita, assicurandosi profitti privati a scapito della collettività, e persuadendo i cittadini che la crescita fosse nell’interesse comune (Jonas e Wilson, 1999; Molotch, 1993). La crescita antieconomica, infatti, può continuare — per quanto onerosa — fintanto che interessi potenti riescono a trarne profitto e a trasferirne i costi sul resto della società (Daly, 2014).
Riprendendo la visione di Daly delle economie in stato stazionario — economie in cui l’uso delle risorse è stabilizzato in modo equo su livelli molto inferiori e lo sviluppo è di natura qualitativa, non quantitativa —, la ricerca contemporanea parla oggi di post-crescita: una prosperità senza crescita, entro i limiti planetari (Kallis et al., 2025). L’interesse verso un urbanesimo post-crescita e una pianificazione urbana post-crescita è in aumento (Kaika et al., 2023; Savini et al., 2022), sia per le preoccupazioni legate al clima, sia perché molte città sono ormai costrette a operare in assenza di crescita (Schindler, 2016). Gli insediamenti urbani rappresentano punti nevralgici per tradurre la post-crescita in pratiche spaziali quotidiane; i decisori politici, a tutti i livelli, considerano le città come laboratori di sperimentazioneper soluzioni alla crisi ambientale (Kaika et al., 2023).
Tuttavia, le soluzioni promosse dalle principali istituzioni restano inserite nel paradigma della “crescita verde” e dell’“eco-modernizzazione”, fondato su approcci tecnocratici e manageriali (Kaika et al., 2023). Questi interventi si concentrano spesso su misure marginali — come l’efficientamento energetico degli edifici pubblici, l’aumento degli spazi verdi o i sistemi di traffico “intelligenti” — che finiscono per accentuare le disuguaglianze sociali e i processi di espulsione urbana (Anguelovski et al., 2019; Rees, 2022).
In questo contesto proponiamo un quadro alternativo, quello di una post-crescita urbana, ispirato alle prescrizioni di Herman Daly per un’economia in stato stazionario, che ponevano l’accento su riforme fiscali, limiti al reddito, limiti alle risorse e limiti alla circolazione monetaria (Daly, 2013).
Il nostro approccio politico si fonda su tre principi guida (sezione 2), dai quali derivano sette direzioni di politica pubblica capaci di innescare trasformazioni sistemiche (sezione 3). Concludiamo riconoscendo i limiti della nostra proposta e illustrando la teoria del cambiamento che la sostiene (sezione 4).
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