«Assurdo che si comporti così, nonostante vada in terapia». Negli ultimi anni credo di aver sentito questa frase in ogni sua possibile variante, dai toni più benevoli a quelli più giudicanti: «Dovrebbe proprio andare in terapia», «Pensa se non andasse in terapia…». Rivolta a persone assenti, a sé, agli amici: «Forse questa cosa dovresti portarla in terapia».
Ho studiato psicologia, sono stata più volte in terapia e da qualche anno mi occupo del movimento per la neurodiversità, delle sue implicazioni epistemologiche e politiche; è quindi evidente che mi muovo in una echo chamber particolarmente sensibile a questi temi.
Eppure, non credo di forzare troppo l’interpretazione nello scorgere una tendenza molto chiara: i social media sono invasi da profili che parlano di salute mentale, psicologi e psichiatri sono su TikTok a fare spiegoni, e i contenuti legati alle classificazioni psichiatriche dilagano. Il linguaggio psicologico ha ormai colonizzato quello della sofferenza, come se ci fosse un’aderenza perfetta tra termini come paura e ansia, tristezza e depressione, bisogno e attaccamento.
Lo dice bene Gioele Cima, nel suo recente L’epoca della vulnerabilità: "La psicologia è oggi il dispositivo dominante attraverso cui filtrare tutto ciò che ci accade. Ciascuna nostra esperienza e vicissitudine tende a essere ricondotta al linguaggio a senso unico della valutazione psichica. Il linguaggio della mente non è più un linguaggio privato, ma un idioma pubblico, costituito da diagnosi, concetti clinici semplificati all’osso e convenzioni dettate dalla terminologia psichiatrica".