Giovedì 04 dicembre 2025
Partecipazione: Intergenerazionalità
 
Le cose importanti si fanno insieme, divenenti e divenuti

Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFareParole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.

La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.


Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen




È possibile delineare una politica dell’umanità che abbia come scopo quello di perseguire e sviluppare il processo di umanizzazione, inteso come miglioramento delle relazioni fra gli esseri umani, fra le società umane e fra gli uomini e il loro pianeta? Non potremo eliminare il dispiacere e la morte, ma possiamo aspirare a un progresso nelle relazioni fra esseri umani, individui, gruppi, etnie e relazioni. Rinunciare al migliore dei mondi non significa rinunciare a un mondo migliore¹. 


Intergenerazionalità è una delle 12 parole chiave che costituiscono gli assi di riferimento della Partecipazione attiva sui territori della Fondazione Compagnia di San Paolo. Sono partita da questa potentissima citazione di Edgar Morin perché ci permette di individuare nella trasformazione antropologica che stiamo attraversando la prospettiva alla quale dovremmo tendere: il processo di umanizzazione che è un cambio di pensiero e di civiltà. 


In questo salto di paradigma non solo diventa fondamentale lo sviluppo della persona lungo il corso della vita ma è centrale l’interdipendenza, ovvero la rete di relazioni fra esseri umani, e ancora tra esseri umani e il pianeta in cui abitiamo. 


Ecco: la relazione tra generazioni sembra essere andata in tilt. L’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell’Istat ha presentato proprio la “frattura intergenerazionale” come una grande urgenza da risolvere. Con la pandemia di COVID-19 tutti noi abbiamo sperimentato simultaneamente e abbiamo condiviso la stessa fragilità, la stessa sensazione di minaccia e l’appartenenza a una stessa comunità di destino. Dopo, però, è successo qualcosa. Se nel 2022 più della metà degli indicatori riferiti agli adulti ha registrato un miglioramento del benessere tale da superare il livello precedente alla pandemia, per i giovani con meno di 24 anni, invece, è migliorato solo il 44% degli indicatori e una quota quasi equivalente (43%) è peggiorata. Le persone più mature nella fase post-Covid hanno ricominciato a guardare al proprio futuro e a quello della propria famiglia con meno pessimismo e più fiducia ma i giovani, incredibilmente, no. Sono così diventati protagonisti di quella che in un bellissimo saggio di cronosofia Pascal Chabot chiama “afuturalgia”: ovvero il dolore di sentirsi privati di un futuro².

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Sono così diventati protagonisti di quella che in un bellissimo saggio di cronosofia Pascal Chabot chiama “afuturalgia”: ovvero il dolore di sentirsi privati di un futuro

Come dargli torto, ai giovani? Come fidarsi di un progetto di futuro realizzato dagli adulti che avrebbe dimenticato di “prevedere” le reazioni del nostro pianeta alle azioni umane? Penso naturalmente al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici. Come accettare teorie economiche e sviluppo tecnologico da adulti colpevoli di un errore di previsione così madornale? Penso per esempio al problema del lavoro e alla povertà triplicata e inversamente proporzionale all’età. Lo sapete che la maggiore percentuale di poveri assoluti si concentra proprio nelle fasce giovanili? ³ Errori di previsione tali da impedirci di consegnare oggi ai nostri giovani un mondo umanamente abitabile. Ora, consci degli errori commessi siamo capaci di avere una visione responsabile, siamo capaci, appunto, di andare oltre e disegnare concretamente il futuro insieme? Per farlo dobbiamo abbandonare le lenti interpretative usuali, e una di queste è appunto il classico approccio generazionale che fa acqua da tutte le parti. Viviamo in un tempo in cui i bambini – la generazione alpha – hanno modelli di consumo che una volta erano tipici dell’adolescenza – generazione Zeta – , gli adolescenti hanno dei livelli di libertà che un tempo erano tipici dei giovani, tra i giovani e i bambini di oggi c’è molto più di una leggera differenza d’età, i giovani (generazione y) sono sempre più a lungo dipendenti dagli adulti, anche economicamente, e gli anziani (baby boomers) hanno stili di vita giovanili: la vecchiaia, lontana dall’essere l’età del declino, è diventata un momento importante di progettazione esistenziale. 


Non c’è un solo modo di essere famiglia. Ci sono innovazioni e persistenze che si intrecciano. L’approccio tradizionale per target, per segmentazione socio-demo, non può funzionare. È come se avessimo nel nostro retropensiero una sorta di prospettiva adultocentrica dello sviluppo, una sorta di curva a campana – se la dovessimo disegnare – in cui l’apice è l’età adulta e la giovinezza una fase preparatoria all’adultità e la vecchiaia la fase di declino. Ma non è così: il processo di umanizzazione che dobbiamo perseguire copre l’intero arco della nostra vita ed è un percorso non lineare basato sulla trasformazione. Ecco perché ho amato moltissimo l’espressione “divenenti” invece di giovani utilizzata in Futura, un’inchiesta collettiva in forma di documentario svolta da Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher che ha esplorato l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia. Il film si muove nello stesso orizzonte di Comizi d’amore di Pasolini. 


“Divenenti”, è l’etichetta che preferisco, è decisamente più esplicativa e affascinante di giovani, perché esprime non la staticità di una dimensione, ma la transizione, la trasformazione, il viaggio e il cambiamento: sono coloro che non sono più bambini ma che non sono ancora adulti, coloro che sono impegnati nell’arduo compito del diventare, sono come creature soprannaturali. Quando ho intercettato questa parola ho capito quanto il nostro lessico non sia ancora attrezzato, perché a non essere attrezzato è il nostro immaginario. Ed è su questo che dobbiamo lavorare. Dal film Futura emergono in modo molto forte le caratteristiche del tempo percepito dai ragazzi: un tempo onnipresente, dove tutto viene misurato, dove un minuto vale un minuto, che sia banale o importantissimo, un tempo accompagnato da un continuo richiamo alle azioni ancora da compiere. Un tempo costantemente accelerato: hanno la sensazione di dover cercare un’identità e di doverla trovare nel minor tempo possibile.

“Divenenti”, è l’etichetta che preferisco, è decisamente più esplicativa e affascinante di giovani, perché esprime non la staticità di una dimensione, ma la transizione, la trasformazione, il viaggio e il cambiamento

Siamo in un mondo che ci appare contemporaneamente in evoluzione, in rivoluzione, in progresso, e in pericolo. E queste parole, per giovani divenenti e adulti divenuti, hanno un sapore e un significato completamente diverso. Rovesciare l’ottica ci aiuterà a trovare significati comuni. Credo che una chiave per contrastare questa frattura progressiva sia proprio riappropriarci tutti del bene più prezioso che abbiamo, il tempo. L’accelerazione è un effetto collaterale della competitività che ci fa sentire sempre più soli. Il rapporto tra generazioni segue invece regole basate solo sulla fiducia e sul senso di responsabilità, sulla consapevolezza che si può apprendere gli uni dagli altri scambiando e ricombinando il proprio patrimonio di competenze e conoscenze. Mettendo in comune le parole: cura, solidarietà, relazione. Ma queste non possono essere accelerate, hanno bisogno di un tempo lento.


Dovremmo creare delle “oasi di decelerazione”: ecco perché più di ogni altra categoria, quella dell’intergenerazionalità vede la centralità della partecipazione attiva e dei terzi luoghi, degli spazi di prossimità sociale e culturale, delle istituzioni culturali che sul piano del pensiero – tornando al cambio di paradigma dello sviluppo umano – possano ricordarci alcune questioni fondamentali: che la complessità non è un fine ma un mezzo necessario per concepire il fondamentale, l’emergente, l’ambiguo, l’inatteso; che le cose importanti si fanno insieme, divenenti e divenuti; che Il prendersi cura gli uni degli altri, la solidarietà intergenerazionale e la partecipazione attiva saranno la chiave. Non si tratta quindi di coesistere ma di interagire. Un modo per farlo sono le storie. I grandi scrittori ci hanno insegnato il potere di provare sconcerto, stupore, estasi. Il potere dell’immaginazione. Quale può essere la eco-emotiva che si apre con una parola detta al momento giusto⁸


Nel 1951 Natalia Ginzburg scrive Il silenzio, che viene pubblicato nella prima raccolta di saggi della Ginzburg, Le piccole virtù, nel 1962, e dice: "Mai come oggi, le sorti degli uomini sono state tanto strettamente connesse l’una all’altra, così che il disastro di uno è il disastro di tutti. Si verifica dunque questo fatto strano: che gli uomini si trovino strettamente legati l’uno al destino dell’altro, così che il crollo di uno solo travolge migliaia di altri esseri, e nello stesso tempo tutti soffocati dal silenzio, incapaci di scambiarsi qualche libera parola. Per questo – perché il disastro di uno è il disastro di tutti – i mezzi che ci sono offerti per guarire dal silenzio si rivelano insussistenti." 


Io credo che dovremmo puntare su questo: sulla costruzione di spazi fisici e mentali di incontro tra generazioni, luoghi che rendano visibile la continuità di ciò unisce le generazioni e dove si possano costruire ponti tra pratiche antiche e contemporanee di abitare questo nostro tempo.



Note


¹ Edgar Morin, Svegliamoci, Milano, Mimesis, 2022, p. 71.

² Pascal Chabot Avere tempo. Saggio di cronosofia. Roma, Treccani, 2022.

³ Tutto da perdere. Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia, Caritas, 2023.

⁴ Rimando alla mia riflessione in “I divenenti. Due libri e un documentario per progettare la lettura nel futuro”, www.che-fare.com, 2023.

⁵ Pascal Chabot, Avere tempo. Saggio di cronosofia. Roma, Treccani, 2022.

⁶ Si veda su questo tema Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione: per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, 2015.

⁷ Noreena Hertz, Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, il Saggiatore, 2021.

⁸ Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi, 2021.




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