Tribolazioni digitali è una rubrica dedicata a interrogare la sovranità digitale a partire dal Sudamerica, assumendo il Brasile come laboratorio politico, tecnologico e sociale. Il percorso intreccia interviste e analisi per mettere in relazione infrastrutture, dati, lavoro, software libero, movimenti popolari e politiche pubbliche, restituendo la densità conflittuale del digitale contemporaneo. Nel confronto tra visioni istituzionali e pratiche dal basso, tra critica economica, immaginari hacker e nuovi regimi di quantificazione, la sovranità digitale emerge come una posta in gioco storicamente situata, inscritta nei rapporti di potere e nelle possibilità di trasformazione collettiva.
Ho incontrato Guilherme – anche noto come Guy – alla conferenza annuale della Association of Internet Researchers a Rio de Janeiro. È stato così sfortunato da ricevere una delle cinque copie fisiche del mio primo libro che avevo portato in Brasile, ridendo – giustamente – della mia sezione metodologica, in cui definivo il processo di ricerca come serendipito.
Quando, più tardi, ho preso un autobus per São Paulo, Guy mi ha guidato generosamente nella più grande città dell’America Latina — un luogo in cui girovagare a piedi non è sempre consigliabile. Essendo profondamente inserito nella città e nei suoi movimenti sociali, Guy sapeva esattamente quali eventi e luoghi autentici i bianchi accademici di sinistra tendono ad adorare.
Ci siamo concentrati sulla vita musicale della città: diverse rodas de samba, una fanfarra e un bar palestinese. Al bar Fevro, accanto ai binari, di fronte ad un albero enorme, tudo el mundo sambando, ho assistito all’esempio della versione barsiliana di love&revolution. Dietro la postazione del DJ, due dichiarazioni scritte catturavano lo spirito del posto. Una recitava "Declaramos Carnaval o Ano Inteiro", rivendicando che il diritto alla gioia, a occupare le strade e a sospendere le gerarchie sociali non debba essere confinato a una sola stagione, ma praticato come resistenza quotidiana contro il potere formale e l’oppressione. L’altra proclamava che la "Putaria é Resistência": la libertà sessuale radicale e la trasgressione dei corpi sono, di per sé, atti politici contro un sistema repressivo. Attraverso Guy ho avuto accesso a una rete più ampia di persone che hanno sostenuto il mio periodo succesivo in Brasile, per cui gli sono profondamente grato.
Dietro la postazione del DJ, due dichiarazioni scritte catturavano lo spirito del posto. Una recitava "Declaramos Carnaval o Ano Inteiro". L’altra proclamava che la "Putaria é Resistência"
Per fare l’intervista mi raggiunge in un caffè gentrificato dove stavo lavorando, nel quartiere di Vila Madalena, un polo di gringos — un termine che in Brasile si riferisce a quasi tutti gli stranieri. Guy si è rifiutato di fare l’intervista all’interno, quindi ci siamo seduti su un muretto sul marciapiede, dove poteva fumare. Nell’intervista, Guy propone una visione da socialista del Fediverso plasmato tanto da anni di pratica dal basso quanto dalle sue inclinazioni teoriche.
Il nostro incontro, e questa intervista che ne è seguita, sono forse la prova ultima di quella serendipità: una conversazione che incarna il suo impegno paulista per spazi decentralizzati e autonomi, oltre il controllo delle piattaforme corporative.
Come ti sei interessato alla sovranità digitale?
Ho iniziato laureandomi in scienze sociali proseguendo con un dottorato in sociologia della tecnologia presso l’Università Statale di Campinas. Il mio interesse per la sovranità digitale è nato dal lavoro nella sanità pubblica, quando mi sono reso conto che il potenziale degli strumenti digitali non veniva pienamente utilizzato per migliorare i servizi.
Dal 2005 lavoro con la tecnologia a tutti e tre i livelli di governo in Brasile. A livello municipale, a São Paulo, ho creato e coordinato un programma chiamato Prevenzione a Distanza. A livello statale, nello stato dell’Acre, ho lavorato al progetto Floresta Digital, che mirava a integrare servizi federali, statali e municipali in un’unica piattaforma digitale per i cittadini, anche se i risultati sono stati limitati. A livello federale, con il Ministero della Cultura a São Paulo, ho partecipato al programma Pontos de Cultura, un programma federale brasiliano che offre finanziamenti e supporto a iniziative culturali basate sulle comunità, enfatizzando autonomia locale, diversità culturale e inclusione digitale.
Dal 2012 sono attivo nella comunità hacker e nel movimento del software libero, in particolare attraverso il progetto Hacker Bus. La mia ricerca si è concentrata su come i movimenti sociali creano le proprie soluzioni tecnologiche nelle lotte quotidiane, sviluppando le proprie filosofie della tecnologia a partire dalla pratica vissuta, e non solo dai libri. In questo senso, cerco di non creare gerarchie tra conoscenza accademica e conoscenza attivista, perché entrambe producono intuizioni valide sul mondo e sul cambiamento sociale. Insegno anche da dieci anni in diverse università.
Attualmente sono ricercatore e attivista. Il mio lavoro oggi è un progetto di ricerca nazionale sull’uso di Free and Open Source Software (FOSS) da parte dei fornitori di servizi internet. Come attivista, faccio parte del coordinamento della Rete per la Sovranità Digitale, che include circa cinquecento persone che lavorano insieme per sviluppare una strategia nazionale di sovranità digitale e influenzare le agende di governo. Ci sono anche funzionari pubblici e accademici. Quest’anno abbiamo parlato con quattro ministeri. È spesso un lavoro estenuante ma incredibilmente dinamico: da giugno ho avuto quasi dieci riunioni a settimana. Il nostro gruppo di lavoro è dedicato a cambiare i processi della pubblica amministrazione verso il FOSS; uno dei nostri slogan è: Denaro pubblico? Codice pubblico!
Come definisci la "sovranità digitale" e come vedi gli sviluppi attuali attorno alla sovranità digitale in America Latina, in particolare in Brasile?
Quando ho iniziato a studiare l’argomento tre anni fa, non mi piaceva il termine, e continuo a pensare che sia problematico, anche se oggi è ampiamente accettato. Il problema è sia "digitale" sia "sovranità". Le persone spesso associano "digitale" al codice binario, allo zero e all’uno, ma ciò che conta non è la natura binaria. Ciò che conta sono le possibilità del digitale: la velocità di trasmissione, la scala di ciò che può essere archiviato e la miniaturizzazione dell’informazione, che cambia lo spazio sociale e il tempo sociale.
La velocità di trasmissione e la dimensione di ciò che può essere archiviato cambiano il tempo della politica in due direzioni. Possono ridurre il tempo, perché eventi e informazioni viaggiano molto velocemente e incidono sulla politica locale. Possono espandere il tempo politico perché lo spazio digitale può archiviare e prolungare i processi decisionali a basso costo: non c’è sempre bisogno di decidere tutto in un’unica riunione in presenza, perché si possono avere riunioni e decisioni asincrone.
Il nostro gruppo di lavoro è dedicato a cambiare i processi della pubblica amministrazione verso il Free and Open Source Software. Uno dei nostri slogan è: Denaro pubblico? Codice pubblico!
Ma il digitale espande e contrae anche lo spazio sociale. Espande perché più spazi e artefatti culturali diventano accessibili in ogni momento, e contrae perché c’è la sensazione che tutti gli spazi siano collegati digitalmente e quindi più vicini.
Anche "sovranità" è complicata. Il modo tradizionale di pensare la sovranità, da Jean Bodin nel sedicesimo secolo, rimanda al potere statale centralizzato e al sistema degli Stati-nazione. Ma nell’era digitale i confini sono meno rilevanti e la teoria politica classica non basta. Dobbiamo ripensare la sovranità come qualcosa che può applicarsi a diversi livelli di collettivi, comunità e talvolta persino individui, non solo agli Stati-nazione. Per esempio, la sovranità digitale indigena è sovranità come modo di vivere radicato in culture specifiche.
Piuttosto che cercare la definizione perfetta, vedo il concetto come parte di una lotta sociale in corso, che è più feconda. Le dispute sul suo significato sono politiche e produttive. Come osservò una volta Bourdieu, citando il filologo e critico letterario austriaco Leo Spitzer, la polisemia di una parola è la traccia visibile della lotta sociale storica per il suo significato.
I governi in tutta l’America Latina stanno solo iniziando a prendere sul serio questa questione. Nella regione esistono precedenti storici come l’esperimento cileno Cybersyn negli anni Settanta, o iniziative digitali a Cuba. L’America Latina è fatta di molte persone diverse, e prima ci si riuniva più per discutere di software libero che di sovranità digitale, come facciamo ora. L’Uruguay viene spesso citato come caso positivo: gestiscono i loro data center con software libero e hanno programmi completi. Ma nella maggior parte dei paesi, incluso il Brasile, il dibattito è ancora agli inizi. Molti legislatori e funzionari pubblici non capiscono davvero che cosa significhi dato personale o come funzionino le piattaforme.
Oggi molti pensano che la sovranità si possa ottenere semplicemente ospitando i data center a livello locale, ignorando questioni come la giurisdizione legale e il controllo del cloud. Oltre a vulnerabilità già esistenti a livello hardware, ciò che spesso dimenticano è che lo US Cloud Act consente al governo degli Stati Uniti di richiedere informazioni a società con sede negli Stati Uniti anche se i server o i data center sono fuori dagli Stati Uniti.
In questo senso, serve educazione politica a tutti i livelli: ministeri, funzionari e parlamento. La sovranità digitale oggi è dove le politiche ambientali o di genere erano decenni fa: l’inizio di una lunga lotta. E un punto centrale di questa lotta è evitare che le piattaforme statunitensi influenzino il comportamento politico, alimentando odio, misoginia e ideologie di estrema destra. I giovani possono allontanarsi dai valori delle loro famiglie a causa dei contenuti ideologici che incontrano online. Scuole, tempo libero e spazi pubblici possono diventare più reazionari sotto l’influenza di una cultura prodotta algoritmicamente. Non è semplicemente un velo che si solleva per rivelare una società che era sempre la stessa; le piattaforme possono creare attivamente e ampliare nuovi individui e gruppi reazionari.
Dobbiamo ripensare la sovranità come qualcosa che può applicarsi a diversi livelli di collettivi, comunità e talvolta persino individui,
non solo agli Stati-nazione
Cerchiamo di contrastare questo formando coalizioni tra movimenti — dai gruppi femministi e per l’abitare fino ai lavoratori rurali — e aumentando la consapevolezza su come le piattaforme monopolizzino e controllino la visibilità del mondo sociale. Decidono quali post sono visibili e quali no. Questo potere sulla visibilità indebolisce la capacità dei movimenti sociali di raggiungere la propria base. Molti attivisti pensano ancora che un milione di visualizzazioni significhi un grande impatto, ma in un paese di 213 milioni di persone è pochissimo. Dobbiamo riconnettere la mobilitazione online con la presenza offline, combinando strumenti digitali con organizzazione fisica per ricostruire una politica più profonda, basata sulle comunità.
Che cosa è cambiato nel dibattito e nei movimenti nell’ultimo decennio?
C’è più interesse per questi temi oggi di quanto ce ne fosse dieci anni fa. L’ascesa della disinformazione e le azioni politiche dei proprietari delle grandi piattaforme hanno avuto l’effetto di far prestare attenzione. Quando le politiche di moderazione si indeboliscono, le persone diventano consapevoli di ciò che è in gioco, inclusa la normalizzazione del discorso d’odio e gli attacchi ai diritti.
In Brasile, la Rete per la Sovranità Digitale era quasi inattiva dopo le ultime elezioni, ma è tornata viva. Pensavamo che una piccola riunione a Brasilia avrebbe attirato venti persone, ma ne sono arrivate centoventi. Movimenti che prima non erano collegati alla sovranità digitale si sono uniti, insieme a iniziative come la campagna Internet Legal. Attori importanti, inclusi il sindacato CUT a São Paulo e la Marcia Mondiale delle Donne, si sono presentati. Il governo stesso ne è rimasto sorpreso.
Anche la pressione esterna conta. Quando la politica degli Stati Uniti segnala protezione delle big tech e un aumento dei conflitti commerciali, questo può spingere il movimento a crescere, perché le persone percepiscono la dominazione e la necessità di alternative. Ciò che stiamo cercando di fare è collegare i movimenti sociali e il governo per creare un Piano Nazionale sulla sovranità digitale. È un lavoro stancante e spesso non pagato, ma ora c’è slancio.
Come colleghi la sovranità digitale al Web 3.0 e ai social media alternativi, come quelli che costruisci e studi?
Estendere l’idea di sovranità a collettivi e comunità indigene si collega direttamente alle tecnologie alternative. Per oltre vent’anni si è parlato di "internet" senza confrontarsi davvero con come il software viene costruito e con ciò che rende possibile. Io non ho mai amato i social media mainstream e ho chiuso i miei account.
Il Fediverso, abbreviazione di Universo Federato, è costruito su Free and Open Source Software ed è federato e distribuito. Diversi tipi di piattaforme social sono connessi dal protocollo ActivityPub. Per il microblogging c’è Mastodon; per il macroblogging ci sono piattaforme come Friendica; per la condivisione di immagini c’è Pixelfed; per l’hosting video c’è PeerTube; per i gruppi di discussione c’è Lemmy; per la condivisione audio c’è Funkwhale, e così via.
Dobbiamo riconnettere la mobilitazione online con la presenza offline, combinando strumenti digitali con organizzazione fisica per ricostruire una politica più profonda, basata sulle comunità
Tutti questi sono software che puoi installare su un server per avviare una comunità. Una singola installazione si chiama istanza. La comunità decide le caratteristiche dell’istanza, come i limiti di caratteri e se ci saranno emoji personalizzate. Soprattutto, le comunità decidono con chi federarsi e con chi non federarsi.
Da un solo account puoi vedere la rete federata, su molti server, senza un centro unico e senza che poche aziende decidano chi vede cosa e quando. In generale non ci sono pubblicità e i feed sono cronologici. Il principio è la comunicazione tra persone, non trasformare le persone in dati per profitto.
Creiamo e ospitiamo le nostre istanze del Fediverso, come Organica.Social su Mastodon, dove le comunità possono stabilire le proprie regole, i propri sistemi di moderazione e le proprie funzionalità. Per esempio, puoi dare priorità alla sanità pubblica e alla scienza rispetto alla disinformazione e alle teorie del complotto.
La differenza principale rispetto alle piattaforme corporative è che le comunità decidono quali interazioni sono possibili. Il vero lavoro delle big tech è spesso nascondere parti del mondo: Gaza scompare, Cuba scompare. Ti mostrano solo ciò che già ti piace, e questo distrugge la diversità informativa. Nelle nostre reti puoi costruire istanze locali legate a quartieri o temi, creando spazi pubblici reali e plurali.
Stiamo anche sperimentando social media ultra-slow e non basati sui feed. Per esempio, Miga (Make Internet Great Again) è basato su blockchain, e puoi pubblicare solo un meme a settimana, un’idea a settimana, un pettegolezzo a settimana e un libro al mese. È un modo per rifiutare la logica additiva dei feed continui.
Spesso le persone conoscono i problemi delle big tech, quindi emerge una domanda: perché non passano ai social media alternativi? Un’ipotesi è la dissonanza cognitiva: le persone sanno, ma restano. Un altro modo di vederla è in termini di riduzione del danno, un termine usato nella sanità pubblica per l’uso pesante di droghe. In questo senso, il Fediverso può essere un gradino più in basso, lontano dalle dinamiche più dannose.Inoltre c’è sempre una questione di scala. Le reti decentralizzate possono crescere, ma la crescita è culturale più che tecnica. Quando sindacati, movimenti e influencer capiscono la logica collettiva, portano con sé le loro persone.
Anche le big tech stanno cercando di invadere questo spazio. BlueSky e Threads ora usano protocolli federati, ma secondo una logica di venture capital, che riproduce molti degli stessi problemi. Mi preoccupano anche la verifica dell’età, i bot e i profili automatizzati che invadono le comunità del Fediverse, e lo sviluppo di strumenti che aiutino la moderazione umana a identificare contenuti razzisti, misogini e fascisti.
Che ruolo vedi per lo Stato nella costruzione di infrastrutture pubbliche digitali e di media decentralizzati?
Siamo abituati a un modo centralizzato di pensare: o qualcosa è statale o è privato. Il Fediverso non funziona così. Allo stesso tempo, stiamo facendo pressione sul governo per cambiare il modo in cui comunichiamo. Prendi il Bolsa Família, che fornisce denaro alle famiglie che soddisfano certi criteri. Sosteniamo che le informazioni non dovrebbero essere distribuite via WhatsApp, ma attraverso un’istanza di Mastodon o un’altra piattaforma open source.
Per essere chiari, lo Stato può avere le proprie istanze per distribuire informazioni, report e notizie. Questo aiuta la visibilità pubblica e la crescita del Fediverso senza togliere potere alle istanze comunitarie, perché tutto è federato.
Esistono già esempi. Ibram, l’Istituto Brasiliano dei Musei, supervisiona più di mille musei, e circa duecento di essi usano Tainacan. È un plugin di WordPress che può connettersi al Fediverso, il che significa che i blog di WordPress possono diventare parte dell’ecosistema federato.
Allo stesso tempo, sarebbe un incubo avere solo social media statali. In molti contesti questo renderebbe difficile criticare il governo e minaccerebbe la libertà di espressione. Nel Fediverso puoi avere entrambe le cose: istanze statali e istanze comunitarie, connesse ma moderate in modo indipendente.
Poiché è Free and Open Source Software, puoi studiare e modificare il codice secondo le tue esigenze. Può anche essere georeferenziato, così le persone possono connettersi a ciò che accade nel loro quartiere: un concerto in strada, un programma di esercizi per anziani o la chiusura di una strada perché si stanno rinnovando le tubature. Chiamiamo questa campagna FediGov.br: portare il governo nel Fediverso in modo decentralizzato.
Parlando di infrastruttura, e la fintech pubblica del Brasile, PIX? Si può considerare un avanzamento nella sovranità digitale?
È davvero notevole. Mentre altri metodi di pagamento elettronico in Brasile comportano commissioni, PIX opera con tariffe pari a zero e senza tassazione per le persone fisiche. Considera che compagnie di carte statunitensi come Visa, American Express e Mastercard detengono una grande quota di mercato. Con PIX, imprese di ogni dimensione possono evitare di pagare una commissione per transazione a queste aziende, e questo mantiene il denaro all’interno del paese.
L’idea principale è che dovremmo lavorare meno. Potremmo avere relazioni di genere diverse, relazioni razziali diverse e relazioni diverse tra culture ed etnie
PIX consente transazioni finanziarie dirette tra individui tramite un sistema crittografico e sicuro. Questo ha frustrato le aziende nordamericane, che avevano cercato di implementare un sistema di pagamento via WhatsApp e poi hanno abbandonato quel progetto. Ora WhatsApp ha integrato PIX senza commissioni, riconoscendo che altrimenti l’adozione sarebbe stata limitata.
PIX è un passo positivo, ma la sovranità digitale non riguarda solo i pagamenti. Riguarda l’ecosistema tecnologico più ampio e chi lo controlla.
Parliamo degli immaginari della sovranità digitale. Che tipo di futuro immagini per i prossimi vent’anni?
Alcuni filosofi distinguono tra il futuro, inteso come tutto ciò che puoi immaginare, e ciò che effettivamente costruisci date circostanze concrete. Noi abbiamo una visione. Io sono socialista, contro lo sfruttamento di uomini e donne da parte di uomini e donne. Abbiamo già la tecnologia per vivere bene e vivere felici.
Le tecnologie digitali possono aiutare a connettere la ricchezza delle culture del mondo, e anche le culture che esistono in ogni quartiere. Ma il digitale non è il problema centrale in sé. È parte della lotta, un insieme di strumenti che possono rendere alcune cose più facili.
L’idea principale è che dovremmo lavorare meno. Potremmo avere relazioni di genere diverse, relazioni razziali diverse e relazioni diverse tra culture ed etnie. Le persone potrebbero avere una reale autodeterminazione e, allo stesso tempo, accedere a una cultura ampia, non solo a ciò che raccomanda un algoritmo.
Marx diceva che una persona potrebbe svolgere lavoro produttivo al mattino ed essere un critico o un artista nel pomeriggio. Gli strumenti digitali rendono più possibile questo tipo di vita. Ma il capitale può rispondere creando "droghe digitali" che creano dipendenza e riducono la possibilità di comunicazione reale e di organizzazione collettiva.
La regolazione è possibile. La regolazione delle piattaforme in Cina è un esempio interessante: hanno regole che limitano il design algoritmico che crea dipendenza, come l’infinite scroll. La Cina non è un modello né un sogno per noi, ma mostra che una regolazione forte può accadere, anche se non si concorda con il loro progetto politico più ampio.
Il ruolo delle tecnologie digitali dovrebbe essere quello di dare a tutti il tempo di essere saggi, sono d’accordo. Infine, quali passi pragmatici possono compiere i paesi latinoamericani nei prossimi anni?
Dobbiamo costruire alternative, ogni paese seguendo il proprio percorso ma con obiettivi condivisi. Non riguarda solo governi o leader. Riguarda il lavoro quotidiano di movimenti sociali, educatori e attivisti. Dobbiamo sfidare i regimi di visibilità e attenzione imposti dalle piattaforme globali.
Se dovessi scegliere una sola priorità, mi concentrerei sulla costruzione di social media alternativi ancor prima di costruire infrastrutture pubbliche dei dati, perché il controllo della visibilità è ormai centrale nella lotta politica. In ultima analisi, questa è una politica della cura: cura per le persone, le tecnologie e le altre specie. Richiede nuovi concetti, nuovi linguaggi e i nostri strumenti filosofici, non solo quelli ereditati dall’Europa.
Come disse Brecht: "Non accettate l’abituale come cosa naturale. In tempi di disordine, di confusione organizzata, di umanità disumanizzata, nulla deve sembrare naturale. Nulla deve sembrare impossibile da cambiare". Il futuro non è ancora scritto, e faremo la nostra parte in questo compito. Il futuro è libero.
Illustrazione di copertina di Carlotta Artioli