Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.
Contribuire a questa riflessione sul vocabolario della partecipazione attiva a partire dai concetti di rappresentanza e di collettivo vuol dire prima di tutto porsi la domanda circa quali siano oggi i soggetti o le istituzioni capaci di rappresentare la collettività così come i gruppi e gli orientamenti che questa collettività compongono. Certo, la complessità di tali temi richiederebbe un’analisi più ampia e approfondita di quanto non mi sia possibile in questa sede. Eppure, mi pare comunque di poter proporre alcune riflessioni sul rapporto problematico fra queste due nozioni al fine di fornire alcuni possibili spunti per pensare il presente.
A tale proposito risulta necessario tornare rapidamente alla genesi del concetto moderno di rappresentanza che, come tutte le grandi nozione del lessico politico, deve essere ricondotto al contesto storico in cui si afferma. La rappresentanza moderna nasce tra filosofia e rivoluzioni – le grandi rivoluzioni a cavallo fra il Sei e Settecento – nel momento in cui si cercano soluzioni nuove al problema di come tenere assieme la tutela dei diritti individuali dei singoli con la dimensione collettiva dello Stato. La rappresentanza è la forma istituzionale che la filosofia moderna elabora per ristrutturare il rapporto fra governanti e governati alla luce del grande progetto moderno dei diritti: quei diritti fondamentali, sanciti in Costituzioni scritte, frutto di battaglie politiche spesso anche molto sanguinose. Si tratta, però, di un progetto politico che si basa sulla difesa dei singoli contro il collettivo. Questo punto di partenza ci ricorda che storicamente la battaglia dei rivoluzionari – inglesi, americani (anche se è bene ricordare che la Rivoluzione americana fu prima di tutto una guerra di indipendenza), francesi – si è concentrata prima di tutto contro lo Stato, ma anche contro corpi intermedi come i ceti, o le corporazioni: tutte quelle organizzazioni collettive che secondo i rivoluzionari mantenendo lo status quo, frenavano le libertà dei singoli.
Oggi a mettere in discussione il modello dei diritti non sono le critiche socialiste, femministe o post-coloniali, quanto piuttosto nuove forme di conservatorismo e di reazione
Il grande ideale moderno dei diritti è un progetto certamente problematico che, non senza ragioni, è stato messo in discussione per la sua genesi classista, per i suoi tratti patriarcali, per il suo vizio eurocentrico e coloniale. Caratteristiche queste che persistono in parte ancora oggi nella forma contemporanea della democrazia costituzionale basata sui diritti. Viviamo, del resto, in un mondo in cui c’è chi immagina di poter esportare i diritti e la democrazia con la guerra. Eppure, oggi a mettere in discussione il modello dei diritti – al punto di apparire a molti come al tramonto – non sono le critiche socialiste, femministe o post-coloniali, quanto piuttosto nuove forme di conservatorismo e di reazione che ci impongono di tornare ad alcune delle caratteristiche che hanno reso il modello costituzionale un esempio ineguagliato di emancipazione. Persino Marx ed Engels – che di quel progetto furono critici acuti e feroci – ricordano, nel primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, la forza dirompente e rivoluzionaria dell’individualismo tipico della rappresentanza borghese, sia pur letto come una tappa all’interno di un percorso rivoluzionario più ampio e ancora incompiuto.
Inoltre, nonostante la rappresentanza nasca come un ideale per difendere l’individuo dalla forza soverchiante del collettivo, questa sua dimensione puramente individualista resta – ce lo ricorda Norberto Bobbio – la prima e più importante promessa non mantenuta della democrazia. All’immagine idealizzata di Parlamento rappresentativo come unico mediatore e portavoce degli interessi dei singoli si contrappone infatti la storia di una democrazia fatta di grandi soggetti collettivi, di corpi intermedi – cinghie di trasmissione tra lo Stato e i cittadini, si diceva un tempo – tra cui i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, e le associazioni in senso ampio e plurale.
Il costituzionalismo del Novecento – riconciliando, in qualche modo, rappresentanza e collettivo – ci ha insegnato che la difesa dei diritti dei singoli, anche contro gli abusi dello Stato, non può prescindere da grandi organizzazioni collettive che veglino su questa difesa e che aggiornino il catalogo dei diritti. Tant’è, scusate la brutale brevità, che la crisi dei corpi intermedi che viviamo oggi si accompagna a una profonda messa in discussione dei diritti: dei diritti sociali, prima di tutto, ma anche dei diritti politici, messi in questione da decenni di riformismo che inneggia alla governabilità a scapito della rappresentanza; e lo stesso si potrebbe dire dei diritti civili: nonostante viviamo in un’epoca in cui il lessico politico non può fare a meno della parola “libertà” ci troviamo di fronte ad attacchi – inconcepibili solo fino a pochi anni fa – nei confronti proprio dei diritti di libertà, e la sentenza della Corte Suprema Americana sull’aborto è un inquietante manifesto politico degli anni a venire.
La rappresentanza politica non può che essere ideologica; non può che basarsi, cioè, su idee e valori comuni piuttosto che su identità o su interessi
Ovviamente non possiamo dilungarci qui sulle ragioni di tale crisi. Mi limito a concludere provando a porre dubbi più che risposte all’interrogativo leninista “Che fare?”. Riproporre vecchi corpi intermedi sul modello del Novecento pare quanto mai inattuale, anche se sarebbe da tanti punti di vista auspicabile. Nell’interrogarci allora su quali potrebbero essere i nuovi soggetti collettivi sui quali investire culturalmente, oltre che politicamente, dobbiamo a mio parere ripartire chiedendoci quale tipo di funzione rappresentativa ci aspettiamo che svolgano. Se, e in che senso, ce li immaginiamo rappresentativi. Per anni abbiamo investito sulla rappresentanza identitaria, sociografica. Si è chiesto di dare voce – giustamente, da molti punti di vista – a coloro che non sono rappresentati in istituzioni occupate forzosamente da vecchi maschi, bianchi – cioè, nel nostro caso, italiani secondo il criterio del sangue – eterosessuali, eccetera. Dovremmo forse aggiungere “benestanti”, ma ciò aprirebbe un altro e più spinoso capitolo. Parallelamente, ci si è interrogati molto sulla rappresentanza degli interessi: il nostro linguaggio politico si è trasformato inglobando parole che rimandano al mondo degli interessi, anglismi come stakeholder o governance.
Se queste strade non ci paiono sufficienti o addirittura ci sembra abbiano contribuito alla crisi della cultura dei diritti, forse dovremmo provare a ripartire in maniera critica dalla vecchia idea della rappresentanza politica che, con tutti i suoi limiti, ha accompagnato l’affermarsi dei diritti costituzionali. E la rappresentanza politica non può che essere ideologica; non può che basarsi, cioè, su idee e valori comuni piuttosto che su identità o su interessi. Se da un lato il clima socialmente molto diffuso di intolleranza nei confronti del dissenso e delle opinioni degli altri mi pare molto preoccupante, dall’altro è anche un segnale della fine dell’illusione post-ideologica degli ultimi decenni in cui molti hanno trattato come superata la dicotomia destra-sinistra. Credo pertanto che non ci resti che sperare in nuovi movimenti ideologici e di parte, come per esempio quello per il clima in cui l’identità generazionale gioca un ruolo molto importante ma comunque secondario rispetto allo scopo politico della difesa della specie umana di fronte al disastro ecologico.
Foto di Edwin Chen su Unsplash