Abbiamo chiesto ad autrici e autori – persone vicine al mondo di cheFare – di raccontarci le tre esperienze culturali che hanno profondamente modificato la loro esistenza. Una rubrica che nasce dal desiderio di esplorare i modi in cui la cultura incide sulla vita delle persone.
“Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere.” William Shakespeare
Sono entrato in scena al Teatro al parco di Parma, allora diretto da Alessandra Belledi, con il progetto "Scuola di teatro per bambini" nell'anno 1999: avevo otto anni. Ricordo il rumore delle assi di legno scuro sotto i piedi scalzi, l'odore insolito del fumo finto, il calore dei fari sulla pelle - infine l'attesa nello stomaco prima delle luci spente in sala.
Si trattava di un percorso di tre anni che mirava a far avvicinare bambine e bambini alla dimensione teatrale: attori, narratori, ideatori per diverse stagioni consecutive, ognuno nel rispetto della propria crescita e del proprio ritmo.
Il primo anno, durante uno degli incontri conoscitivi ricevemmo le prime consegne individuali da inscenare sul palco: non erano affatto provini, erano piuttosto esercizi di fantasia, stimoli per la presenza. Ma noi ancora non ne avevamo contezza. "Fai qualcosa che faccia paura". Uno dopo l'altro, a turno, salivamo sul palco urlando, sguaiando, divincolandoci, probabilmente anche per impressionare la piccola platea di amiche e amici giù in basso. Poi, a un certo punto, una bambina - Francesca, raggiunto il punto centrale della pedana di legno, con le luci addosso, in piedi, immobile e in silenzio, cominciò a guardarci lentamente - uno per uno - seria, intensa. Provai nel corpo un'emozione viva, inaspettata: ebbi paura. Mi fu chiaro in quell'istante cosa potesse il teatro.
Abbiamo occupato e continuiamo ad occupare per resistere alla sottrazione di spazi, risorse e finanziamenti alle arti, allo spettacolo, alla ricerca, alla formazione pubblica e insieme per trasformare radicalmente e dal basso il sistema della produzione culturale in Italia
Dopo il liceo, poi, mi sono trasferito per un periodo a Roma.
Era il 2011 e il Teatro Valle Occupato brulicava di fermento artistico, creativo, politico. Ventenne fuori sede nella capitale - iscritto al Dams e rapito dalle intransigenze poetiche di Artaud e Grotowski, dalle fantasie utopiche di Copiaus e Odin Teatret - mi sembrava di partecipare ad una storia enorme, travolgente, giusta. Cantiere aperto che macinava tempo di discussione e confronto, fucina di ripensamenti, stravolgimenti, linguaggi nuovi, su e giù per gli spazi occupati del Teatro Valle avevo l'impressione di immergermi nelle atmosfere impossibili di Radio Alice, trasportate magicamente in una differente fase storica, con un simile e diverso battagliare nell'animo.
Uno dei comunicati, che ritrovo negli archivi della newsletter a cui ero iscritto, recita nitido cosa la potenza sorgiva del teatro sia in grado di generare in termini politici ed artistici: "Ad agosto salpava la Nave/Scuola del Teatro Valle Occupato. Abbiamo occupato e continuiamo ad occupare per resistere alla sottrazione di spazi, risorse e finanziamenti alle arti, allo spettacolo, alla ricerca, alla formazione pubblica e insieme per trasformare radicalmente e dal basso il sistema della produzione culturale in Italia. In questi mesi il Teatro Valle è diventato un laboratorio artistico e politico – uno spazio pubblico in cui sperimentiamo nuove forme per un agire condiviso. Pratichiamo quotidianamente la democrazia diretta dei beni comuni. I beni comuni non sono un concetto astratto: emergono quando una collettività, a cui sono stati sottratti, lotta per riappropriarsene."
Queste parole, inutile dirlo, arrivano dritte al nostro presente, ai fascismi che reprimendo, discriminando, privatizzando prolificano in tutto il mondo e al precariato culturale che sommerge e immobilizza le individualità e le collettività artistiche.
Queste esperienze vissute con meraviglia, ingenuità e stupore, che inevitabilmente hanno sbilanciato la mia esistenza nel suo scorrere, fermentano ancora in me. Legandole insieme in una sceneggiatura da inventare, mi rammentano, forse, quanto da un palco, unitə nello sforzo, nell'imprudenza, nella perseveranza, la postura dell'arte, la nostra postura possa - oggi e sempre, prima che altri beni comuni scompaiano - far paura al potere.