Lunedì 08 giugno 2026
La ferita dell’accesso
 
Sulla partecipazione giovanile con il premio GenP
Scritto da: Claudio Paolucci

Negli ultimi decenni si è registrato un progressivo calo della presenza giovanile all’interno delle organizzazioni del Terzo Settore. Questo fenomeno sembra essere influenzato principalmente dall’invecchiamento generale della popolazione e dalla crescente diffusione di forme di volontariato informale, spesso legate a cause specifiche come l’ambiente e i diritti civili, e praticate al di fuori delle organizzazioni tradizionali.  

Questa rubrica è nata dalla collaborazione tra Acri  Associazione delle Fondazioni di origine bancaria e cheFare per approfondire il tema della partecipazione giovanile e raccontare il premio GenP – giovani che partecipano dedicato alle organizzazioni del Terzo Settore che promuovono il protagonismo giovanile, coinvolgendo under 35 nei propri organi di amministrazione e nella progettazione e realizzazione delle proprie attività. Apre la rubrica Claudio Paolucci

Ricordo che nel 2018 andai a Milano per lavoro e sia la stazione che la metropolitana erano tappezzate di manifesti di Sfera Ebbasta: denti d’oro, capelli color mogano e pellicciotto rosa. Siccome non sapevo chi fosse Sfera Ebbasta, cercai su Wikipedia e lessi che il suo disco Rockstar era, sulle piattaforme digitali, “il disco più ascoltato della storia della musica italiana”. E che l’età media di chi ascolta la trap e lo fa sulle piattaforme digitali era grosso modo tra i 12 e i 16 anni. Mi parve l’occasione perfetta per colmare un po’ la mia ignoranza e passai diverso tempo ad ascoltare quel disco. All’epoca, la cosa che mi stupì era trovare una musica giovanile - che aveva lo stereotipo della “rockstar” fin dal titolo - che non solo non voleva cambiare le cose o costruire un mondo diverso da quello che la generazione precedente le aveva lasciato in eredità, ma voleva anzi la propria parte del mondo dei padri, la propria fetta di quel capitale da cui, quando non si era nessuno e si abitava la periferia, si aveva la certezza di essere esclusi: 

“e mi è tornato in mente/che non avevamo niente/nelle tasche solamente/le mie mani fredde, qualche sogno infranto e le sigarette/ora siamo sulle stelle/coi tatuaggi sulla pelle/non ci pentiremo da vecchi perché saremo ricchi per sempre”.

Ricordo che, sentendo cantare l’ostentazione iterata di soldi, sesso, droga, vestiti firmati e successo - e cioè di quel mondo che le generazioni precedenti volevano trasformare e abbattere, non certo scalare – mi erano venuti in mente i Rolling Stones: certo si drogavano, erano diventati ricchi e avevano avuto la loro fetta di capitale, ma l’avevano ottenuta cantando di bruciarti la città. La musica giovanile era contro a priori, in vista di un futuro migliore. Qualora poi il mondo nuovo si fosse rivelato peggiore di quello precedente, pazienza: intanto la città te l’abbiamo bruciata. Certo, qualcosa del genere la vedo ancora: resiste nei collettivi autonomi universitari della mia città e in qualche altra realtà contro cui ogni tanto si scaglia il nostro attuale governo. Tuttavia, nel passaggio dall’eskimo al pellicciotto rosa di Sfera Ebbasta non sembra esserci più il collettivo, l’assemblea o il “cambiamo il mondo”. Solo uno che del mondo che c’è vuole la sua fetta.

Ed ecco che ho preparato la strada per il solito articolo sul "ritorno dell'impegno giovanile": GenP contro il culto del successo individuale, il desiderio dei soldi, della fama e del lusso, "la mia fetta". Ma la realtà è che non è affatto così e che anche nella trap si nasconde una domanda di partecipazione, sebbene deformata. E che proprio in questa deformazione risiede l’aspetto più importante che dobbiamo provare a pensare, e cioè che i giovani partecipano proprio quando sembrano non partecipare.

Esistono ancora luoghi capaci di trasformare la richiesta individuale di riconoscimento in un'esperienza collettiva di costruzione del mondo?

Infatti, ho poi capito che il volere la propria parte è la versione ferita della partecipazione: quella di chi non riesce a immaginare un mondo nuovo e ha paura di essere escluso dall’unico che gli è rimasto, l’unico che ritiene possibile abitare. Perché la trap parla continuamente di ricchezza, certo. Ma ancora prima parla di accesso, del desiderio di partecipare a qualcosa da cui si è destinati a essere esclusi. Allora, forse, il “volere la propria parte” non è un’idea così lontana dalla partecipazione, dal “voler partecipare”. E non solo perché “partecipare” vuol dire proprio “prendere parte”. Ma perché, in un mondo in cui la difficoltà principale è quella di immaginare un futuro diverso da quello che si ha, il volere la propria parte è la versione che la partecipazione assume in chi, incapace di immaginare un futuro migliore, prova a chiedere almeno l’accesso al mondo che gli altri hanno disegnato per lui, non essendo in grado di immaginarne uno diverso. Perché il problema di chi si chiede quale parte gli spetti è innanzitutto il problema di chi non riesce a immaginare di quale tutto possa fare parte.

GenP è allora proprio ciò che premia e dà valore a questa immaginazione: dalla salute mentale alla rigenerazione urbana, dall'ambiente all'intercultura, dalla cittadinanza attiva ai laboratori per il doposcuola, le associazioni che partecipano al premio progettano il futuro immaginando un presente in cui “partecipazione” è innanzitutto prendere la propria parte in un tutto capace di incidere sul reale.

Perché cos’è la partecipazione? Quando, proprio qui su cheFare, ne individuavo cinque tratti costitutivi, partivo dall’idea che la partecipazione è innanzitutto la volontà di essere lì, come nelle partecipazioni ai matrimoni, in cui “partecipazione” è il messaggio che ti comunica il desiderio che tu ci sia, che sia presente lì, assieme agli altri. E che se quindi la partecipazione diventa poi la necessità di saltare una mediazione, di ribaltare una gerarchia e di rifiutare ogni tipo di portaparola che parla per te, è innanzitutto perché partecipare è essere presente, esattamente come nei matrimoni. Non deve allora stupire che se il futuro coincide col presente, l’unica forma immaginata di partecipazione sia l’accesso al mondo come lo conosciamo, per paura di essere rigettati.

Quello che forse è difficile capire è che i futuri immaginati sono reali proprio nella loro dimensione di immaginazione, perché mobilizzano risorse reali per realizzarli o evitarli. Queste risorse sono di tipo diverso, ma siano esse finanziarie, tecnologiche, sociali, psicologiche o simboliche, nel momento in cui abitano l’immaginazione collettiva giocano un ruolo chiave nel governare il presente, dal momento che contribuiscono a definire quali azioni vengono considerate legittime, desiderabili o necessarie. Quali azioni sono allora legittime o desiderabili quando l’unico futuro possibile che viene immaginato è il mondo così come lo conosciamo? Per questo GenP ci mostra come trasformare il presente sia il primo passo per immaginare nuovi futuri, che sperabilmente abiteranno i nostri progetti, orienteranno le nostre attese e le nostre capacità collettive di preparare nuove possibilità di mondo.

I dati apocalittici sulla partecipazione giovanile in calo ci seguono, o ci precedono, da oltre trent’anni. Più fastidiosa dei dati è solo l’immagine di una generazione pigra che ne viene tratta, perché confonde l’ansia di venire esclusi con l’individualismo, la richiesta di accesso a un mondo che si fatica a riprogettare con l’edonismo. Perché il punto non è chiedersi se i giovani partecipano. La domanda giusta è probabilmente un'altra: esistono ancora luoghi capaci di trasformare la richiesta individuale di riconoscimento in un'esperienza collettiva di costruzione del mondo?

Perché GenP non intende insegnare ai giovani a partecipare, ma intende provare a riconoscere quelle organizzazioni che hanno capito che la partecipazione non è un problema da risolvere, ma una forza attiva da rendere visibile.


Foto di copertina di Lesha Tuman



Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.