Perché questo mondo, ricevendo animali mortali ed immortali ed essendone pieno, è così divenuto un animale visibile, che accoglie in sé tutte le cose visibili, ed è immagine dell’intelligibile, dio sensibile, massimo ottimo e bellissimo, e perfettissimo questo cielo uno e unigenito.
E Cicerone nel De natura deorum riconfermava: Nihil omnium rerum melius est mundo, nihil pulchrius est, di tutte le cose, nulla è migliore e più bello del cosmo. Tutte queste affermazioni trovano però nella temperie intellettuale del Medioevo una traduzione in termini assai più enfatici, in virtù sia di una naturale componente cristiana di amorosa adesione all’opera divina, sia di una componente neoplatonica. Entrambe hanno la loro sintesi più suggestiva nel De divinis nominibus dello Pseudo-Dionigi Areopagita. Qui l’universo appare come inesausta irradiazione di bellezze, una grandiosa manifestazione della diffusività della bellezza prima, una cascata abbacinante di splendori:Supersubstantiale vero pulchrum pulchritudo quidem dicitur propter traditam ab ipso omnibus existentibus juxta proprietatem uniuscujusque pulchritudinem; et sicut universorum consonantiae et claritatis causa, ad similitudinem luminis cumfulgore immittens universis pulchri cae fontani radii ipsius traditione et sicut omnia ad seipsum vocans unde et càllos dicitur, et sicut tota in totis con- gregans.
[Il bello soprasostanziale è chiamato Bellezza a causa della bellezza che da parte sua viene elargita a tutti gli esseri secondo la misura di ciascuno; essa che, come causa dell’armonia e dello splendore di tutte le cose, getta su tutti, a guisa di luce, le effusioni che rendono belli del suo raggio sorgivo, chiama a sé tutte le cose – donde appunto si dice anche Bellezza – e raccoglie in se stessa tutto in tutto.] (De divinis nominibus IV, 7, 135; trad. it.: 301-302)
Tutti i commentatori di questo autore non si sottraggono al fascino di questa visione che conferiva dignità teologica a un sentimento naturale e spontaneo dell’animo medievale.Scoto Eriugena elaborerà una concezione del cosmo come rivelazione di Dio e della sua bellezza ineffabile attraverso le bellezze ideali e corporali, diffondendosi sulla venustà di tutta la creazione, delle cose simili e delle dissimili, dell’armonia dei generi e delle forme, degli ordini differenti di cause sostanziali e accidentali conchiusi in meravigliosa unità (De divisione naturae 3, PL 122, coll. 637- 638). E non c’è autore medievale che non torni su questo tema di una polifonia del mondo che impone spesso, accanto alla constatazione filosofca espressa in termini controllati, il grido di ammirazione estatica:
Cum inspexeris decorem et magni centiam universi [...] invenies [...] ipsumque universum esse velut canticum pulcherrimum [...] caeteras vero creaturas pro varietate [...] mira concordia consonantes, concentum mirae jucunditatis effecere.
[Quando osservi l’eleganza e la magnificenza dell’universo [...] trovi che [...] questo stesso universo assomiglia a un bellissimo cantico [...] [e trovi che] le altre creature, che grazie alla loro varietà [...] si accordano in una stupenda armonia, costituiscono un concerto di meravigliosa letizia.] (Guglielmo d’Alvernia, De anima V, 18, in Pouillon, 1946: 272)
Per definire in termini più filosofici questa visione estetica del cosmo erano state elaborate numerose categorie provenienti tutte dalla triade sapienziale: dal numerus, pondus et mensura erano derivati il modus, la forma e l’ordo, la substantia, la species e la virtus, il quod constat, quod congruit e quod discernit e così via. Si trattava sempre tuttavia di espressioni non coordinate e impiegate sempre a definire sia la bontà sia la bellezza delle cose, come appare ad esempio in questa affermazione di Guglielmo di Auxerre:Idem est in ea (substantia) ejus bonitas et ejus pulchritudo [...] Penes haec tria (species, numerus, ordo), est rei puchritudo, penes quae dicit Augustinus consistere bonitatem rei.
[Nella sostanza si identificano la sua bontà e la sua bellezza [...] La bellezza di un oggetto si giudica a partire da queste tre cose (specie, numero e ordine), nei quali consiste la bellezza, secondo Agostino.] (Summa aurea, Paris, 1500, f. 57d e 67a; cfr. Pouillon, 1946: 266)
A un certo punto di maturazione, la Scolastica sente il bisogno di sistemare queste categorie e di definire finalmente con rigore filosofico quella visione estetica del cosmo così diffusa e pure così vaga, ricca di metafore poetiche.Immagine di copertina: ph. Sylvie Tittel da Unsplash