Il Cielo Ha Un Limite affronta il nostro rapporto con la tecnologia attraverso cinque temi: il mito dell'innovazione come destino inevitabile, la materialità nascosta del cloud e dei data center, l'impatto dei social sulla nostra psiche, le pratiche low-tech come forma di resistenza, l'arte di piegare le tecnologie ai nostri scopi. Un attraversamento delle tre ecologie - ambientale, psichica e sociale - per scrollarci di dosso il ruolo di utenti passivi e ricordarci che la volta celeste costruita dai miliardari della Silicon Valley è il prodotto di un processo politico, non una legge di natura.
La rubrica accompagna un’omonima comunità di apprendimento, organizzata da Baltan Laboratories e REINCANTAMENTO con Arci Torino, tra febbraio e giugno 2026.
Il termine cloud, applicato ai servizi digitali, risale al 1994 ed è attribuito a David Hoffman, specialista in comunicazione presso General Magic (un'azienda americana di software ed elettronica che introdusse il linguaggio di programmazione Telescript), per descrivere la nuova architettura e il sistema di agenti mobili nell'ambiente Telescript. Il termine è stato associato al computing a partire dal 1996, quando l'azienda informatica Compaq lo utilizzò in un business plan che anticipava lo storage online dei file degli utenti.
Nella cultura popolare odierna, il termine sembra estendersi a una varietà di infrastrutture che abilitano diversi aspetti dell'attività online, sebbene normalmente indichi la messa in comune di risorse computazionali attraverso una rete. Il suo carattere di buzzword lo ha reso un termine ancora più opaco e sfuggente, un immaginario soffice che alleggerisce il senso di colpa per il consumo digitale, facendoci dimenticare le sue implicazioni ecologiche.
Il mondo digitale si costruisce su un immaginario di immaterialità: oltre al cloud, le tecnologie wireless, la miniaturizzazione e le futuristiche interfacce cervello-computer, per citarne alcune, ci portano a credere che le implicazioni materiali dei nostri dispositivi e sistemi non siano particolarmente rilevanti. In realtà è vero il contrario: la miniaturizzazione del dispositivo è inversamente proporzionale alla crescita dell'infrastruttura. Quello che portiamo in tasca continua a rimpicciolirsi; quello che lo sostiene continua a espandersi. Mentre i nostri dispositivi diventano più piccoli e potenti, l'infrastruttura tecnologica cresce e consuma più che mai: si pensi al numero di nuovi data center legati allo sviluppo dell'IA e allo storage dei dati. Il nostro hardware viene sempre più esternalizzato in infrastrutture private che non vediamo mai, e questo non è un caso: è un problema di visibilità.
Proviamo allora a zoomare attraverso la nuvola. Cosa vediamo dentro? Server, trasformatori, tubature dell'acqua, cavi in fibra ottica, cavi coassiali, unità di distribuzione dell'energia, torri cellulari, condizionatori e altro ancora. Ma diventiamo anche consapevoli dei flussi materiali che ne sostengono il funzionamento: acqua, aria, calore, metalli, minerali e terre rare.
Il mondo digitale si costruisce su un immaginario di immaterialità: oltre al cloud, le tecnologie wireless, la miniaturizzazione e le futuristiche interfacce cervello-computer, ci portano a credere che le implicazioni materiali dei nostri dispositivi e sistemi non siano particolarmente rilevanti
Il cloud cresce esponenzialmente, in proporzione alla quantità e al peso dei dati che raccogliamo. Ma il cielo digitale sembra illimitato. Perché dovremmo preoccuparci? La realtà è che i dati che raccogliamo supereranno rapidamente le capacità di archiviazione ed elaborazione nei prossimi anni, se continueremo a produrre e raccogliere dati al ritmo attuale. Abbiamo già raggiunto un punto in cui i dati raccolti ogni anno sono paragonabili a quelli di un intero decennio. Ma perché?
La crescente capacità degli hard disk e dello storage in generale (sia fisico che nel cloud), combinata con la potenza computazionale sempre maggiore dei nostri dispositivi e con la velocità di Internet, ha rimosso ogni limitazione esterna alla gestione, elaborazione, trasmissione e archiviazione di grandi quantità di dati. Anche le risoluzioni di fotocamere, microfoni e sensori sono aumentate, producendo file più pesanti con un livello di qualità spesso non necessario per lo scopo previsto. Questa tendenza riflette la narrazione della crescita inevitabile nel tecnocapitalismo, in cui il miglioramento delle prestazioni dei prodotti tecnologici viene utilizzato come strategia di obsolescenza per indurre a sostituirli con modelli più recenti.
La rimozione delle limitazioni hardware, software e infrastrutturali, come detto, crea le condizioni per uno storage di dati virtualmente infinito, specialmente online (nel cloud), che non ci pone di fronte al nostro accumulo proprio a causa della sua immaterialità. Pensiamo che questo atteggiamento non abbia conseguenze nel mondo fisico, ma non è così. Quando i nostri file sono archiviati nel cloud, sono archiviati in data center: edifici enormi pieni di hard disk che devono funzionare ininterrottamente, con un conseguente consumo elettrico ingente.ewww
Se archiviare file localmente sul disco rigido del computer richiede solo una frazione di kilowatt per salvare le proprie informazioni, l'elettricità necessaria per salvare un gigabyte (GB) di dati nel cloud è di circa 0,0078 kWh al mese, per un totale di quasi 0,1 kWh all'anno. Per dare un'idea più concreta di questi numeri, una famiglia di due persone che utilizza 1 TB di storage consuma circa 100 kWh all'anno, pari a circa il 5% del suo consumo energetico annuo tipico.
Lo storage dei dati è diventato un contribuente significativo alle emissioni globali di CO2, superando ormai l'industria dell'aviazione commerciale per impatto. Un data center medio (100 MW) consuma abbastanza elettricità da alimentare fino a 100.000 abitazioni (i più grandi potrebbero essere paragonati al consumo energetico di 3 milioni di nuclei familiari). Con oltre 8.000 data center (nel 2024) operativi nel mondo nel 2024 e una domanda di storage in aumento, l'espansione di queste strutture sta facendo crescere il consumo elettrico globale. Una parte consistente dell'energia viene utilizzata per mantenere il raffreddamento artificiale dei server ed evitare il surriscaldamento. I numeri riportati danno un'idea approssimativa di come la rete elettrica venga spinta ai suoi limiti e di come l'accesso all'energia diventi sempre più fondamentale per mantenere in funzione l'infrastruttura digitale, talvolta a costo di nuove abitazioni che non vengono costruite a causa dell'insufficiente capacità della rete. Per compensare o integrare l'energia disponibile nei momenti di picco, molti generatori mobili a gas vengono collegati ai data center: normalmente una soluzione temporanea, che sta però diventando permanente, ben lontana dalle fonti rinnovabili (senza contare che il 15% dell'energia dei data center statunitensi proviene da centrali a carbone).
Lo storage dei dati è diventato un contribuente significativo alle emissioni globali di CO2, superando l'industria dell'aviazione commerciale per impatto
Oltre al consumo energetico (e alla relativa produzione di CO2), ecco alcuni ulteriori impatti ambientali dello storage dei dati:
- Produzione di rifiuti elettronici: gli aggiornamenti e le sostituzioni frequenti dell'hardware nei data center generano quantità significative di e-waste. I data center stanno inoltre diventando parzialmente mobili, per potersi ricollocare rapidamente in luoghi con costi energetici inferiori, maggiore disponibilità idrica, maggiori incentivi fiscali o regolamentazioni meno stringenti. Nei loro spostamenti, lasciano spesso alle spalle strutture abbandonate e hardware obsoleto o danneggiato.
- Consumo idrico: molti data center si affidano a sistemi di raffreddamento ad acqua, il che provoca l'impoverimento delle risorse idriche locali.
- Consumo di suolo: i data center richiedono vaste superfici di terreno, con il rischio di distruggere gli habitat circostanti e mettere a repentaglio la biodiversità.
- Consumo di materiali: la domanda di server e dispositivi di storage richiede l'estrazione e la lavorazione di vari metalli, contribuendo a sua volta all'inquinamento atmosferico e alla deforestazione.
A un certo punto, vediamo una nuvola. O meglio, ci accorgiamo che le nuvole generano altre nuvole. La metafora diventa manifestazione concreta ed esternalità, ironicamente, attraverso l'evaporazione dell'acqua che raffredda i server. Guardando il cielo sopra un data center, diventiamo inaspettatamente consapevoli della materialità che il cloud voleva nasconderci.
Il caso della scarsità digitale
Non esiste una soluzione unica, nessun eroe che ci salvi. Esiste invece una frammentazione di pratiche, già operative in diversi contesti, che devono essere federate in un'alleanza. L'intelligenza attualmente concentrata nel nodo deve spostarsi verso la rete, e la nostra consapevolezza computazionale dovrebbe muoversi dal singolo dispositivo all'infrastruttura energetica che lo sostiene.
Questo spostamento richiede l'adozione di un quadro di scarsità digitale. Nel mondo fisico, siamo diventati almeno parzialmente consapevoli delle conseguenze materiali del nostro consumo. Differenziamo i rifiuti, pensiamo due volte al packaging, riconosciamo le stagioni. Eppure trattiamo ancora il consumo digitale come se fosse privo di peso e infinito. Introdurre la scarsità nel computing significa situare la computazione nelle sue condizioni materiali: riconoscere che storage, elaborazione e trasmissione comportano costi ecologici che si accumulano nel tempo. Significa progettare sistemi che abbraccino i limiti e il decadimento dei dati, invece di considerare l'accumulo infinito come impostazione predefinita.
Una dimensione pratica riguarda il ripensamento di come organizziamo i dati in base all'uso e alla latenza di disponibilità. Non tutti i dati nel cloud sono uguali: alcuni vengono consultati costantemente (hot data), altri raramente (cold data); alcuni sono temporanei per natura, altri sono pensati per durare. I fornitori di servizi cloud differenziano già tra questi livelli a livello infrastrutturale, ma le piattaforme e i servizi con cui interagiamo raramente trasmettono questa logica a noi. L'impostazione predefinita è conservare tutto, alla massima risoluzione, per sempre. Un approccio consapevole della scarsità renderebbe queste distinzioni visibili all'utente: assegnare date di scadenza ai file temporanei, impostare come default una risoluzione inferiore laddove la qualità non è necessaria, e accettare che alcuni dati possano semplicemente degradarsi e scomparire.
Non esiste una soluzione unica, nessun eroe che ci salvi. Esiste invece una frammentazione di pratiche, già operative in diversi contesti, che devono essere federate in un'alleanza
Alcuni di questi principi non sono ipotetici. Informano già il design di un'ecologia crescente di progetti che trattano i limiti come punto di partenza, anziché come problema da risolvere.
Il caso più emblematico è Low-Tech Magazine (https://solar.lowtechmagazine.com/), la pubblicazione con sede a Barcellona di Kris De Decker che, dal 2018, gestisce il proprio sito web su un server alimentato a energia solare da un balcone. Il sito utilizza immagini dithered, caratteri tipografici predefiniti e un'architettura statica per minimizzare il consumo energetico. Quando il sole non brilla a sufficienza a lungo, il sito va offline. Il progetto di ricerca Solar Protocol (https://tegabrain.com/Solar-Protocol), dell'artista Tega Brain, Alex Nathanson e Benedetta Piantella, porta questa logica oltre: una rete planetaria di server alimentati dall'energia solare che indirizza il traffico Internet verso il luogo in cui il sole splende di più, ottimizzando l'uso dell'energia naturale anziché la velocità.
Sul versante infrastrutturale, il movimento Feminist Server, nato da un workshop del 2013 del collettivo brussellese Constant, ha prodotto un manifesto e una rete di server autogestiti dalle rispettive comunità. Un feminist server è una tecnologia situata, inserita in un'ecologia di pratiche, che evita deliberatamente l'efficienza, la scalabilità e l'immediatezza, perché queste possono essere trappole che riproducono le stesse strutture di potere che pretendono di trascendere. Più che creare un cloud "migliore", il punto è architettare una logica che ci permetta di abitare il server come spazio condiviso, rendendo visibile il lavoro di manutenzione.
La comunità del permacomputing pone la questione nel modo più diretto. Il termine è stato coniato da Ville-Matias Heikkilä nel 2020 e, da allora, è stato sviluppato in modo collaborativo attraverso un wiki e una rete crescente di praticanti. Possiamo ripensare il computing come la permacultura ripensa l'agricoltura? La proposta è volutamente paradossale: collegare una pratica a basso impatto ambientale a una così intensiva in termini di risorse, come il computing, e restare in quella tensione piuttosto che risolverla. Il permacomputing si impegna a massimizzare la durata dell'hardware, a minimizzare il consumo di energia artificiale e a lavorare con le risorse già disponibili. Ma come insiste Heikkilä, fare le cose con meno non è "tornare al passato". Si tratta di esplorare gli spazi inesplorati dei dispositivi che già possediamo. Hundred Rabbits, uno studio gestito da Rekka Bellum e Devine Lu Linvega da una barca a vela nel Pacifico, ne è forse l'incarnazione più nitida: costruiscono i propri strumenti, scrivono software progettato per girare su macchine vecchie e operano interamente off-grid con un pannello solare e una batteria limitata. Quando il tempo è brutto, lavorano meno; quando l'energia è poca, il software scala verso il basso. Il permacomputing, qui, non è un manifesto ma una negoziazione quotidiana e pragmatica con i vincoli materiali della computazione.
Computare nel tempo
Ciò che accomuna questi progetti è l'insistenza nel reintrodurre la consapevolezza temporale nel consumo digitale. Nelle nostre vite fisiche, ci muoviamo attraverso ritmi diversi: le stagioni, i cicli circadiani, il tempo lento della crescita e del decadimento. Le nostre vite digitali, al contrario, operano in un presente perpetuo di disponibilità istantanea, in cui tutto è sempre acceso, sempre accessibile, sempre alla massima risoluzione. Rompere il determinismo tecnologico che abitiamo, in cui l'alternativa più desiderabile è sempre la più sofisticata e ogni problema viene inquadrato come "problema tecnico", passa anche attraverso l'immaginazione di contro-futuri.
Esiste una frammentazione di pratiche, già operative, che devono essere federate in un'alleanza. L'intelligenza attualmente concentrata nel nodo deve spostarsi verso la rete, e la nostra consapevolezza computazionale dovrebbe muoversi dal singolo dispositivo all'infrastruttura energetica che lo sostiene
Progettare per il ritardo, risoluzioni basse come impostazione predefinita, operazioni asincrone: più che limitazioni tecniche da superare, queste rappresentano valori progettuali alternativi che allineano la computazione ai ritmi energetici del pianeta. Collegare l'intensità computazionale alla disponibilità locale di energia e acqua, ai vincoli stagionali e alle realtà geografiche non è una regressione. È un modo per rendere i sistemi digitali onesti riguardo a ciò che consumano. Quando Low-Tech Magazine va offline in una giornata nuvolosa a Barcellona, ci dice qualcosa di vero che ogni altro sito web nasconde.
Nessuno di questi progetti mira a sostituire l'infrastruttura attuale. Operano, piuttosto, come quelle che Deleuze e Guattari chiamerebbero tecnologie minori: pratiche che una minoranza costruisce all'interno della grammatica della tecnologia, facendo balbettare e incespicare il maggiore da dentro. Funzionano su una scala umana, stabilendo relazioni tra pari anziché gerarchie server-client. Come scrive Marloes de Valk, i diversi termini e pratiche che contrastano il tech mainstream "non competono per il riconoscimento come 'la' soluzione migliore, ma si rafforzano a vicenda". Ma come possono queste pratiche sparse diventare leggibili come cultura condivisa anziché come catalogo di esperimenti isolati? Parte della risposta sta nel trovare formati che portino questa conoscenza fuori dai circoli tecnici e dentro a spazi collettivi. Nel 2023, con REINCANTAMENTO, abbiamo provato un'esperienza di gioco da tavolo: Tech Collapse The Game, ambientato duecento anni nel futuro, in cui i giocatori diventano scavanger alla ricerca del sapere perduto di internet, costretti a scegliere tra un percorso adattazionista e uno estrattivista. Il gioco condensa anni di ricerca sulla materialità del tech in qualcosa intorno a cui ci si può sedere a un tavolo: persone che non si conoscono finiscono per speculare insieme su ciò che verrà dopo. Nel cielo digitale, il minore non è una mancanza o una deficienza, ma un modo di abitare i limiti insieme.