Mercoledì 10 dicembre 2025
Pratiche posizionali
 
Esplorare potere, piacere, privilegi e oppressioni

My personal world view, which like so many young people I carried as a conviction of my own uniqueness, was not original with me, but was, rather, my untutored and half-conscious rendering of the fact of blood and bread, the social and political forces of my time and place.

(Adrienne Rich,1986)



Da dove guardiamo il mondo? Siamo al centro o ai margini di uno sguardo che ci attraversa, ci misura, ci educa? Abitiamo cartografie polimorfe, diacroniche e intersezionali, dove la nostra storia è sempre anche la storia di qualcun altrə, ma ci chiediamo mai quali privilegi possediamo rispetto ad altre soggettività parallele? Nel contesto attuale, caratterizzato da crisi sociale e climatica, guerre e genocidi, l’arte e la cultura possono essere luoghi dove riflettere sulle strutture e relazioni di potere che attraversano le nostre vite e pratiche?


Nella geografia della contemporaneità, il potere non è più soltanto istituzione o autorità, ma luce che filtra ovunque, che ci espone e ci abita. Come nel panopticon immaginato da Foucault¹, ci muoviamo dentro una sorveglianza diffusa, dove lo sguardo non ha più un centro, ma mille riflessi. Ogni gesto, ogni emozione, ogni relazione diventa parte di un circuito di visibilità ed estrazione.


Eppure, proprio dentro questa rete di controllo, emergono spiragli, interstizi di resistenza. È nei margini, nelle zone d’ombra, che il corpo ritrova la possibilità di sottrarsi, di disobbedire, di riscrivere se stesso. In questo orizzonte, la geografia del mondo si fa porosa. Come scriveva Walter Benjamin², in Napoli porosa, la porosità è ciò che consente agli spazi e ai corpi di respirare insieme: un continuo passaggio tra interno ed esterno, tra io e altro. La contaminazione non è perdita, ma apertura, un luogo di incontro, di mescolanza, di trasformazione reciproca. Ecco allora che si aprono immaginari nuovi, dove si generano cronologie dell’altro, del divenire, di mondi fluidi e ricchi di possibilità. E poi c’è il piacere, vissuto non come edonismo o fuga, ma come ritorno al corpo, come respiro che si allenta, come un coro che si armonizza partendo dal battito del cuore. Alexander Lowen, psicoterapeuta e psichiatra statunitense³, ci ricorda che il piacere è una forma di conoscenza, una vibrazione che riconnette l’essere alla propria energia vitale. Ritrovare il piacere significa riconquistare l’intimità con la vita stessa, con la sua pulsazione lenta e imprevedibile.

Il Festival della Peste 2025, progetto di Fondazione Il Lazzaretto che quest’anno ha indagato il binomio Potere/Piacere, nasce da queste domande: dal desiderio di smontare lo sguardo unico, di sciogliere la trama invisibile che lega potere e piacere, controllo e desiderio.

Nel lavoro di Rebecca Moccia, questa tensione si fa visibile. La sua ricerca attraversa le politiche dell’affetto, le economie invisibili delle emozioni, le forme con cui il potere governa e informa il sentire. Il laboratorio concepito per la Fondazione il Lazzaretto è un campo di ascolto e di esperienza, dove la ricerca si trasforma in gesto, corpo, relazione. Così, tra potere e piacere, tra sorveglianza e vulnerabilità, il Festival della Peste 2025 diventa uno spazio in cui le connessioni mutano e il tutto assume l’aspetto di un invito a guardare, o meglio, a lasciarsi guardare. Si osserva da una posizione nuova, più umana, più porosa, più critica, più libera. 


L’artista ha scelto di condividere l’urgenza di lavorare, come autrice e soggettività, sulla propria percezione del tempo e dello spazio in maniera situata e al contempo intersezionale, attraverso un laboratorio collettivo che è diventato un esercizio di consapevolezza, una linea del tempo non scandita da eventi egemonici, ma da sensibilità laterali, da connessioni con le storie che restano spesso in secondo piano.

Una riflessione collettiva sulla posizionalità, che, come elaborato nella politica del posizionamento femminista a partire dagli anni Ottanta⁴, si fonda sul riconoscimento dell’intreccio di esperienze, privilegi e oppressioni che modellano la nostra percezione del mondo. 

Nel lavoro di Moccia, presentato durante l’ottava edizione del Festival del Peste, nascono sovrapposizioni spaziali, in cui le coordinate geologiche smettono di essere vere cartografie e si intrecciano all’emotività dei luoghi. Planimetrie domestiche si sovrappongono ad altezze biologiche, rivelando come le domande finiscano per dissolversi dentro la nostra stessa essenza. E allora, da dove guardiamo davvero il mondo?

Visioni Situate. Il laboratorio.

Il workshop ha rappresentato un invito a riflettere in maniera pratica su ciò che, soprattutto nei contesti di privilegio, tendiamo a considerare scontato o neutrale, a partire da fattori come il luogo in cui siamo cresciutə, il nostro genere, il corpo che abitiamo, la classe sociale o la religione, che rappresentano un punto di partenza imprescindibile per interrogarsi su dove, come, quando e all’interno di quali relazioni di potere si intesse la nostra vita. Questi aspetti infatti, seppur spesso invisibilizzati⁵,  determinano come viviamo le esperienze, come veniamo percepitə dalə altrə e quali opportunità e piaceri ci sono accessibili.

Durante il lavoro, insieme alə partecipantə — un gruppo di otto persone eterogeneo che ha risposto all’ open call—  abbiamo provato a soffermarci sulla nostra posizionalità, sulle condizioni materiali e simboliche che precedono le nostre azioni e le nostre emozioni, creando uno spazio di riflessione gratuito, aperto e collettivo, costruito sulla percezione e la relazione. Il laboratorio si è svolto attorno ad un foglio di lavoro digitale proiettato nello spazio, nel quale abbiamo annotato scansioni, immagini, parole e stratificazioni grafiche, realizzate in collaborazione con Riccardo Rudi. 

Questo testo ripropone alcune attività attraverso le quali abbiamo provato a esplorare e discutere le nostre specificità. Nonostante il lavoro sia stato concepito per essere realizzato in un contesto preciso, come quello della Fondazione Il Lazzaretto, situato in un quartiere centrale della città di Milano, Europa, nel settembre 2025, lo condividiamo qui come racconto e possibilità di discussione o riattivazioni in altri corpi, in altri tempi, in altri gruppi.

1 - Riflettere sul proprio background, attivare il racconto di sé attraverso un oggetto materiale

Per iniziare a conoscerci e a raccontarci partiamo da qualcosa di concreto e tangibile come un oggetto o un’immagine affettiva. 

Attività: Ogni partecipante condivide l’immagine o l’oggetto personale, utilizzandoli come veicolo per una breve presentazione di sé e del proprio background al gruppo. 

In questo racconto si invita a includere informazioni sull’identità personale e culturale (senza indicare il luogo d’origine, su cui ci soffermeremo più avanti). Ogni partecipante dopo aver utilizzato l’oggetto per il racconto lo scansiona.

2 - Il nostro corpo, la nostra prima prospettiva

Il riconoscimento della trama dei poteri invisibili che ci circondano inizia a partire dal proprio corpo, la prima ovvietà della vita, dalle condizioni che abbiamo dato per scontate. Il nostro abilismo, il nostro colore della pelle, le nostre caratteristiche fisiche, guardare e poter accedere a qualcosa da una precisa prospettiva.

Attività: Ogni partecipante a turno segna sul foglio di lavoro digitale l’altezza dei propri occhi. A questa altezza corrisponde una linea, le linee si trasformano nei diversi orizzonti del nostro spazio condiviso.

3 - Al centro di cosa? 

Le mappature non sono strumenti neutri, ma dispositivi di orientamento che seguono visioni della storia e posizioni di potere. In questa attività, le rappresentazioni geografiche diventano spunto pratico e simbolico per riconoscere che un sud/nord/centro/est/ovest sono sempre definiti da una relazione tra due punti. Proviamo quindi a costruire una geografia disorientata fondata sulla percezione emotiva e condivisa del gruppo, come esercizio di posizionamento e di riscrittura collettiva dello spazio.

Attività: Ogni partecipante a turno segna sul foglio di lavoro un punto corrispondente al proprio luogo di origine senza indicare di che luogo si tratta, scegliendo liberamente dove e in relazione a cosa collocarlo senza pensare a coordinate codificate. Solo quando tuttə lə partecipanti hanno segnato il proprio punto si svelano i luoghi a cui ogni punto fa riferimento. 


4 - Lo spazio che abbiamo a disposizione 

Nella società capitalista in cui viviamo anche lo spazio primario, come quello della casa, per quanto necessario non è scontato. La disparità nell'accesso alla casa è infatti una delle maggiori ingiustizie che si verificano nelle nostre città. Nella disponibilità di spazio si riflette in proporzione il privilegio economico, di classe e di cittadinanza.
Guardando e vivendo solo la nostra casa, è difficile rendersi conto delle condizioni in cui vivono le altre persone. La consapevolezza si acquisisce di nuovo in relazione.

Attività: Ogni partecipante disegna la pianta sintetica della propria casa, ogni pianta viene accostata alle altre sul foglio di lavoro.

5 - Storie  

Mettere in discussione l’idea astratta e universale di storia, verità e conoscenza significa riconoscere che ciò che viene tramandato come “neutro” riflette in realtà i punti di vista dei gruppi egemonici. Costruire una linea del tempo dal punto di vista del gruppo permette di decostruire questa presunta oggettività, interrogando quali eventi vengono considerati significativi, quali restano ai margini e perché. In questo modo, la narrazione storica viene messa in discussione come un’altro spazio critico e situato che ci riguarda, dove le esperienze collettive e le memorie invisibilizzate possono e devono trovare voce.

Attività: Ogni partecipante annota una data in cui è avvenuto qualcosa di importante per lei/lui/loro. È importante indicare eventi collettivi e non strettamente personali, cercare di riflettere sul perché di queste scelte e come questi eventi/esperienze hanno plasmato la nostra vita o percezione successiva. Successivamente a turno si racconta perché quelle date sono state importanti e vi si associano delle immagini.

6 -  Privilegi e Oppressioni

In ultimo proviamo a ragionare su come background, valori, esperienze hanno influenzato la nostra visione ed esperienza del mondo creando privilegi e oppressioni.

Per privilegio si intende un vantaggio sociale, economico o culturale che una persona può ottenere per via della sua appartenenza a un gruppo sociale specifico. Possiamo  rintracciare privilegi legati: alla classe sociale (es. poter accedere a una scuola privata; avere una rete di contatti familiari o amicali che facilita l’accesso al mondo del lavoro; poter contare su un’eredità o una casa di proprietà); all’origine e al colore delle pelle (es. non essere seguitə o controllatə in un negozio per sospetto di furto; vedere la propria etnia rappresentata positivamente nei media, nella pubblicità e nei libri scolastici; poter viaggiare liberamente); al genere (es. essere ascoltatə con più autorevolezza in riunioni di lavoro, non essere giudicatə per il proprio aspetto fisico); all’orientamento sessuale (es.poter parlare liberamente del proprio partner e scambiarsi gesti d’affetto senza temere discriminazioni); alla religione (es. poter indossare simboli religiosi senza temere discriminazioni o sanzioni); alla disabilità (es. non dover pianificare ogni spostamento in base all’accessibilità di un luogo; non subire infantilizzazione o compassione non richiesta); e molti altri.

Non è facile riconoscere di appartenere ad un gruppo che gode di privilegi o vantaggi sociali, ma è uno sforzo necessario per costruire una società più equa. 

Attività: Alla luce del breve percorso fatto insieme durante il laboratorio ogni partecipante annota una serie di privilegi che si comprende di possedere e/o oppressioni che si riconosce di aver subito o attuato. Successivamente a turno si condividono con il gruppo e formano la cornice del foglio di lavoro, il filtro visivo e concettuale attraverso cui leggere l’outcome di questa riflessione collettiva.

Le attività e i materiali raccolti nel laboratorio  sono confluiti in un artwork collettivo stampato ed installato presso la Fondazione Il Lazzaretto nel corso del Festival della Peste svoltosi dal 5 al 9 Novembre 2025.



Foto di copertina di Rebecca Moccia e Riccardo Rudi



Note


¹ Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. di Alcesti Tarchetti, Torino, Einaudi, 1976 (ed. or. Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard, 1975).


² Walter Benjamin. Napoli porosa. 2020 dal testo di Walter Benjamin e Asja Lacis, traduzione e postfazione, di Elenio Cicchini, a cura della Libreria Dante & Descartes. 


³ https://it.wikipedia.org/wiki/Alexander_Lowen


Si veda ad esempio, Adrienne Rich, Notes Toward a Politics of Location, 1984 in Blood, Bread and Poetry, W W Norton & Co, 1986.


Come argomenta Sarah Ahmed in A phenomenology of whiteness (2007) Feminist Theory, 8(2), 149–168. https://doi.org/10.1177/1464700107078139, il privilegio guadagna potere quando non notato.


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