Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.
La riflessione che segue indaga il legame tra strumenti e partecipazione, evidenziando la natura, il ruolo e la complessità di tale relazione nei processi collaborativi. Le premesse da cui prende avvio riguardano la convinzione che i desideri e le idee risultato di un percorso partecipativo non sono qualche cosa che già esiste e che va fatto emergere attraverso il sapiente uso di strumenti, ma sono invece qualche cosa che viene creato dalla comunità partecipante attraverso le forme di interazione con quegli stessi mezzi e strumenti che sono utilizzati per esprimersi. In questo senso, quindi, il percorso partecipato non è visto come mero insieme di strumenti, persone partecipanti, attori facilitanti, luoghi e progetti, bensì è inteso come il flusso che si viene a creare nell’interazione tra tutti gli oggetti e i soggetti in gioco.
Per questo motivo riflettere separatamente di strumenti e di partecipazione tralascia il nucleo della questione ossia quel flusso, quel processo capace di dare un senso al futuro, che si crea di volta in volta nell’interazione tra strumenti e persone.
Scrivere degli strumenti in sé, inoltre, porta a riflettere sulle tecniche di cui diventare buoni funzionari, ma tralascia il riconoscimento dei meccanismi sottesi all’utilizzo degli strumenti stessi, tra cui, ad esempio, il fatto che affidarsi a uno strumento è sempre, innanzitutto, una forma di delega. Qualunque strumento venga utilizzato all’interno di un percorso partecipativo è, a priori, una tecnica a cui la persona che facilita il processo (o la comunità stessa) delega il potere di dare forma alle diverse idee, suggestioni, riflessioni. La mancata consapevolezza rispetto a tale meccanismo produce l’effetto di confondere i prodotti tangibili di un percorso (mappe, diagrammi, report) con i risultati stessi del processo, mettendo in secondo piano ciò che l’interazione tra strumenti e persone rende possibile: la creazione di comunità, l’apprendimento, l’immaginazione, il progetto per il proprio futuro.
Di per sé, dunque, ciò che è utile sottolineare e tenere in mente all’interno della riflessione sul rapporto tra strumenti e processo partecipativo è il fatto che gli strumenti non stanno sullo sfondo di tale processo, perché essi sono sempre qualche cosa di “non neutro” e hanno, di conseguenza, un ruolo importante nell’orientare discussioni e decisioni. Tale ruolo non va confuso con quello di semplici intermediari: grafici e immagini non si limitano a rappresentare o esprimere idee e pensieri che esistono a prescindere; sono invece mediatori che agiscono nel processo e sono capaci di definire o modificare pensieri e situazioni preesistenti.
Riflessioni e progetti all’interno del processo si creano in stretta correlazione con gli strumenti a cui viene delegato il potere di darvi forma
Concretamente, all’interno di un percorso partecipativo, le idee e i desideri di una comunità, dunque, non vanno spesi al solo fine di costruire nuvole di parole, post it, mappe. Piuttosto, riflessioni e progetti all’interno del processo si creano in stretta correlazione con gli strumenti a cui viene delegato il potere di darvi forma e alla natura delle interazioni che avvengono tra le persone e tra di esse e gli strumenti stessi nei diversi momenti di incontro.
Ridurre la riflessione agli strumenti in sé, dunque, nega la possibilità di provare ad afferrare ciò a cui gli strumenti, all’interno dei percorsi partecipativi, servono: sostanziare quella relazione con e tra le persone che serve a svelare i desideri delle comunità. Concentrare l’attenzione solamente sugli strumenti, infine, garantisce loro la possibilità di diventare preminenti all’interno di un flusso. Tale preminenza, ossia il fatto che l’importante all’interno di un flusso partecipativo diventa la scelta dello strumento, il suo corretto utilizzo e il rispetto delle tempistiche, diventa l’obiettivo stesso del percorso, contribuendo più di quanto si pensi a decretarne il fallimento.
I processi collaborativi infatti, quando funzionano, hanno per oggetto i desideri di una comunità, le aspirazioni, le aspettative. Non si concentrano unicamente sui bisogni, perché le mancanze sono spesso evidenti e, se il fine della partecipazione fosse l’analisi comune delle mancanze, parlare di tecniche e di come utilizzarle per elencarle sarebbe sufficiente. Poiché invece il senso della partecipazione va necessariamente oltre, i processi collaborativi sono chiamati a produrre una proiezione, ovvero un progetto delle persone e della comunità partecipante nel suo futuro. Dall’individuare assieme le funzioni da attivare all’interno di un edificio, al pensare alle forme di utilizzo di uno spazio pubblico, tutto ha a che fare con il progettare, ossia con il costruire una proiezione concreta per qualche cosa che ancora non esiste. Questa proiezione e la stessa capacità di produrla sono il valore che sostanzia la relazione tra la partecipazione e gli strumenti che vengono di volta in volta utilizzati, ovvero il processo partecipativo.
Un processo che per funzionare si basa sull’equilibrio relazionale tra umani, non umani e quasi umani mette in luce il valore e l’importanza che assume la capacità di creare situazioni di interazione in cui tale equilibrio (che non si trova in un punto specifico e definito come naturalmente avviene) è continuamente mutevole e cangiante. Pone parimenti l’attenzione sulla necessità che l’equilibrio tra le componenti in gioco sia mantenuto instabile, ovvero abbia in sé quei caratteri poco formalizzati, quella moltitudine di occasioni diverse, quella varietà di toni di voce, quel grado di informalità e casualità che consentano ad ognuno di entrare e uscire dal processo, di partecipare attivamente o ascoltare, di dire la propria o tacere, di avere o non avere idee, senza per questo sentirsi rigidamente inclusi o esclusi, cittadini o tecnici, volontari o lavoratori, esperti o partecipanti, persone o comunità.