Martedì 09 gennaio 2018
Reddito di base incondizionato. Un'utopia?
Scritto da:
Nicola Riva
Quella del reddito di base è tra le proposte di riforma sociale più ambiziose attualmente in discussione. Essa prevede che tutti i membri di una comunità politica - tutti i cittadini o tutti i residenti regolari su un territorio soggetto a una medesima autorità politica - ricevano dallo Stato o da un altro soggetto pubblico un eguale trasferimento in denaro, a cadenza mensile o, comunque, regolare, a prescindere dalle loro condizioni economiche e dalla loro disponibilità a “guadagnarselo”, lavorando o svolgendo altre attività dotate di utilità sociale.
Si tratta di una proposta che ad alcune persone sembra utopica e ad altre, forse alla maggior parte, persino assurda. Molti dubitano che sia praticabile e sostenibile nel tempo, ma anche chi pensa che potrebbe esserlo si chiede in genere che senso abbia trasferire denaro a chi ne ha già in abbondanza, invece di concentrarsi su chi ne ha effettiva necessità, e, soprattutto, perché assicurare un reddito anche a chi, quand’anche ne avesse la possibilità, non sarebbe disposto ad assumere su di sé una parte degli oneri della cooperazione sociale.
Con la pubblicazione del volume Il reddito di base. Una proposta radicale di Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght l’editore Il Mulino rende disponibile al pubblico italiano il più ampio e completo tentativo di difendere quella proposta: se esistono argomenti validi a favore del reddito di base, chi legge potrà trovarli in quel volume. Il mio obiettivo in queste poche pagine è meno ambizioso: cercherò di chiarire cosa distingue la proposta del reddito di base da altre forme di sostegno al reddito e quali benefici potrebbe produrre, per poi soffermarmi sulle due classiche obiezioni alla proposta: l’obiezione per cui il reddito di base non sarebbe finanziabile in modo tale da assicurarne la sostenibilità nel tempo e l’obiezione per cui non sarebbe giusto garantire un reddito a chi, pur essendo in grado di farlo, non è disposto a contribuire attivamente al benessere della comunità politica, lavorando o a svolgendo altre attività dotate di utilità sociale.
Attualmente la maggior parte delle politiche pubbliche di sostegno al reddito ha la forma di politiche selettive rivolte solo alle persone che soddisfano alcuni criteri d’accesso. Si tratta in genere di politiche che prevedono una “prova dei mezzi”, ossia di politiche che, nel selezionare i destinatari dei trasferimenti e nel fissare il loro importo, tengono conto delle condizioni economiche dei richiedenti e degli altri membri del loro nucleo famigliare, e che pongono come condizioni per l’accesso ai trasferimenti la disponibilità a impegnarsi nella ricerca di un’occupazione, ad accettare eventuali offerte di lavoro retribuito e/o a prendere parte a percorsi di formazione in vista di un successivo inserimento lavorativo.
Il reddito di base si distinguerebbe da politiche selettive per tre caratteristiche:
- sarebbe individuale, erogato a ogni persona a prescindere dalla sua condizione famigliare;
- verrebbe concesso a tutti i cittadini o i residenti e in misura eguale: ai ricchi come a i poveri;
- sarebbe erogato senza alcun obbligo per i destinatari: ai disoccupati involontari così come a quelli volontari.
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