Giovedì 29 gennaio 2026
Rischio e sostenibilità economica
 
Un ribaltamento di prospettiva è necessario

Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFareParole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.


La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.


Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen




Negli ultimi anni è cresciuta in Italia l’attenzione verso il tema della partecipazione, sia a livello istituzionale sia sociale. Dopo l’importante “stagione della partecipazione” degli anni ’90 del Novecento – i cui risultati hanno in molti casi, disatteso le aspettative dei cittadini, contribuendo a maturare un senso di frustrazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica – oggi si chiede nuovamente con forza la partecipazione. Da un lato, l’interesse verso questi processi è stimolato dalla crescente consapevolezza degli enti pubblici rispetto alla necessità di interfacciarsi con cittadini e parti sociali per disegnare percorsi nuovi in risposta a bisogni sociali emergenti o comunque insoddisfatti, anche grazie alle recenti possibilità offerte dagli istituti della co-programmazione e co-progettazione e dell’amministrazione condivisa. Dall’altro lato, sui territori a livello locale si moltiplicano iniziative di cittadinanza attiva e nuove forme di azione collettiva e di auto-organizzazione che, in risposta a sfide sociali che il sistema del welfare tradizionale non riesce ad affrontare efficacemente, portano avanti in autonomia processi di cura dei propri territori e delle comunità.


Quando i processi partecipativi si fondano su relazioni di co-responsabilità tra le diverse parti in gioco – istituzioni, organizzazioni della società civile e cittadini – impegnate a costruire in maniera collaborativa progettualità condivise, si innescano meccanismi virtuosi di costruzione e rafforzamento del capitale sociale nei territori e di empowerment delle comunità locali e si generano spazi di apprendimento collettivo capaci di costruire o ricostruire relazioni fiduciarie e riconoscimento reciproco tra istituzioni e comunità sui territori. La partecipazione diviene allora un importante strumento analitico e progettuale di interazione, trasversale a tutte le fasi di costruzione, ideazione e attuazione degli interventi a beneficio delle comunità. È attraverso la partecipazione, infatti, che si possono far emergere ed esplorare bisogni e progettualità delle comunità, mettere in relazione competenze informali e tecniche, e generare processi creativi che conducono all’innovazione.


Tuttavia, è bene considerare che si tratta di processi dall’equilibrio fragile e delicato, dove permangono ostacoli e criticità che rischiano di indebolirne e comprometterne l’efficacia e la capacità della partecipazione di configurarsi come un reale processo “trasformativo” e “generativo”, sia per le persone e le comunità sia per i contesti.

L’interesse verso questi processi è stimolato dalla crescente consapevolezza degli enti pubblici rispetto alla necessità di interfacciarsi con cittadini e parti sociali per disegnare percorsi nuovi in risposta a bisogni sociali emergenti

In primo luogo, il rischio di compromettere continuità e efficacia dei processi partecipativi discende dalla difficoltà delle istituzioni di adattarsi alle dinamiche partecipative, che per natura rihiedono flessibilità, capacità di ascolto e prossimità ai processi, disponibilità a sperimentare e, spesso, tempi rapidi di risposta. Il passaggio da una responsabilità meramente istituzionale a una condivisa con la comunità nel disegno e nell’implementazione di politiche pubbliche chiede alle istituzioni un cambio culturale e nelle abituali modalità progettuali verso modalità integrate, di rete, aperte al rischio e alle dinamiche anche spontanee. Tuttavia la pubblica amministrazione non sempre riesce a mettere in moto quel ribaltamento di prospettiva necessario a costruire reali spazi partecipativi a causa di ostacoli di tipo culturale, della scarsa abitudine a sperimentare con modalità strutturate e di sistema e di prassi amministrative che non agevolano la flessibilità programmatoria e attuativa, l’integrazione, la trasversalità e la capacità di apprendimento organizzativo dall’esperienza che spazi di questo genere richiedono. Di conseguenza la partecipazione rischia di trasformarsi in mera narrazione, in un semplice esercizio formale, limitandosi a una logica di ‘ascolto’, di informazione e consultazione rispetto a progetti definiti altrove – se non a una mera costruzione di consenso – senza riuscire a mettere in atto cambiamenti che diano reale potere decisionale e opportunità ai cittadini di essere veri co-creatori delle soluzioni. La logica collaborativa rischia di infrangersi dove non c’è cultura partecipativa interna alla pubblica amministrazione, ovvero quando l’attore pubblico non è disposto a entrare nel campo empirico della sperimentazione, modificando le modalità con cui si mette in relazione con il resto degli attori e provando a co-progettare alla pari con gli altri attori il processo di cambiamento. La non comprensione del processo partecipativo, un suo uso poco consapevole o strumentale rischia di sortire allora effetti negativi, di perdita di fiducia, inefficacia e delegittimazione dell’azione pubblica, frenando pertanto il potenziale trasformativo del processo.

La logica collaborativa rischia di infrangersi dove non c’è cultura partecipativa interna alla pubblica amministrazione, ovvero quando l’attore pubblico non è disposto a entrare nel campo empirico della sperimentazione

Dall’altro lato, anche le organizzazioni e le associazioni della società civile sono soggette al rischio di perdere legittimazione e credibilità quando gli spazi partecipativi che mettono in campo presentano aspetti di ambiguità, in termini ad esempio di inclusività o di democraticità, o quando perdono di vista la dimensione di collaborazione per l’interesse generale o ancora quando sono incapaci di tradurre le istanze in forme che possano dialogare con le logiche istituzionali. In queste realtà, dove gioca un ruolo importante la dimensione relazionale e dove il rapporto di prossimità che si instaura con le comunità territoriali rappresenta un tratto determinante (sono importanti anche la loro continuità e durabilità nel tempo), se il rapporto di fiducia viene minato, il rischio di perdere non solo l’efficacia del processo partecipativo, ma anche il ruolo stesso dell’organizzazione all’interno della comunità può essere rilevante. Inoltre, in organizzazioni della società civile, spesso caratterizzate da una gestione a bassa redditività ma ad alto impatto sociale, processi partecipativi che mancano di una reale comprensione delle condizioni che li rendono efficaci possono creare “appesantimenti” nei soggetti partecipanti, gravando su questi in termini di impegno richiesto (di tempi e risorse) e di responsabilità non adeguatamente condivise.


Per garantire allora che questi rischi siano affrontati in modo adeguato, promuovendo spazi di reale interlocuzione generativa tra pubblica amministrazione e società civile, è necessario curare le condizioni al contorno. Sono queste ultime quelle che permettono di partecipare, costruendo cultura partecipativa, garantendo finanziamenti stabili e continuativi ai processi (in grado di considerare correttamente tutti i costi della partecipazione), favorendo investimenti in termini di competenze e in strutture di governance aperte e inclusive che, uscendo da logiche competitive più tradizionali, si indirizzino verso processi decisionali maggiormente cooperativi, di corresponsabilizzazione e di reciproca legittimazione tra istituzioni pubbliche e soggetti attivi.




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