Martedì 04 novembre 2025
Cura è rivoluzione
 
Un estratto da "Ecologie della cura"

Questo testo è un estratto da Ecologie della cura. Prospettive transfemministe (Ortothes, 2021), a cura di Maddalena Fragnito e Mariam Tola.

Gli articoli di questa rubrica sono una serie di estratti da volumi della collana Ecologia Politica di Orthotes Editrice, casa editrice che si occupa prevalentemente di saggistica filosofica. La collana nasce dalla volontà di pensare la crisi ecologica in termini politico-filosofici: crisi della natura, quindi, come interna all’economia, alla società, alla politica. Ecologia politica indaga tutti quei conflitti che parlano una lingua diversa dalla crescita come obiettivo indiscutibile: i conflitti che investono i rapporti socio-ecologici e la resistenza alle strategie politiche neocoloniali di appropriazione e spoliazione, ma anche tutte quelle pratiche sociali che sperimentano forme di riappropriazione della ricchezza sociale e comune. Dalle resistenze contadine e bracciantili a quelle ispirate alle relazioni socio-ecologiche pensate all’interno del pensiero e delle pratiche decoloniali e femministe.



Le genealogie femministe della cura sono complesse, non-lineari, animate da prospettive e progettualità distinte. Ne delineiamo qui alcune, scelte perché centrali nella composizione del volume e riferimenti di rilievo per buona parte dei capitoli. 

Negli anni Settanta, le femministe marxiste della campagna internazionale per il salario al lavoro domestico identificavano nel lavoro non remunerato delle donne un elemento chiave, eppure disconosciuto, per la riproduzione del capitalismo. Secondo le attiviste, le pulizie di casa, la cura quotidiana di figli e anziani, le prestazioni sessuali sono una forma di lavoro non pagato che rigenera la forza lavoro e dunque contribuisce direttamente alla creazione di valore. 

Leggendo Marx oltre Marx, questa prospettiva allargava la categoria di lavoro alle attività di cura che, con l’ascesa del capitalismo industriale, erano state naturalizzate come vocazione femminile nella famiglia eteropatriarcale. Negli stessi anni, il femminismo dell’autocoscienza, attraverso pratiche di autoinchiesta e la politica dell’inconscio, faceva uscire dal silenzio i corpi e la sessualità delle donne e metteva in discussione il dominio maschile. La frase “Più polvere nei cassetti e meno polvere nel cervello”, titolo di un testo redatto nell’ambito delle 150 ore per le donne casalinghe a Milano, restituisce l’insubordinazione nei confronti delle forme di espropriazione patriarcale del corpo femminile e la contestazione del primato delle relazioni economiche su tutti gli altri rapporti sociali. 

Il femminismo degli anni Settanta avviava, non senza contraddizioni e omissioni, la riconfigurazione critica del concetto di riproduzione sociale, interrogando il primato del lavoro produttivo e dunque del soggetto operaio nei processi rivoluzionari. L’analisi della riproduzione, spesso sviluppata a stretto contatto con l’attivismo, ha via via rivelato dinamiche e linee di mutamento del capitalismo. Queste includono lo studio delle connessioni strutturali tra sfruttamento del lavoro riproduttivo e l’appropriazione della natura nel capitalismo coloniale, le indagini sulla crisi della cura, la femminilizzazione del lavoro, il biocapitalismo, e il rapporto tra violenza di genere e debito nel neoliberismo. 

Risale agli anni Ottanta l’articolazione della cura nel femminismo nero. Già all’inizio del decennio, Angela Davis notava la parzialità della lettura femminista marxista. La campagna per il salario al lavoro domestico, secondo Davis, non rendeva conto delle stratificazioni di genere, razza e classe che, a partire dalla tratta transatlantica di esseri umani e dalle economie di piantagione, hanno dato forma all’esperienza del lavoro e dello spazio domestico delle donne nere. La poeta afroamericana Audre Lorde, dal canto suo, offriva un’influente formulazione di “self-care” reclamando la cura di sé come atto di «guerra politica». Nel racconto della malattia vissuta tra il razzismo pervasivo e l’assenza della sanità pubblica negli Stati Uniti, Lorde restituiva il senso della cura di sé come strumento di sopravvivenza in un contesto che, anche oggi, produce la vulnerabilità alla morte prematura dei corpi razzializzati. Anche se la self-care è stata fagocitata dal mercato, rimane rilevante nei movimenti neri, come parte della strategia di creazione di reti antirazziste.

L’insistenza sulle trame comunitarie, che permettono la sopravvivenza di corpi resi precari da forme di violenza sistemica, emerge anche nell’attivismo e nei saperi queer e trans. Reti allargate di intimità e parentele fuori dal contesto, spesso ostile, della famiglia d’origine, hanno aperto spazi vitali, rifugi e vie di fuga dalle norme che regolano genere e sessualità. Questi saperi ed esperienze si riflettono in movimenti di protesta come Black Lives Matter, caratterizzati fin dagli esordi dal protagonismo di donne nere e persone queer e trans.

Audre Lorde, dal canto suo, offriva un’influente formulazione di “self-care” reclamando la cura di sé come atto di «guerra politica»

Sempre a partire dagli anni Ottanta, nell’accademia anglo-americana, si sviluppa l’etica della cura femminista che dimostra una grande forza di attrazione interdisciplinare, dalla teoria politica alla sociologia delle migrazioni, agli studi della scienza, con ricadute sul piano della politica. Nella formulazione di Carol Gilligan, la cura, ovvero l’attenzione agli altri, orienta le scelte morali di persone calate in relazioni di interdipendenza e capaci di rispondere ai bisogni altrui. Questo accento sulla dimensione relazionale complica la visione universale e astratta della giustizia a lungo prevalente nei dibattiti di filosofia morale. La tesi di Gilligan, poi in parte rivista, secondo cui questa postura etica sarebbe più frequente nelle donne e legata a un particolare sviluppo psico-cognitivo, è stata messa in questione nelle letture successive che ne hanno mostrato i limiti, pur preservando la critica di fondo al mito dell’autosufficienza individuale. 

Per autrici come Joan Tronto e Pascale Molinier, il problema è, da una parte, contestare l’idea della cura come “inclinazione” femminile e ridefinirla come lavoro assegnato a soggetti subalterni, donne e persone razzializzate. D’altra parte, si tratta di pensarla come attività rivolta a soddisfare i bisogni primari di ognunǝ e restituirne, oltre alle asimmetrie, anche la complessità affettiva, incarnata, senziente. L’obiettivo, scrive Tronto, è dare valore politico alle attività che sostengono e riparano il mondo, inteso come l’insieme di corpi e ambiente, “in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile”. 

Per Tronto la cura è «un’attività della specie», sono gli esseri umani a esercitarla attraverso quei gesti svalutati e screditati che pure tengono insieme il mondo. Tuttavia, osservano gli studi femministi della scienza, la vita umana dipende da un milieu planetario, da un assemblaggio di forze verso cui coltivare attenzione. María Puig de la Bellacasa rivisita la formulazione di Tronto decentrando però l’agire umano e l’intenzionalità del soggetto etico. Tuttavia, non trascura l’assunzione di responsabilità politica nel sfidare lo sfruttamento e le disuguaglianze delle forme dominanti di distribuzione della cura. Riparare il mondo è un processo che coinvolge agenti umani e non umani e le storie, tutt’altro che innocenti, che li hanno prodotti. La cura, per Puig de la Bellacasa, non è unidirezionale, è un fare che coinvolge e trasforma i vari agenti coinvolti. 

Secondo Annemarie Mol, autrice di ricerche etnografiche sui processi decisionali nelle relazioni tra medici e pazienti, «l’arte della cura implica agire senza cercare di esercitare controllo». Si tratta di un processo fatto di tentativi ed errori, che si adatta alla specificità del contesto e si avvale di strumenti e tecnologie. Mol mette in questione la distinzione tra pratiche calde, affettive e corporee, e la tecnologia pensata come fredda razionalità organizzatrice, contribuendo così a decostruire la retorica della cura come gesto “materno” e amorevole che rende invisibile la fatica dei corpi, ma anche le mescolanze tra questi e gli strumenti nelle pratiche quotidiane. La cura, qui intesa come logica, richiede saperi, strumenti e tempi aperti per sperimentare. Gli studi femministi della scienza e della tecnologia mettono al centro la relazionalità e l'interdipendenza senza rimuovere il potenziale generativo del dissenso e dei “tagli”. Ciò significa che il prendersi cura può includere forme di disconnessione: disfare alcune relazioni può essere una pratica volta alla costruzione di vite più vivibili.

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