Venerdì 05 ottobre 2018
Cosa sarà il reddito di cittadinanza. Dal welfare al workfare
Scritto da:
Daniele Zito
La promessa in campagna elettorale era senza dubbio suggestiva: garantire un reddito minimo a tutti coloro che ne hanno bisogno, in modo da contenere i continui ribassi salariali, dare uno stimolo deciso ai consumi, rilanciare la crescita, facendo leva su tutti quei settori della società colpiti pesantemente dalla crisi.
Da molti quella promessa è stata letta come un sogno possibile, un'opportunità da non perdere per tornare in carreggiata, e per questo motivo, specie al Sud dove le ripercussioni della crisi sono state più violente, il consenso è stato travolgente, una vera e propria valanga di voti.
In questo senso, è impossibile non affermare che la legittimazione del M5S non sia stata popolare.
Forte di questa consapevolezza, il capo politico del movimento ha fatto letteralmente di tutto per portare a casa il risultato: ogni qualvolta ce ne sia stato bisogno il reddito di cittadinanza è sempre stato posto come una pregiudiziale discriminante per la tenuta del governo gialloverde. O il reddito di cittadinanza o il voto.
Non stupisce, quindi, l'euforia manifestata da Di Maio sull’accordo raggiunto per portare il deficit al 2,4 per cento. Trovate le coperture economiche, quella notte il reddito di cittadinanza è diventato realtà. Le immagini delle bandiere pentastellate festanti sotto il balcone di palazzo Chigi hanno fatto il giro del mondo.
Esaurita la sbornia, però, è giunto il momento di trasformare quelle promesse in realtà. Aver trovato i fondi non basta, occorre anche dare corpo a quell'insieme di aspettative e desideri che tanta parte di elettorato ha espresso e continua ad esprimere tutt'ora.
Sul piatto ci sono 10 miliardi. È una delle poche certezze. Le altre vanno ricercate nel programma elettorale del M5S, nel programma di governo scritto assieme alla Lega, nelle tante dichiarazioni di Di Maio e Di Battista, e in quelle più recenti del viceministro all’Economia in quota pentastellata, Laura Castelli.
Purtroppo tutto lascia supporre che quelle promesse saranno in parte disattese.
Tuttavia in queste settimane è emerso anche un nuovo scenario, per certi versi imprevedibile: l'insieme delle misure presentate come reddito di cittadinanza sembrano destinate a modificare in maniera duratura l'assetto del nostro welfare. Potrebbero, addirittura, trasformarlo in un workfare, una condizione inedita, in linea con quel che è accaduto anche in altri Stati europei. Ma andiamo con ordine.
Cosa sarà il reddito di cittadinanza
Stando a quanto dichiarato dagli esponenti del governo, il reddito di cittadinanza sarà un reddito minimo a integrazione di quello personale fino a una data soglia, calcolata in 780 euro al mese.
Differentemente da quanto molti ritengono, la platea a cui è rivolto non sarà molto vasta, e la sua erogazione sarà sottoposta a vincoli stringenti.
Chi sono i beneficiari e perché non sono tanti quanto ci si aspetterebbe
Il cosiddetto reddito di cittadinanza non sarà una misura di tipo universalistico che andrà in maniera indiscriminata a tutti i disoccupati. Non andrà nemmeno alla platea totale dei poveri relativi e assoluti. Le coperture sono sufficienti a soddisfare solamente una parte dei poveri assoluti, selezionati in base all'ISEE.
Dai dettagli fin qui forniti dal governo, i beneficiari di questa misura di integrazione al reddito saranno:
Immagine di copertina: ph. Ethan Hoover da Unsplash
- i poveri assoluti che posseggono un ISEE corrispondente a poco più di 9000 euro annui. Dovrebbero essere circa 3,4 milioni di persone. Il condizionale è d'obbligo perché molti di questi potrebbero possedere dei beni in grado di far loro superare quella soglia ISEE;
- i pensionati che attualmente percepiscono un assegno inferiore ai 500 euro mensili (circa 1,68 milioni di persone), sempre a patto che il loro ISEE non superi la soglia dei 9000 euro annui;
- gli stranieri a patto che siano residenti in Italia da almeno dieci anni.
- lavorare gratis per lo Stato 8 ore a settimana;
- non rifiutare più di 3 proposte di lavoro congrue (aggettivo scivolosissimo difficile da quantificare), che lo Stato si impegna a fare loro all'interno di un arco temporale di 2 o 3 anni (ancora la durata non è stata confermata);
- garantire un certo periodo (ancora non definito) di occupazione, naturalmente anteriore alla scadenza del contratto accettato.
- un gruppo continuerà a lavorare per 500 euro al mese, accontentandosi dei 280 euro di integrazione proposti dallo Stato;
- un gruppo abbandonerà. I suoi componennti accederanno ai 780 euro, ma saranno vincolati a dover accettare qualunque lavoro verrà successivamente proposto loro.
Immagine di copertina: ph. Ethan Hoover da Unsplash
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