Questo testo è un Dall’introduzione di Pietro Prunotto per "Della farmacologia. Ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta" (Ortothes, 2025), di Bernard Stiegler.
L'articolo è parte di una serie di estratti da volumi della collana Ecologia Politica di Orthotes Editrice. La collana nasce dalla volontà di pensare la crisi ecologica in termini politico-filosofici. La crisi della natura, quindi, come interna all’economia, alla società, alla politica. Una collana che indaga tutti quei conflitti che parlano una lingua diversa dalla crescita come obiettivo indiscutibile: i conflitti che investono i rapporti socio-ecologici e la resistenza alle strategie politiche neocoloniali di appropriazione e spoliazione, ma anche tutte quelle pratiche sociali che sperimentano forme di riappropriazione della ricchezza sociale e comune, dunque dalle resistenze contadine e bracciantili a quelle ispirate alle relazioni socio-ecologiche pensate all’interno del pensiero e delle pratiche decoloniali e femministe.
Risulta difficile, se non impossibile, non considerare l’epoca in cui viviamo come un’epoca di crisi. A partire dal 2008, la categoria di crisi non ha fatto che ampliarsi e trasformarsi, assumendo ogni possibile connotazione: la crisi economica del 2008 si è trasformata in una crisi politica, entrambe ulteriormente aggravate da quelle pandemiche e militari. Infine, la crisi climatica ha posto l’essere umano di fronte alla possibilità sempre più concreta dell’autodistruzione.
È il concatenamento di queste crisi a condurre all’estremo pessimismo planetario con cui si apre Della farmacologia di Bernard Stiegler. Tuttavia, Stiegler rifiuta ancora una volta di posizionarsi dal lato sempre più comodo – e sempre più dominante – delle Cassandre contemporanee. Questo perché la questione della crisi non consiste nell’adattarsi a essa, accentandola come fatto necessario, bensì nell’adottarla: inventare nuovi concetti e pratiche che permettano di rilanciare la tossicità che ogni crisi porta con sé in nuove possibilità di cura, tanto per il collettivo quanto per il pensiero – in quanto una crisi è anche, e sempre, crisi del pensiero. Per tale motivo, Della farmacologia può essere letto come una prosecuzione – per quanto ciò non sia mai così semplice in Stiegler – di Prendersi cura, non a caso uscito nel 2008, a cui Stiegler fa qui continuo riferimento.
Prendersi cura era già programmatico di un modo di pensare la crisi che mira a superare la «lamentatio intellettuale», ossia la sterile descrizione della nocività della nostra situazione attuale, che favorisce, implicitamente o meno, la logica del there is no alternative – che sempre giustifica ogni eccezione e ogni eccezionale nocività, schiacciando così ogni possibile stato di diritto su uno stato di fatto che, descritto come inevitabile, richiederebbe soltanto di adattarsi a esso. Contro l’appiattimento del possibile su uno stato di fatto nocivo, il filosofo francese ne ricerca la condizione, analizzandone e indicandone meticolosamente le cause e gli effetti per proporre una nuova terapeutica e quindi un nuovo stato di diritto. Questa sfida, così immensa nella nostra contemporaneità, comporta un coinvolgimento tanto delle questioni più strettamente teoriche quanto delle loro ricadute su quei disagi sociali, politici e individuali che, dall’infanzia alla vita adulta, richiedono di prendersi cura, in modo da far sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Tale sfida è la questione della nostra contemporaneità. Una genuina questione, come affermava già Heidegger, è quella che coinvolge colui che pone la questione, e lo coinvolge «qui e ora, per noi». Questo “qui ed ora” chiama in causa un “noi”, degli Esserci che si trovano ormai di fronte alla possibilità di un collettivo non-esserci-più. Tale è l’apocalisse che Stiegler ci vuole mostrare, senza però cedere alle lusinghe di una troppo facile resa: un’apocalisse «in cui le tecnologie industriali sono divenute armi di distruzione degli ecosistemi, delle strutture sociali e degli apparati psichici». Di fronte a ciò, si tratta di ritornare a pensare e quindi di prendersi cura, ovvero di trasformare un divenire sempre più nocivo e automatico in un autentico avvenire. Ma in che modo?
Farmacologia, o il phármakon oltre la logica dell’indecidibile
Farmacologia è indubbiamente il termine da cui partire. Secondo Daniel Ross, la farmacologia definisce la seconda fase del pensiero di Stiegler, iniziata con la pubblicazione del primo volume di Mécréance et discrédit (2004) e la fondazione di Ars Industrialis (2005). Questa fase, culminata con Prendersi cura e il presente testo, segue quella tecnologica, che comprende all’incirca i primi tre volumi di Tecnica e tempo, ed è seguita da quella negantropologica, rappresentata da The Neganthropocene, curato dallo stesso Ross.
Schematicamente, si potrebbe vedere la fase farmacologica come lo sviluppo e l’approfondimento di ciò che, già a partire da La colpa di Epimeteo, veniva indicato come il carattere doppio e ambiguo dello strumento tecnico, elaborato a partire dal mito dei due titani, Epimeteo e Prometeo. Già in questo testo, infatti, la questione della co-originarietà tra umano e tecnica come il «difetto d’origine o l’origine come difetto» consente a Stiegler di mostrare come l’oggetto tecnico incorpori e metta in scena una dinamica ambigua, che favorisce al contempo il ricordo e l’oblio.
Rileggendo La colpa di Epimeteo in questa prospettiva, diventa allora centrale la figura di Ermes: dio eponimo dell’ermeneutica, egli chiude la scena mitica, aprendo così alla storia in quanto latore del dono della tecnica politica. Essa emerge dalla necessità di prendersi cura del collettivo, e in particolare di attuare delle terapeutiche per gestire e adottare quell’ambiguità tecnica che lo fonda, ambiguità che nella fase farmacologica sarà il phármakon. In quest’ottica, la fase farmacologica si incentra su tale “al contempo” del phármakon, sviluppando una «politica della memoria», la cui necessità era già annunciata al termine di La colpa di Epimeteo.
Lo sviluppo del suo pensiero in vista di una “politica della memoria”, oltre ad approfondire il rapporto tra Epimeteo, Prometeo ed Ermes, rappresenta anche un distacco da Derrida. La colpa di Epimeteo già riconosceva la necessità di fare i conti con la decostruzione, e la memoria epifilogenetica, come esteriorizzazione della memoria nel supporto tecnico, rappresenta una prima rottura con il maestro. L’epifilogenesi si configurava così come il «passaggio da una différance genetica a una différance non genetica». In tal modo, l’essere umano, in quanto protesico, si configura come un raddoppiamento della différance: una différance tecnica che rappresenta la co-appartenenza tra tecnica e umano, e quindi la costituzione di quest’ultimo non come limitato dalle condizioni biologiche e organiche, ma piuttosto definito dalle sue esteriorizzazioni tecniche, e cioè dall’organologico.
Ma è nella fase farmacologica che il confronto con Derrida – che in realtà Stiegler non abbandonerà mai – ritorna centrale. Innanzitutto, perché il termine è una chiara ripresa del phármakon derridiano, che permette a Stiegler di complicare l’unilateralità delle analisi sulla nostra situazione attuale, rendendo inutilizzabile la logica oppositiva che già Derrida mostrava essere in atto in Platone tra l’autonomia del pensiero e l’eteronomia della scrittura.
L’adozione di questo termine è però anche trasformativa, e pertanto richiede un ulteriore “parricidio”. Se i temi di tale “parricidio” sono disseminati tanto nella produzione di Stiegler quanto nel presente testo, il punto fondamentale da sottolineare è il seguente: per Stiegler, «Derrida non ha mai preso in considerazione nemmeno la possibilità di una tale farmacologia – cioè un discorso sul phármakon colto con lo stesso gesto nelle sue dimensioni curative e in quelle tossiche» – poiché «la decostruzione è sempre rimasta accampata nella logica indecidibile del supplemento». In altri termini, ciò che richiede la farmacologia non è di disconoscere la funzione decostruttiva del phármakon. Anzi, riconoscere il suo aspetto indecidibile è uno dei vantaggi, ed è la mossa preliminare di un discorso sulla tecnica che evita di identificarla con l’eteronomia e la nocività, opponendola alla natura come autonomia e cura.
L’indecidibilità, tuttavia, non basta nel momento in cui si riconosce che tale logica ha a che fare con ogni tipo di individuazione, e quindi necessita di un passo politico per gestirla. Ciò che la farmacologia richiede è di “passare all’atto”, ossia inventare terapeutiche capaci di favorire più rimedio che veleno o, in altri termini, di «produrre più individuazione che disindividuazione». La farmacologia mira a rintracciare nuove possibilità per trasformare il veleno in rimedio, cioè nuove strade di produzione di maggiorità, intesa in senso kantiano, contro la minorità dilagante prodotta dal concatenamento tra disindividuazione individuale, collettiva e tecnica.