Giovedì 25 settembre 2025
La terapia non ci salverà
 
Verso nuove pratiche di vicinanza
Dal web

«Assurdo che si comporti così, nonostante vada in terapia». Negli ultimi anni credo di aver sentito questa frase in ogni sua possibile variante, dai toni più benevoli a quelli più giudicanti: «Dovrebbe proprio andare in terapia», «Pensa se non andasse in terapia…». Rivolta a persone assenti, a sé, agli amici: «Forse questa cosa dovresti portarla in terapia».


Ho studiato psicologia, sono stata più volte in terapia e da qualche anno mi occupo del movimento per la neurodiversità, delle sue implicazioni epistemologiche e politiche; è quindi evidente che mi muovo in una echo chamber particolarmente sensibile a questi temi.
Eppure, non credo di forzare troppo l’interpretazione nello scorgere una tendenza molto chiara: i social media sono invasi da profili che parlano di salute mentale, psicologi e psichiatri sono su TikTok a fare spiegoni, e i contenuti legati alle classificazioni psichiatriche dilagano. Il linguaggio psicologico ha ormai colonizzato quello della sofferenza, come se ci fosse un’aderenza perfetta tra termini come paura e ansia, tristezza e depressione, bisogno e attaccamento.


Lo dice bene Gioele Cima, nel suo recente L’epoca della vulnerabilità: "La psicologia è oggi il dispositivo dominante attraverso cui filtrare tutto ciò che ci accade. Ciascuna nostra esperienza e vicissitudine tende a essere ricondotta al linguaggio a senso unico della valutazione psichica. Il linguaggio della mente non è più un linguaggio privato, ma un idioma pubblico, costituito da diagnosi, concetti clinici semplificati all’osso e convenzioni dettate dalla terminologia psichiatrica".



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