In collaborazione con la casa editrice ombre corte, pubblichiamo una serie di estratti dei volumi della collana Etnografie, che raccoglie ricerche costruite a partire dall’incontro con i contesti osservati, attraverso le relazioni, le pratiche e i conflitti che li caratterizzano. Gli estratti qui proposti restituiscono questa densità, portando alla luce le economie simboliche, i regimi di visibilità e le strutture di potere che attraversano i contesti indagati.
Questo testo è un estratto da L’ultima mezz’ora. Discoteche, gestione della violenza e culture dei buttafuori, di Pietro Saitta e fa parte della rubrica Ombre Corte: Entnografie. L’ultima maledetta mezzora è un’etnografia che svela il mondo delle discoteche attraverso gli occhi dei buttafuori. L’indagine esplora la gestione del rischio in spazi affollati e le diverse concezioni di sicurezza in gioco. Il libro rivela il buttafuori come “produttore di spazio”, figura che filtra la clientela secondo logiche di profitto e controllo. Analizzando le discoteche come nodi di reti relazionali urbane, si evidenziano le tensioni tra regole formali e informali.
Quello che segue è un saggio sulle discoteche, la violenza, l’ammissione o l’esclusione degli individui da spazi insieme “pubblici” e privati. È un testo, inoltre, sugli usi capitalistici del tempo libero e la gestione dei rischi connessi agli impieghi di massa di aree destinate al profitto, ma dalla capienza limitata. Si potrebbe anche dire che è uno studio sul controllo sociale alternativo, oppure complementare, a quello esercitato dalle istituzioni. Ciò che fa di esso una ricerca dedicata alle interpretazioni del concetto di sicurezza così come alle pratiche e alle tattiche adottate da differenti attori sociali per conseguire i propri fini. Fini che, a seconda delle posizioni di ciascuno di essi, consistono nel divertirsi, nel lucrare oppure nel vigilare sul comportamento di grandi quantitativi di persone radunatesi per celebrare un particolare rituale di consumo.
Il tutto verrà visto prevalentemente nell’ottica di chi opera alla frontiera tra l’interno e l’esterno dei locali, partecipando così a “produrre lo spazio”, ossia a qualificare la clientela e a indirizzarne i comportamenti secondo le aspirazioni della proprietà, degli organizzatori o di chiunque altro persegua un “progetto”, ovvero un’offerta commerciale di divertimento ed evasione.
Gli operatori di cui si discuterà saranno in particolare gli “addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi”, come li definisce l’articolo 3 della Legge 94 del 15 luglio 2009. Ovvero i “buttafuori”.
Oltre ai temi elencati sopra, dunque, questo è anche un saggio sul lavoro e su una categoria di operatori che è impiegata ai “margini”: quelli del mercato del lavoro così come dello spazio commerciale e quello della città in genere. I buttafuori, infatti, sono per lo più rappresentanti di un proletariato urbano costretto ai doppi e ai tripli lavori; ossia a forme di impiego, sfruttamento e autosfruttamento del proprio capitale corporeo che non conosce pressoché sosta e che vede il tempo segnato dall’orologio come una risorsa da far fruttare per intero.
I buttafuori, infatti, sono per lo più rappresentanti di un proletariato urbano costretto ai doppi e ai tripli lavori, ossia a forme di impiego, sfruttamento e autosfruttamento del proprio capitale corporeo che non conosce sosta
Inoltre, i buttafuori sono in gran parte soggetti collocati dentro una classe e sono chiamati a operare come filtri nell’interesse di individui – i proprietari dei locali – che non si limitano a disporre di risorse superiori rispetto ai dipendenti. Di frequente, infatti, questi imprenditori aspirano anche a perseguire ambienti sociali ben diversi da quelli di provenienza del personale chiamato a proteggere gli spazi di loro proprietà. Ambienti, cioè, ispirati a idee di appropriatezza, attrattività e stile radicati nel senso comune e nei costumi dominanti in un’epoca. Che i risultati generati riescano sempre a soddisfare tali intenti è dibattibile; tuttavia a contare qui sono l’anelito e gli sforzi adottati per produrre qualcosa che, efficacemente o meno, somigli a questa idea.
I buttafuori si trovano così a operare contemporaneamente dentro e fuori il sistema di relazioni a cui appartengono. Essi appaiono estranei alla componente borghese del pubblico che regolano, ma interni ai rapporti sociali che li contrappongono ogni sera a individui che condividono con loro condizioni e origini. Sono questi gli esponenti di una classe indesiderata, i quali si presenteranno ogni sera davanti ai locali nella figura di aspiranti avventori. Essi premeranno per entrare e verranno invece in gran parte respinti, perché ritenuti inadeguati allo spirito di una serata. Questi sono aspiranti clienti che vanno allontanati da persone simili a loro, ossia dai buttafuori stessi, in grado – si ritiene implicitamente – di maneggiare linguaggi e pratiche che ruotano virtualmente intorno a codici violenti. Codici da impiegare con competenza e secondo modalità specifiche degli appartenenti a un preciso gruppo sociale. I buttafuori offrono così alla proprietà dei locali una competenza “linguistica” e un capitale di conoscenze (ossia reti sociali) entrambi derivanti dall’appartenenza a un mondo fatto di quartieri, strada e storie insieme individuali e collettive.
I buttafuori si trovano a operare contemporaneamente dentro e fuori il sistema di relazioni a cui appartengono. Appaiono estranei alla componente borghese del pubblico che regolano, ma interni ai rapporti sociali che li contrappongono ogni sera a individui che condividono con loro condizioni e origini
Inoltre i buttafuori, così come altre figure del mondo dei servizi (Sherman 2007; Longo 2015), si ritrovano tipicamente al limitare dei locali (ossia davanti l’ingresso) oppure al loro interno, ma rigorosamente ai margini di essi. Gli scambi che in altri contesti commerciali caratterizzati da informalità e rilassatezza contraddistinguono talvolta le relazioni tra personale e clienti sono qui ridotti al minimo. Il compito del buttafuori consiste essenzialmente nel mantenere una distanza, che va ridotta velocemente al momento di un intervento per poi ritrarsi con altrettanta rapidità. Ne consegue che la serata tipica di un buttafuori è fatta essenzialmente di un preciso rapporto con il tempo fondato sull’attesa di momenti particolari che consistono nell’incontro programmato (durante l’ingresso e l’uscita dei clienti) o semi-imprevisto (durante gli alterchi in sala oppure in presenza di un malore in sala) con la vasta massa degli avventori; lì ove la relazione del cliente con le medesime unità di tempo è invece basata sull’immersione nella situazione.
Dunque il buttafuori – forse più di altre figure professionali che operano dentro gli stessi locali negli stessi momenti – sta anche ai margini del tempo oltre che di tutto il resto (lo spazio, le relazioni etc.). Da questa condizione deriva l’emergere di sentimenti e modalità complesse di presenza sulla scena, che derivano dall’esigenza di navigare attraverso le differenti fasi di serate lunghe, dalla durata mai inferiore alle cinque ore (talvolta otto e anche più). Noia, estrema attenzione per le situazioni (estesa talvolta sino a rasentare la paranoia), senso d’assedio, cameratismo, ripetizione dei gesti e stati febbrili di eccitazione accompagnati da repentini impieghi del corpo (scatti, corse, gesti violenti) prendono così a costituire stati d’animo e forme di presenza atte a modellare la cultura professionale al centro del presente studio.
Questo rapporto con il tempo è esattamente l’espressione di un rapporto con un salario giornaliero anch’esso complesso. Ovvero articolato, proveniente da una molteplicità di attività che sono rese possibili dalla scansione dell’orologio e dal succedersi di impieghi che, in differenti ore, rendono questa figura della notte un muratore, un ferroviere o un traslocatore, un marito e un padre e, infine, un guardiano della notte. Così ciò che avanzerà al buttafuori per la propria riproduzione personale minima saranno forse le due o tre ore di sonno che lo separano da un nuovo ciclo di sfruttamento e autosfruttamento. Un “miracolo” che è reso possibile solo a partire da una forza – dal carattere quasi metafisico – che egli chiama “abitudine”.