Lunedì 15 dicembre 2025
Nulla di ciò che vive mi è estraneo
 
A chi appartiene la nostra comunità morale?
Fonte: Aeon
Dal web

Nel 55 a.C., nel giorno conclusivo delle celebrazioni per l’inaugurazione del Teatro di Pompeo, migliaia di Romani assistettero a rappresentazioni teatrali, gare atletiche e musicali, e a cacce con animali selvaggi. Nel culmine dei festeggiamenti, una ventina di elefanti vennero uccisi cerimonialmente nel Circo Massimo. Questa caccia divenne un episodio incancellabile non solo per testimoni come Cicerone, ma per generazioni di Greci e Romani, compresi Seneca, Plinio il Vecchio, Plutarco e Cassio Dione.


Quando furono feriti per la prima volta, gli elefanti non reagirono attaccando. Sembrarono invece arrendersi. Camminavano per l’arena con la proboscide levata verso il cielo, barriti di dolore, quasi implorando la folla di fermare il massacro. Molti spettatori, in lacrime e sconvolti di fronte a quella visione terribile, scagliarono maledizioni contro Pompeo. Cicerone descrisse così la scena:


«L’ultimo giorno fu quello degli elefanti, che destò grande stupore nella folla più rozza, ma non procurò alcun piacere. Anzi, suscitò un moto di compassione e fece nascere quasi la convinzione che quell’animale avesse qualcosa in comune con l’umanità.»


Il sentimento di compassione (misericordia) per gli elefanti procedeva insieme alla convinzione che essi condividessero con noi un terreno comune. La parola latina che Cicerone impiegò per indicare questa comunanza fu societas: unione, associazione, complicità, appartenenza a una stessa comunità. La sua testimonianza evocava questioni centrali della filosofia greca e romana: chi appartiene al nostro “noi”? La famiglia? La tribù? La nostra città o nazione? E gli stranieri, i forestieri? Condividiamo una societas con ogni essere umano, indipendentemente dalla sua origine?


Questi interrogativi erano ritenuti decisivi perché le risposte ne determinavano i confini del dovere morale. Si riteneva che la sfera delle nostre obbligazioni si limitasse agli esseri con i quali condividiamo un’appartenenza. Far parte della comunità — koinonía in greco — significa essere “affini” (oikeîoi). Avere affinità significa essere legati ai propri simili da vincoli di amicizia (philía). Fu la percezione della violazione di questi legami a spingere la folla romana a maledire Pompeo, giudicando l’uccisione degli elefanti un’ingiustizia gravissima.


Domande su chi faccia parte della nostra comunità condivisa e sui doveri che essa ci impone venivano poste molto prima di Cicerone e Pompeo. Uno dei primi filosofi a formularle fu infatti Empedocle, pensatore presocratico del V secolo a.C., originario della città di Akragas (l’odierna Agrigento), nella Sicilia sud-occidentale. Le sue idee, singolari e radicali, sulla nostra comunità morale continuano ancora oggi a risuonare.



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