Stretti tra un presente soffocato dalle distopie reali e un futuro che si prospetta come un vicolo cieco, la soluzione è una scommessa radicale: puntare sull’utopia, non più come un’invenzione letteraria o un modello astratto da contemplare, ma come un gesto concreto da compiere, qui e ora, nella terra che calpestiamo. Spaziando dalle campagne del Salento che rinascono grazie a collettivi di rigenerazione territoriale ai vigneti abbandonati della Val di Susa presidiati dai No TAV per realizzare, attraverso la protesta, una diversa modalità di convivenza; dalla ZAD di Notre-Dame-des-Landes, dove il lavoro agricolo degli attivisti ha impedito la costruzione di un aeroporto, agli orti urbani che fioriscono nei luoghi incolti delle periferie metropolitane, questo saggio mostra come le manifestazioni contemporanee di dissenso condividono l’esigenza di uno spazio d’azione trasformativa e suggerisce, pertanto, una teoria dell’utopia che ponga al centro pratiche di collaborazione tra umani e non-umani, e che miri a ridefinire i limiti geografici dell’agire sociale.
Pubblichiamo un estratto del libro di Paolo Bosca, Fare Utopia, edito da Nottetempo. Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.
Tradizionalmente legata all'agire politico, l'utopia riguarda le proposte sociali più radicali, quelle che vanno in netta controtendenza rispetto al contesto che le circonda.
A ben vedere però l'utopia è la negazione della politica: non cerca di cambiare il mondo da dentro la polis, non siede al tavolo dei patteggiamenti e delle decisioni, ma anzi ne è costitutivamente esclusa. Nasce nel momento in cui il suo fondatore, Utopo, sceglie di tagliare letteralmente i ponti che lo legano alla terraferma, isolandosi, per dare la possibilità a un ordine diverso di nascere senza fastidiose intrusioni. La politica è dialogo, riforma, mutamento graduale e patteggiato che si realizza nel progetto di un futuro migliore e più funzionale. L'utopia è invece extraparlamentare per definizione: prima del dialogo cerca l'isolamento. Nasce col distacco dalla terraferma, conserva la propria indipendenza grazie alla separazione con il continente e punta a diventare sufficientemente esistente da rappresentare un'alternativa presente al potere. L'utopia dice che "il re è nudo", ma senza rivolgersi direttamente al re. Lo fa e basta, come il bambino della nota favola, e poi continua con la propria vita, che è più vivace di qualsiasi arringa politica.
A ben vedere però l'utopia è la negazione della politica: non cerca di cambiare il mondo da dentro la polis, non siede al tavolo dei patteggiamenti e delle decisioni, ma anzi ne è costitutivamente esclusa
"La storia umana è giunta al punto in cui non è più data la possibilità di azione volontaria efficace", scrive Bifo in uno dei suoi libri più recenti. È strano che queste parole provengano da uno dei teorici politici più radicali degli ultimi anni, uno che ha attraversato tutte le ultime parabole dell'utopia senza uscirne, evidentemente, illeso. La sua frase ha il sapore della sconfitta e non cerca di nasconderlo. È la stessa sconfitta che viene spiattellata in faccia ai cittadini dopo qualsiasi turno elettorale, oppure quando un copioso schieramento di forze dell'ordine spegne sul nascere un'iniziativa politica pacifica. È una sconfitta quotidiana, ed è la sconfitta del politico come campo d'azione e laboratorio di cambiamento. Franco "Bifo" Berardi, tra i critici sociali e culturali più longevi e abrasivi del panorama europeo, parla però di questo fallimento in un testo dai toni tutt'altro che abbattuti: Disertate è un appello a salvare il desiderio, l'immaginazione, il piacere e pure il sacrificio. Per riuscirci non bisogna più conquistare il terreno nemico, prendere il controllo del Parlamento o degli edifici del potere, ma occorre, come recita il titolo, disertare la guerra stessa, tagliare i ponti. L'atmosfera del conflitto sociale è troppo tossica perché si possa sopravvivere senza l'equipaggiamento che solo una delle parti può procurarsi. Non è più tempo di provare a convincere i generali di interrompere la battaglia, ma è ora di andarsene per trovare un posto sufficientemente libero, difficile da raggiungere e abbastanza fertile da poter sostenere nuovi stili di vita.
Gran parte dei movimenti di critica sociale attuali sono orientati dalla questione ecologica. Rivendicano un diverso rapporto con la natura vegetale e animale, la fine dell'estrattivismo delle risorse, la cura come pratica rivoluzionaria diffusa, l'inclusione di più esseri possibili nella categoria, tipicamente moderna, di soggettività. "Ecologia" è un termine complesso, rimanda all'interrelazione continua tra umano e non-umano e richiede un radicale ripensamento delle categorie stesse di soggetto e di azione. Le rivendicazioni utopiche dei movimenti legati all'ecologia fanno riferimento molto spesso al contesto naturale e, talvolta, al mondo rurale a margine dei grandi flussi di capitale economico e culturale che intrecciano le città globalizzate l'una all'altra. Le ragioni sono due. La prima è che in un'ecologia reale, effettiva, non si può prescindere dallo scambio continuo con la natura, che diventa, al contrario di com'era nella modernità e in buona parte della postmodernità, qualcosa di trasversale rispetto all'uomo, lo attraversa da parte a parte nel profondo della propria essenza. La seconda ragione è che sono proprio i luoghi in cui la natura è più ingombrante a essere, spesso, quelli meno controllati e mappati dalle strutture di potere. Parlo della montagna, che da sempre ospita chi è in fuga dalle regole della valle, delle aree a margine dei flussi economici e turistici, dei territori desertici, delle regioni soggette a minor sviluppo. In poche parole, ovunque sia possibile trovare una terra sufficientemente priva di rappresentazioni e sovrastrutture (tecniche, materiali, economiche) per poter ospitare un progetto di discontinuità reale.
Uno spazio che possa ospitare momenti di discontinuità sociale autentica, che è per sua natura temporanea, mobile, rizomatica, legata alla partecipazione collettiva: va vissuta e abitata, esattamente come l'utopia, che non è semplicemente progetto nel tempo ma presenza nello spazio
Per le stesse ragioni nei contesti urbani c'è un profondo fascino verso quei luoghi che sono stati abbandonati o rigettati. Parlo di tutti quei residui che hanno attirato comunità e progetti che non trovano altrove spazi ufficiali. Le contestazioni politiche, le soggettività queer, le rivendicazioni libertarie e radicali hanno spesso individuato terreno fertile in quelle zone della città sulle quali lo sguardo dello Stato non si posa mai, per convenienza o per ignoranza. Dalle taz, che consistono nell'appropriazione di un'infrastruttura per la costruzione temporanea di una socialità autonoma, alle reti internazionali di spazi sociali, fino ai movimenti di orticoltura urbana e rigenerazione partecipata dei lotti postindustriali: tutti questi processi riescono a svilupparsi solo grazie a un certo isolamento rispetto ai centri di potere cittadino. Le marginalità sociali e culturali hanno in comune con le spinte ruraliste la ricerca di uno spazio che possa ospitare momenti di discontinuità sociale autentica, che è per sua natura temporanea, mobile, rizomatica, legata alla partecipazione collettiva: va vissuta e abitata, esattamente come l'utopia, che non è semplicemente progetto nel tempo ma presenza nello spazio garantita dalla partecipazione attiva. L'utopia non è come un edificio dismesso che continua a esistere finché non lo si demolisce: se si smette di praticare la discontinuità, l'utopia si dissolve come la carrozza di Cenerentola.
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