Martedì 28 aprile 2020
Dobbiamo riprenderci la società della cura creata dal Sistema Sanitario Nazionale
Scritto da:
Silvia Jop
Ho passato gli ultimi quaranta giorni a sostare. Sono stata ferma, in una sorta di mezzanino delle mie giornate, senza sapere da dove cominciare o da dove continuare. Sono stata lì, più o meno rannicchiata, muovendomi il meno possibile, avendo la sensazione - allucinata - che se avessi fatto anche solo un gesto, si sarebbe rotto qualche cosa. A generare immobilismo, mi sono resa conto, era soprattutto il non riuscire ad individuare le radici di quel blocco.
Sentivo che al di là dell’evidenza che si palesava sotto forma di numeri durante la conferenza stampa delle 18: malattia e morte, c’era anche dell’altro. Così mi sono messa a cercare un punto di fuga, come succede quando si compone un’inquadratura. Mi sono messa a fissare insistentemente le sensazioni che mi avevano letteralmente disinnescata, e ho cercato di smontarle, un pezzo dopo l’altro. Ho capito così che, al di là dell’ovvio e del tragico, l’elemento all’origine del mio panico era la messa in discussione della possibilità di volersi bene.
Il fatto che ci si sia trovati da un giorno all’altro a vivere in un mondo feroce dove puoi ammazzare involontariamente e senza saperlo chi ami, è, senza dubbio, uno dei fatti storici più perversi che ci siano mai capitati e, con un’evidenza in prospettiva crescente, costituirà uno degli elementi più profondi del trauma collettivo che ci ha investiti. Dopodiché però, mi sembrava necessario indagare un po’ di più questa constatazione, capire cosa l’avesse generata realmente e se davvero l’orizzonte fosse così inevitabilmente tetro.
Né è conseguita la riflessione che segue a cui, in fase di pubblicazione, ho deciso di aggiungere questo cappello: per quanto molto personale, vorrei facesse testo.
Ora più che mai, credo, dobbiamo non solo trovare nuove forme di condivisione - riappropriandoci della gentilezza che avevamo sradicato dai nostri gesti pubblici e privati - ma anche riqualificare il modello di pensiero attraverso cui pensiamo noi, gli altri e le altre. Per fare questo è necessario restituire una linea di continuità tra sé e il mondo, abbandonando il principio di astrazione che ha governato fino ad oggi dando vita a una realtà che non corrisponde davvero intimamente a nessuno.
La fortuna che abbiamo sta nel fatto che non dobbiamo imparare da zero: abbiamo un bagaglio di conoscenze che le donne - che per esistere sono dovute rinascere a se stesse - hanno intessuto per secoli.
Stiamo certamente pagando le conseguenze inscritte in un destino che abbiamo definitivamente imboccato nel momento in cui cui abbiamo deciso di abbandonarci ad un consumo compulsivo di ogni angolo del pianeta. Ma la soluzione che ci hanno venduto come antidoto a quello che al momento appare in modo contingente, il maggiore effetto di questo scempio planetario, è a dir poco criminale. “Distanziamento sociale” ci hanno detto e ripetuto per due mesi. Lo smantellamento di questo concetto costituisce ad oggi un atto politico fondativo. Spogliando questa formula infatti, e restituendole il suo perimetro di “distanziamento fisico”, le alternative di cui disponiamo all’ineludibile estinzione delle relazioni, si definiscono via via sempre più tangibili e gestibili. Lo stesso vale, in seconda battuta, per la possibilità di riprogettare la nostra vita in modo differente e meno ovvio. Non è necessario optare per un banale ritorno a una forzata “normalità” che sembra tenga al suo interno la certezza di un’ondata di ritorno del virus (o di altri virus) e dei suoi (e dei loro) effetti nefasti. La distanza - quello/spazio/tra/noi - diventa così un nuovo luogo da interpretare in modo creativo. Dobbiamo ripartire dalla presenza dei corpi, gli uni in relazione agli altri, e da quale visione di mondo vogliamo che li ri-orienti. È cosa determina la qualità dei nostri rapporti a fare la differenza e non la quantità di centimetri o metri che governano le distanze tra i corpi. Questo in definitiva significa che possiamo smetterla di dannarci per il fatto che dobbiamo stare distantissimi - possiamo stare anche solo distanti -, e abbiamo un’alternativa sia allo sfidare il destino che all’accettare di sottostare integralmente a una realtà organizzata per Big Data. Insomma, esiste una terza via, ma per imboccarla è necessario fare una piccola premessa di carattere storico/culturale. La pandemia si è schiantata addosso, tra gli altri, ad un paese, il nostro, investito da decenni di smantellamento del welfare e costellato da tentativi disperati più o meno pittoreschi (si fa per dire) di rendere sostenibili bisogni (diritti) e desideri, attraverso l’attivazione di dispositivi alternativi. Tra le cose, quella che ha funzionato di più è stata l’applicazione del concetto di “innovazione” al dominio del sociale e a quello del culturale, mutuandolo da altre discipline dove era di casa già dalla notte dei tempi per delle ragioni insite nella loro stessa natura. (Questo slittamento ha inoltre pesato terribilmente sulla qualità della nostra produzione culturale. Ma questo è un altro discorso…) La situazione surreale che si è venuta a creare è stata tale per cui, per poter avere la carta igienica in una scuola materna, oppure le panchine nel parco del quartiere, oppure ancora perché il parco stesso potesse essere utilizzato, ci siamo dovuti inventare dei progetti “culturalmente e socialmente innovativi”. Una perversione per cui ci siamo dovute e dovuti impegnare affinché i nostri progetti fossero sufficientemente performativi e esteticamente seduttivi, da vincere su altri e farci avere il finanziamento che ci avrebbe messe e messi nelle condizioni di risolvere il bisogno di cui eravamo testimoni. Questa cosa, per necessità, ha in qualche modo modificato l’epistemologia del nostro pensiero, finendo per renderci schiavi di una tensione imprescindibile al futuribile - ciò che è innovativo lo è in quanto anticipatore di futuro. Questa torsione innaturale ha generato due macro danni: da un lato ci ha fatto perdere completamente il contatto con una percezione dell’esistenza che procede per coerenze storiche; dall’altro ha dato vita a un sempre-presente dove non hanno diritto di cittadinanza significati generati in un tempo che non si possa definire attuale. Oggi, per far fronte a qualche cosa che percepiamo come nuovo/imprevisto/mai sperimentato prima, crediamo di dover immediatamente pensare a qualche cosa di altrettanto nuovo, altrettanto inedito, altrettanto mai-concepito-prima. Così facendo non solo perdiamo la possibilità di trovare delle soluzioni ma, soprattutto, affrontiamo il problema dal punto di vista sbagliato. Ciò che sta accedendo ora non è banalmente un problema pratico che va gestito, bensì una questione culturale profondissima. In sostanza: quello di cui abbiamo bisogno in questo momento, non è una risposta strumentale bensì una visione culturale riqualificata della società. E per fare questo, è necessario liberarsi dalla schiavitù del concetto di innovazione come unico presupposto qualificante, ed è indispensabile ripartire da un ordine di valori sconnesso dal “futurismo”. Continuare ad affidarsi alla contingenza - come sta continuando ad accadere dall’inizio della pandemia - ci sta ancorando a una sorta di demenzialità cognitiva da cui non potremo che uscire con le ossa rotte. Insomma: andiamo a prenderci quello di cui abbiamo bisogno, ovunque si trovi. Procedendo con ordine: una possibilità che tenta di invertire la polarità della direzione indicata dalle prospettive che stiamo intravvedendo nella Fase 2, è quella suggerita dal sociologo Adam Arvidsson, relativa al rapporto con i Big Data. In questa ipotesi si suggerisce che alla dittatura dell’amministrazione verticale dei Big Data ad opera di un’oligarchia, possiamo sottrarci diventando soggetti attivi nel processo di co-gestione delle medesime informazioni. Per quanto indispensabile, si tratta però di una soluzione che non fa i conti con il processo storico in cui accade tutto questo e ragiona per contingenza. Inoltre, è una soluzione che non basta a se stessa: da un lato perché l’esercizio della tutela dei diritti necessita di un quadro di senso all’interno del quale si esercita (ovvero: una volta che cogestiamo tutti i dati gli uni in relazione agli altri, lo facciamo per un mondo che funziona come?); dall’altro perché una visione che si fonda sulla rivendicazione dell’agentività dei soggetti ma non si occupa dei loro corpi e delle loro storie - che nulla hanno a che vedere con il concetto di “informazioni”-, è una visione monca. È necessaria quindi una soluzione per lo meno complementare. Ed è qui che torna in campo la Storia come cassetta degli attrezzi. Se l’Italia è un paese costellato da esperienze collettive determinanti da cui possiamo pescare innumerevoli risorse, per quanto riguarda il discorso in oggetto, abbiamo la possibilità di fare tesoro di un’intera stagione che ha investito il nostro paese tra anni ’60 e anni ’80. In quella finestra di tempo troviamo infatti la storia dello smantellamento del manicomio come istituzione totale e della costruzione di una nuova visione di società che mette al centro non tanto l’”uomo”, ma “tutti gli uomini e tutte le donne in relazione”. Al di là delle recenti ricorrenze in cui si è tornati a parlare di Basaglia e legge 180, ad oggi in Italia non si è ancora stati in grado di capire come la rivoluzione del sistema di cura per quanto è riguardato il servizio di assistenza alle persone affette da disagio psichico, non sia stata un’esperienza di settore, bensì totalmente culturale. Nel dire che i manicomi non sarebbero più dovuti esistere, nel decostruire il presupposto culturale che li ha resi possibili e nel progettare la forma della realtà che sarebbe dovuta conseguire a quel cambiamento, si è aperta a una riflessione indispensabile che oggi dimostra tutta la sua autenticità basata su 3 punti fondamentali.
Questo contributo è debitore in particolare modo di un confronto con il dr. Franco Rotelli, già direttore dell’Azienda Sanitaria Triestina 1, della lettura del testo “La città che cura” a cura di Giovanna Gallio, Maria Grazia Cogliati, Alphabeta Verlag Edizioni e di un percorso, lungo quasi dieci anni, con Labodif In copertina, Women wearing surgical mask during the influenza epidemic (1919), via RawPixel
Stiamo certamente pagando le conseguenze inscritte in un destino che abbiamo definitivamente imboccato nel momento in cui cui abbiamo deciso di abbandonarci ad un consumo compulsivo di ogni angolo del pianeta. Ma la soluzione che ci hanno venduto come antidoto a quello che al momento appare in modo contingente, il maggiore effetto di questo scempio planetario, è a dir poco criminale. “Distanziamento sociale” ci hanno detto e ripetuto per due mesi. Lo smantellamento di questo concetto costituisce ad oggi un atto politico fondativo. Spogliando questa formula infatti, e restituendole il suo perimetro di “distanziamento fisico”, le alternative di cui disponiamo all’ineludibile estinzione delle relazioni, si definiscono via via sempre più tangibili e gestibili. Lo stesso vale, in seconda battuta, per la possibilità di riprogettare la nostra vita in modo differente e meno ovvio. Non è necessario optare per un banale ritorno a una forzata “normalità” che sembra tenga al suo interno la certezza di un’ondata di ritorno del virus (o di altri virus) e dei suoi (e dei loro) effetti nefasti. La distanza - quello/spazio/tra/noi - diventa così un nuovo luogo da interpretare in modo creativo. Dobbiamo ripartire dalla presenza dei corpi, gli uni in relazione agli altri, e da quale visione di mondo vogliamo che li ri-orienti. È cosa determina la qualità dei nostri rapporti a fare la differenza e non la quantità di centimetri o metri che governano le distanze tra i corpi. Questo in definitiva significa che possiamo smetterla di dannarci per il fatto che dobbiamo stare distantissimi - possiamo stare anche solo distanti -, e abbiamo un’alternativa sia allo sfidare il destino che all’accettare di sottostare integralmente a una realtà organizzata per Big Data. Insomma, esiste una terza via, ma per imboccarla è necessario fare una piccola premessa di carattere storico/culturale. La pandemia si è schiantata addosso, tra gli altri, ad un paese, il nostro, investito da decenni di smantellamento del welfare e costellato da tentativi disperati più o meno pittoreschi (si fa per dire) di rendere sostenibili bisogni (diritti) e desideri, attraverso l’attivazione di dispositivi alternativi. Tra le cose, quella che ha funzionato di più è stata l’applicazione del concetto di “innovazione” al dominio del sociale e a quello del culturale, mutuandolo da altre discipline dove era di casa già dalla notte dei tempi per delle ragioni insite nella loro stessa natura. (Questo slittamento ha inoltre pesato terribilmente sulla qualità della nostra produzione culturale. Ma questo è un altro discorso…) La situazione surreale che si è venuta a creare è stata tale per cui, per poter avere la carta igienica in una scuola materna, oppure le panchine nel parco del quartiere, oppure ancora perché il parco stesso potesse essere utilizzato, ci siamo dovuti inventare dei progetti “culturalmente e socialmente innovativi”. Una perversione per cui ci siamo dovute e dovuti impegnare affinché i nostri progetti fossero sufficientemente performativi e esteticamente seduttivi, da vincere su altri e farci avere il finanziamento che ci avrebbe messe e messi nelle condizioni di risolvere il bisogno di cui eravamo testimoni. Questa cosa, per necessità, ha in qualche modo modificato l’epistemologia del nostro pensiero, finendo per renderci schiavi di una tensione imprescindibile al futuribile - ciò che è innovativo lo è in quanto anticipatore di futuro. Questa torsione innaturale ha generato due macro danni: da un lato ci ha fatto perdere completamente il contatto con una percezione dell’esistenza che procede per coerenze storiche; dall’altro ha dato vita a un sempre-presente dove non hanno diritto di cittadinanza significati generati in un tempo che non si possa definire attuale. Oggi, per far fronte a qualche cosa che percepiamo come nuovo/imprevisto/mai sperimentato prima, crediamo di dover immediatamente pensare a qualche cosa di altrettanto nuovo, altrettanto inedito, altrettanto mai-concepito-prima. Così facendo non solo perdiamo la possibilità di trovare delle soluzioni ma, soprattutto, affrontiamo il problema dal punto di vista sbagliato. Ciò che sta accedendo ora non è banalmente un problema pratico che va gestito, bensì una questione culturale profondissima. In sostanza: quello di cui abbiamo bisogno in questo momento, non è una risposta strumentale bensì una visione culturale riqualificata della società. E per fare questo, è necessario liberarsi dalla schiavitù del concetto di innovazione come unico presupposto qualificante, ed è indispensabile ripartire da un ordine di valori sconnesso dal “futurismo”. Continuare ad affidarsi alla contingenza - come sta continuando ad accadere dall’inizio della pandemia - ci sta ancorando a una sorta di demenzialità cognitiva da cui non potremo che uscire con le ossa rotte. Insomma: andiamo a prenderci quello di cui abbiamo bisogno, ovunque si trovi. Procedendo con ordine: una possibilità che tenta di invertire la polarità della direzione indicata dalle prospettive che stiamo intravvedendo nella Fase 2, è quella suggerita dal sociologo Adam Arvidsson, relativa al rapporto con i Big Data. In questa ipotesi si suggerisce che alla dittatura dell’amministrazione verticale dei Big Data ad opera di un’oligarchia, possiamo sottrarci diventando soggetti attivi nel processo di co-gestione delle medesime informazioni. Per quanto indispensabile, si tratta però di una soluzione che non fa i conti con il processo storico in cui accade tutto questo e ragiona per contingenza. Inoltre, è una soluzione che non basta a se stessa: da un lato perché l’esercizio della tutela dei diritti necessita di un quadro di senso all’interno del quale si esercita (ovvero: una volta che cogestiamo tutti i dati gli uni in relazione agli altri, lo facciamo per un mondo che funziona come?); dall’altro perché una visione che si fonda sulla rivendicazione dell’agentività dei soggetti ma non si occupa dei loro corpi e delle loro storie - che nulla hanno a che vedere con il concetto di “informazioni”-, è una visione monca. È necessaria quindi una soluzione per lo meno complementare. Ed è qui che torna in campo la Storia come cassetta degli attrezzi. Se l’Italia è un paese costellato da esperienze collettive determinanti da cui possiamo pescare innumerevoli risorse, per quanto riguarda il discorso in oggetto, abbiamo la possibilità di fare tesoro di un’intera stagione che ha investito il nostro paese tra anni ’60 e anni ’80. In quella finestra di tempo troviamo infatti la storia dello smantellamento del manicomio come istituzione totale e della costruzione di una nuova visione di società che mette al centro non tanto l’”uomo”, ma “tutti gli uomini e tutte le donne in relazione”. Al di là delle recenti ricorrenze in cui si è tornati a parlare di Basaglia e legge 180, ad oggi in Italia non si è ancora stati in grado di capire come la rivoluzione del sistema di cura per quanto è riguardato il servizio di assistenza alle persone affette da disagio psichico, non sia stata un’esperienza di settore, bensì totalmente culturale. Nel dire che i manicomi non sarebbero più dovuti esistere, nel decostruire il presupposto culturale che li ha resi possibili e nel progettare la forma della realtà che sarebbe dovuta conseguire a quel cambiamento, si è aperta a una riflessione indispensabile che oggi dimostra tutta la sua autenticità basata su 3 punti fondamentali.
- Non esistono luoghi concentrazionari che siano capaci di dare assistenza a chicchessia: qquesto assunto investiva quindi, a partire dalla critica del manicomio, anche altre istituzioni totali come ad esempio orfanotrofi e ospizi (le RSA di oggi).
- Non esiste medicina a fronte della negazione della soggettività: l’istituzione manicomiale, travestito da luogo di cura, trasformava gli individui nei disagi e nelle disabilità di cui soffrivano, sottraendo loro la storia
- Non esiste società che, rinunciando anche solo a una parte di sé possa pensarsi compiuta: i manicomi, contenitori di follia - espressione della contraddizione della ragione - sorgevano ai margini delle città.
Questo contributo è debitore in particolare modo di un confronto con il dr. Franco Rotelli, già direttore dell’Azienda Sanitaria Triestina 1, della lettura del testo “La città che cura” a cura di Giovanna Gallio, Maria Grazia Cogliati, Alphabeta Verlag Edizioni e di un percorso, lungo quasi dieci anni, con Labodif In copertina, Women wearing surgical mask during the influenza epidemic (1919), via RawPixel
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