Terreferme, Famiglie che accolgono. Approdi che curano è un libro realizzato dal CNCA, con la prefazione del registra Matteo Garrone a cura degli operatori e delle operatrici, delle famiglie e dei ragazzi e delle ragazze del Progetto Terreferme. Il libro raccoglie storie di mare attraversato e di terre trovate, di paure e di fiducia, di incontri che hanno cambiato il cammino di molti. Storie di minorenni migranti arrivati soli, di famiglie che hanno scelto di accoglierli, di operatori sociali che hanno accompagnato il percorso. Pubblichiamo di seguito un estratto del libro.
Le difficoltà dei ragazzi: i territori un po’ ostili, i documenti e i diritti negati
Kofi è un ragazzino giunto in Italia a undici anni dal Senegal con l’obiettivo di ricongiungersi con il padre, emigrato diversi anni prima. Anche lui, nel suo viaggio di andata, è passato per la Libia, un’esperienza di cui non ama e non vuole parlare, mai, neanche con le persone a lui più care. Arrivato in Italia, suo padre non fu in grado di occuparsi di lui, per questo motivo fu proposto e avviato un progetto di affido familiare, grazie alla disponibilità di Monica, una volenterosa signora rimasta vedova. Da quel momento, nonostante mille difficoltà, Monica lo seguì con tanta vicinanza, attenzione e affetto, e divenne il suo principale e fondamentale riferimento. Ancora oggi, Kofi la chiama “mamma”. Il vissuto di Kofi, al quale probabilmente sono sempre mancati dei punti di riferimento certi, ha fatto crescere in lui la fatica a fidarsi degli altri, ad affidarsi in maniera stabile e a raccontare ciò che gli accade quotidianamente. Con la maggiore età il ragazzo ottenne anche la cittadinanza italiana, un traguardo non sempre possibile per questi ragazzi e per queste ragazze. Kofi, però, si accorse che la cittadinanza portava con sé dei controsensi: anche un cittadino italiano poteva vivere episodi di razzismo o discriminazione. Tutto questo lo ha spinto a vivere sempre sulla difensiva rispetto alla gente in generale e, in particolare, di fronte alle autorità che al contrario hanno il compito di proteggerlo e accompagnarlo.
Un giorno, stava ritornando a casa a San Donato Milanese, paese nella periferia est di Milano, con la metropolitana, mezzo che prendeva tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro, per il viaggiare sul quale possedeva un abbonamento, ma quel giorno lo aveva scordato a casa. Giunto ai tornelli della metro, si trovò davanti a un gruppo di controllori. Alla richiesta di esibire il documento di viaggio, non seppe spiegare la situazione e si rifiutò di mostrare il documento di identità. Al suo rifiuto alcuni agenti di polizia che si trovavano nei pressi, lo immobilizzarono subito, mettendolo a terra in modo violento, e lo portarono al comando di polizia più vicino. Per fortuna, dal comando riuscì a chiamare Monica, che lo raggiunse immediatamente e spiegò agli agenti che Kofi era un cittadino italiano e che aveva un regolare abbonamento per i mezzi pubblici. Chiarì anche che la sua reazione era probabilmente dettata dall’aver percepito una situazione di possibile discriminazione. Di questo episodio, come di diversi altri, si è cercato di parlare più volte con Kofi, ma emergeva sempre una grande fatica da parte sua ad accettare la sua condizione: sentiva che altri ragazzi con un colore della pelle diverso e con accenti linguistici diversi non venivano trattati come lui.
Con la maggiore età il ragazzo ottenne anche la cittadinanza italiana, un traguardo non sempre possibile per questi ragazzi e per queste ragazze. Kofi, però, si accorse che la cittadinanza portava con sé dei controsensi
Quella volta, Monica volle andare a fondo e si rivolse a un avvocato soprattutto perché alcuni colpi inferti a Kofi dagli agenti lo avevano costretto ad andare al pronto soccorso. In seguito il fatto si appianò e il tutto si risolse senza ulteriori conflitti, ma le discriminazioni continuano a far soffrire Kofi, nonostante l’esperienza dell’affido familiare e l’impegno della sua affidataria nel trasmettergli accoglienza, affiancamento continuo, affetto. Elementi che, per fortuna, continuano ancor oggi a essere importanti nella sua vita.
Sfruttamento lavorativo: l’importanza di saper scegliere
Recenti stime globali dell’OIL (Organizzazione internazionale del Lavoro) dicono che i lavoratori migranti rischiano di essere coinvolti in un lavoro forzato tre volte in più rispetto agli altri lavoratori. Il fenomeno migratorio è fortemente collegato al mondo del lavoro. Molte persone scelgono di emigrare soprattutto per trovare un lavoro, obiettivo principale per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle delle proprie famiglie. Ragazze e ragazzi giungono in Italia con il sogno di trovare lavoro, sono convinti che presto la loro vita cambierà soprattutto perché sarà facile ottenere un’occupazione ben retribuita in tempi brevi. Ma presto si rendono conto che il nostro paese non è più il paese delle grandi opportunità, dove l’accoglienza si traduce anche in accoglienza lavorativa dignitosa e rispettosa. Le stime rilevano che il reddito dei lavoratori e delle lavoratrici migranti è il 25% in meno rispetto ai nazionali. Il fattore più rischioso è quello dello sfruttamento lavorativo, i ragazzi e le ragazze migranti che appena arrivati in Italia si scontrano con una vulnerabilità inaspettata e con problematiche per loro sconosciute e incomprensibili diventano vittime di questo sistema illegale e iniquo. La loro necessità impellente di un lavoro compromette fortemente la loro libertà di scelta, anzi spesso la scelta non c’è e questo li spinge ad accettare condizioni lavorative ingiuste e irregolari. Diventa complesso anche per gli operatori e le operatrici spiegare che è bene che non accettino un lavoro non contrattualizzato e sottopagato, ma aspettare opportunità più rispettose della loro dignità. L’attesa, però, il più delle volte, è lunga e improduttiva. Quindi meglio un lavoro “da sfruttato” che nulla. Per fortuna, però, capita che alcuni ragazzi e ragazze comprendano e scelgano un’altra strada, come nel caso di Faruk un nome di fantasia, scelto per lui dalle operatrici e dagli operatori. Il nome Faruk significa: colui che separa il giusto dallo sbagliato.
Recenti stime globali dell’OIL (Organizzazione internazionale del Lavoro) dicono che i lavoratori migranti rischiano di essere coinvolti in un lavoro forzato tre volte in più rispetto agli altri lavoratori
I diciotto anni per questi ragazzi, come per i ragazzi di Terreferme, sono una tappa critica, perché è importante avere i documenti a posto e regolarizzarsi per rimanere in Italia. Il circolo “vizioso” a cui il più delle volte devono sottostare è frustrante: se non lavori non hai i documenti, se non hai i documenti non hai un contratto di lavoro, se non hai un contratto di lavoro non puoi nemmeno cercare una casa “dignitosa”, tornare al paese, chiedere un ricongiungimento. Sei semplicemente, dannatamente bloccato in un limbo senza fine. Viene da sé, quindi, che un lavoro sia necessario e che prima arriva meglio è. Il “subito” diventa imperativo, anche se scazzotta con la legge. Ma, se per molti la crescita personale arriva comoda (comoda non facile) viaggiando a braccetto con scelte individuali minuziosamente ponderate nella tana delle biblioteche universitarie o nelle aule scolastiche, in altri luoghi non è sempre così: la scelta e il destino di una persona sono condivise in un sistema familiare più ampio. Spesso gli operatori e le operatrici si chiedono se è possibile fare una scelta diversa senza per questo mancare di rispetto a un’intera comunità familiare, soprattutto se il debito di un padre ha permesso al figlio di arrivare fino in Italia. La complessità dei punti di vista culturali differenti diviene un labirinto, ma trovare una strada diversa è importante per il futuro di questi ragazzi.
Faruk, compiuti i diciotto anni, ha deciso di iniziare il suo cammino di autonomia, senza più pesare sulle spalle della famiglia della sorella, che lo ha ospitato per circa un anno e mezzo diventando la sua affidataria. Un legame di bene autentico il loro, unione nella migrazione. Ha accettato, quindi, un lavoro presso il ristorante di un suo parente, che si è occupato tanto tempo di lui. Faruk vorrebbe, però, riprendere a studiare e provare a cambiare la strada operativa, ma il legame familiare lo frena un po’, “Come faccio a lasciarlo da solo?” si chiede, riferendosi al suo parente. Vorrebbe lasciare quel lavoro, annullare quel contratto a tempo indeterminato, ma non è facile mollare. Quando ci sono desideri, costanza e determinazione, ma i dubbi sono ancora forti, sta agli operatori e alle operatrici, all’équipe educativa tracciare un progetto, che inizia con un prosieguo amministrativo e continua con l’attivazione di un tirocinio e la ricerca di una casa dove stare. Il cambiamento non è un processo che si possono permettere tutti e non perché non si è forti o non lo si vuole. Semplicemente perché alle volte, purtroppo, desideri e possibilità concrete non vanno di pari passo. Il famoso treno passa ma tu non sali perché in stazione ci arrivi tardi o non ci arrivi proprio.
Spesso gli operatori e le operatrici si chiedono se è possibile fare una scelta diversa senza per questo mancare di rispetto a un’intera comunità familiare, soprattutto se il debito di un padre ha permesso al figlio di arrivare fino in Italia
Faruk, invece, in stazione arriva in tempo. Per lui i puntini si uniscono e le possibilità si sincronizzano. Per lui si chiede il prosieguo amministrativo, viene inserito in un progetto di avvio all’autonomia abitativa con tanto di tirocinio in una torrefazione storica di Torino. Facile? E invece no. La parte difficile è quella legata all’annullamento del contratto a tempo indeterminato da lui stipulato qualche mese prima, atto necessario per aprire il suo nuovo contratto di tirocinio lavorativo. Faruk dice che la sua famiglia è d’accordo, lo appoggia, desidera che lui sia felice. Gli operatori e le operatrici spiegano ai genitori nel paese di origine, con una video chiamata, la situazione: cosa significa prosieguo, che un tirocinio non è garanzia di un lavoro e che nei primi mesi non verrà nemmeno pagato tantissimo. Ma ci sono i pro: l’affitto del cohousing nel quale è stato inserito è molto basso e potrà frequentare la scuola, lavorando allo stesso tempo. Inoltre, se tutto andrà bene, avrà un lavoro ben remunerato che rispetta tutti i diritti dei lavoratori. L’altra faccia della medaglia è che per almeno sei mesi Faruk non potrà mandare soldi a casa ai genitori, che nel ristorante percepisce il doppio dello stipendio, i soldi sono assicurati e che forse in futuro, se giocherà bene le sue carte, potrà aprire un locale tutto suo. Una comfort zone fatta e finita.
Non è per niente facile accettare a cuor leggero la prima opzione. Faruk però è deciso, vuole cambiare rotta. Certamente la paura c’è, è tangibile e trapela dai messaggi che ogni tanto manda, ma fa parte dei giochi. Bisogna accoglierla, gestirla, sedarla. Per un istante, però, la paura sembra farla da padrona, il giorno prima dell’appuntamento in CGIL per le procedure dell’annullamento del contratto, arriva una telefonata. “Tutti mi dicono che sto facendo una cavolata, che tanto poi non avrò mai un lavoro. Il mio capo mi ha promesso un aumento di stipendio se rimango con lui, se domani non firmo”. L’operatrice dall’altra parte della cornetta gli dice di tenere duro, che non è da solo, che tutta l’équipe crede in lui. Il tirocinio è stato scelto pensando proprio a lui e alle sue caratteristiche personali. Il colloquio di conoscenza con i datori di lavoro è andato benissimo, lui è piaciuto tanto, talmente tanto che hanno pure tolto il cartello “cercasi personale”. “Forza Faruk che ce la puoi fare!”. “Tieni duro, prometti?”. “Prometto”, dice. La promessa è stata mantenuta.
Il giorno dopo ha firmato davvero per chiedere l’annullamento del contratto. Oggi sta ultimando il suo tirocinio a pieni voti, sebbene Faruk sia stato messo davanti ad una nuova scelta. Perché, per quanto i suoi datori di lavoro inizialmente fossero diventati per lui quasi una seconda famiglia affidataria, il loro desiderio di “genuina affiliazione” nascondeva un “malsano” senso di “assimilazionismo discriminatorio”. Faruk, fintanto che lavorava con loro e per loro, non poteva parlare la sua lingua e nel locale non erano propriamente accettate culture altre, etichettate più volte come non gradite e per questo servite male. Faruk inizialmente ha taciuto, ha provato a osservare provando a “starci dentro”, ma alla fine ha nuovamente deciso. Il diritto alla propria identità culturale e il rispetto per quella degli altri non hanno compromessi. L’équipe educativa lo ha appoggiato anche questa volta, perché anche questa volta Faruk ha saputo scegliere e si cercheranno insieme nuove opportunità... e quindi la sua scommessa l’ha comunque vinta, due volte. Perché c’è una cosa che lui non sa: è diventato senza saperlo un testimone di possibilità. Quel testimone positivo necessario, affinché anche Mohammed, Ahmed, Sartaj, Mousa, Amin, Mehmet, Ibrahim e molti altri… possano sentirsi liberi di provare ad aprire anche loro quello spiraglio di possibilità, non garantita ma percorribile. Faruk ha tenuto duro. E, così come ha fatto la sua équipe educativa, anche tutte le équipe di Terreferme hanno il dovere di tenere duro con tutti quei ragazzi e quelle ragazze che scelgono la libertà e si concedono l’opportunità di un lavoro dignitoso e rispettoso dei loro diritti.