Martedì 24 febbraio 2026
Che cos’è l’innovazione?
 
Il mito della modernità

Il Cielo Ha Un Limite affronta il nostro rapporto con la tecnologia attraverso cinque temi: il mito dell'innovazione come destino inevitabile, la materialità nascosta del cloud e dei data center, l'impatto dei social sulla nostra psiche, le pratiche low-tech come forma di resistenza, l'arte di piegare le tecnologie ai nostri scopi. Un attraversamento delle tre ecologie - ambientale, psichica e sociale - per scrollarci di dosso il ruolo di utenti passivi e ricordarci che la volta celeste costruita dai miliardari della Silicon Valley è il prodotto di un processo politico, non una legge di natura.


La rubrica accompagna un’omonima comunità di apprendimento, organizzata da Baltan Laboratories e REINCANTAMENTO con Arci Torino, tra febbraio e giugno 2026.



Poche idee godono oggi di un prestigio così indiscusso come "innovazione". La si invoca nei programmi politici e nei pitch delle startup, nei bandi europei così come nei discorsi dei rettori e nelle lettere agli azionisti. È un valore in sé, una di quelle parole che sembrano non aver bisogno di giustificazioni: chi potrebbe mai essere contro l'innovazione? In un sistema in costante accelerazione tecnologica, innovare è diventato un imperativo categorico. Perdere il treno del progresso, non aggiornare sé stessi, il proprio modo di operare o la propria impresa, equivale ad accettare una progressiva marginalizzazione economica e sociale. Lo smartphone è forse l'emblema più puro di come questa logica ha operato negli ultimi decenni. Come osserva Juan Carlos de Martin in Contro lo smartphone, per la prima volta nella storia dell'umanità una macchina è diventata necessaria nella vita quotidiana di miliardi di persone: affetti, transazioni, lavoro, mobilità, salute passano tutti da quello schermo. Per essere cittadini dobbiamo possedere uno smartphone. L'innovazione dello smartphone, dunque, non è più un'opportunità, ma un obbligo: chi, per qualche motivo, non volesse farne uso si trova sempre più escluso dalle dinamiche sociali. Citando un’altra efficace metafora di de Martin, se immaginassimo la società come un condominio con ascensore e scale, sembrerebbe che oggi le scale siano trascurate o neanche presenti, intendendo con esse modalità di partecipazione alternative o analogiche alla cosa pubblica.

Il dispositivo retorico dell'innovazione funziona così bene perché le sue radici affondano nel nostro passato più profondo, fino ai limiti della nostra concezione di storia e di tecnologia. Vale la pena, allora, fare un passo indietro e chiedersi: cosa significa davvero innovare? Chi decide cosa conta come innovazione e cosa no? E soprattutto: la storia che ci raccontiamo del progresso tecnologico è l'unica possibile?


Un passato mitico 

Viene ricordato dalla storia soltanto ciò di cui si lascia traccia, e questa regola vale anche per la cultura materiale della nostra civiltà. Non tutti i prodotti tecnici umani sopravvivono al passare del tempo: i metalli sì, i tessuti no. E non tutte le innovazioni vengono considerate degne di essere raccontate e iscritte nell’arazzo collettivo della storia.

Il dispositivo retorico dell'innovazione funziona così bene perché le sue radici affondano nel nostro passato più profondo, fino ai limiti della nostra concezione di storia e di tecnologia

Nel suo celebre saggio La teoria letteraria del sacchetto della spesa, la scrittrice di fantascienza Ursula K. Le Guin mette in luce il primato attribuito alla caccia nella mitologia fondante della civiltà patriarcale: la caccia come impresa eroica, degna di essere narrata, con il suo corredo di tecnologie maschili: la lancia e il bastone, senza i quali, in latino, si è letteralmente imbecillis, deboli, incapaci di stare in piedi. Strumenti per colpire, sottomettere, uccidere. Ma Le Guin ci ricorda che esiste un altro artefatto fondamentale, più antico e altrettanto decisivo, che questa narrazione ha sistematicamente oscurato: il contenitore.

Prima della lancia, sostiene Le Guin riprendendo l'antropologa Elizabeth Fisher, venne il recipiente. Che fosse una foglia arrotolata o un sacco di pelle, questa tecnologia primigenia non serviva a uccidere ma a portare a casa il cibo, a tenerlo al sicuro e a condividerlo. Sono tecnologie della cura, non della conquista, e, proprio per questo, poco si prestano al racconto eroico che fonda la maggior parte delle mitologie.

È difficile costruire una narrazione avvincente su qualcuno che raccoglie chicchi di avena selvatica, uno dopo l'altro, e li porta a casa in un cestino. Non c'è il colpo di scena e manca il climax epico di una battuta di caccia. Eppure è questa la storia che ha nutrito la maggior parte dell'umanità per gran parte del tempo. Per Le Guin, questa analisi non è solo teorica, ma fonda il suo impegno di narratrice: la fantascienza, in quanto apparato mitologico della tecnologia moderna, ha la responsabilità di non riprodurre nelle visioni del futuro gli stessi schemi del passato, in cui eroi maschili e violenti vanno in cerca di gloria e finiscono, o in trionfo o in tragedia.

Prima della lancia, sostiene Le Guin, venne il recipiente. Questa tecnologia primigenia non serviva a uccidere ma a portare a casa il cibo, a tenerlo al sicuro e a condividerlo. Sono tecnologie della cura, non della conquista

Nel suo avveniristico Menti parallele, Laura Tripaldi salda il nesso tra mitologia, archeologia e scienza dei materiali portando avanti l’intuizione di Le Guin. Riprendendo il lavoro dell'archeologa Linda Hurcombe, Tripaldi chiama "la maggioranza assente" della storia tecnologica quelle tecnologie più antiche e decisive per la nostra specie, dalla tessitura alla conservazione del cibo, sistematicamente dimenticate perché basate su materiali morbidi e deperibili.

Tutto ciò che è organico non sopravvive ai millenni, a differenza della pietra e del metallo. E ciò che rimane finisce per diventare simbolo di un'intera epoca: ecco l'Età della Pietra, che probabilmente non sarebbe mai stata chiamata così se la maggior parte dei materiali utilizzati all'epoca non fosse semplicemente andata perduta. Anche per Tripaldi, queste cesure (pre)storiche continuano ancora oggi a tormentare la nostra idea di futuro: quando immaginiamo la tecnologia di domani, pensiamo prevalentemente ad acciaio e silicio, sottovalutando il ruolo che le soft technologies e i substrati biologici potranno svolgere nelle grandi partite del secolo (adattamento climatico, intelligenza artificiale, ecc.). Le nostre tecnologie migliori, suggerisce Tripaldi, forse non sono quelle che lasciano il segno più vistoso, ma quelle che non lasciano tracce.

Eppure la cultura tecnologica dominante si è costruita esattamente sul principio opposto: non scomparire, ma imporsi, lasciare un segno il più vistoso possibile nel mondo.


Il progetto tecnologico moderno

Il progetto della modernità si fonda su una mitologia della tecnologia formulata circa trecento anni fa dagli intellettuali dell’Illuminismo europeo¹, mischiando elementi di umanesimo, colonialismo e razzismo con una fede incrollabile nel progresso tecnologico: un orizzonte alimentato dall’estrazione inconsiderata di risorse umane e non, tragicamente inaugurata dalla conquista del continente americano e poi portato su una scala planetaria.


La modernità europea si impone come unico paradigma possibile e rubrica come primitive le conoscenze e le tecniche che incontra tra i popoli indigeni delle società colonizzate.


A partire da quello specifico momento, la possibilità di una concezione tecnologica plurale – quella che Yuk Hui chiama tecnodiversitಠ– viene progressivamente ristretta fino a sparire del tutto nell’immaginario contemporaneo.


Un immaginario che considera tecnologia le piramidi di Giza di una cultura estinta migliaia di anni fa, ma non i ponti di radici viventi del popolo Khasi nell'India del nord, ancora in uso. Che esclude i materiali organici dalla propria storia solo perché non rientrano nell'immagine meccanicista dei materiali rigidi e dei metalli. Che trascura le pratiche pre- e proto-moderne, come l'alchimia, che hanno contribuito alla definizione della scienza moderna, liquidandole come spirituali e magiche, e per questo irrilevanti.

La possibilità di una concezione tecnologica plurale – quella che Yuk Hui chiama tecnodiversità – viene progressivamente ristretta fino a sparire del tutto nell’immaginario contemporaneo

Come possiamo includere queste altre tradizioni e manifestazioni tecnologiche nell’espansione dell’odierno immaginario tecnologico? E quali tecnologie alternative potrebbero generare questi immaginari dimenticati, sfidando la cultura egemonica odierna della Silicon Valley, delle startup o dei centri di ricerca orientati unicamente allo sviluppo di nuovi prodotti o servizi?


Il mito dell’imprenditore

L’attuale idea di innovazione prosegue l’eredità coloniale della conquista e dell’accumulo di territori, risorse e ricchezza. Solo che oggi quei territori non sono solo geografici ma anche virtuali, demarcati dal monopolio di poche multinazionali (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) che possiedono i dati, il software e gran parte dell'infrastruttura tecnologica. Questo colonialismo digitale si fonda sullo sfruttamento di esseri umani e sulla capitalizzazione della vita altrui attraverso i dati che produciamo.


Negli ultimi anni, nel nome dell'intelligenza artificiale, le mire espansionistiche dei monopoli tech sono diventate ancora più visibili in ogni angolo del pianeta, compreso il territorio italiano. La vicenda dei data center, infrastrutture fondamentali per il funzionamento dei sistemi di IA, mette al centro del dibattito l'enorme consumo di risorse energetiche e di lavoro umano che l'ennesima rivoluzione digitale richiede, infiammando moti di resistenza in tutto il mondo.


Il refrain di chi approva e giustifica questo processo di land grabbing da parte dei colossi del tech è sempre lo stesso: si tratta di un nuovo ciclo innovativo che "si muove veloce e distrugge le cose", per citare l'arcinoto motto del fu Facebook, e di fronte al quale ogni altra considerazione deve cedere il passo. Le conseguenze, gravi e molteplici, vengono derubricate a "esternalità", a effetti collaterali non voluti di un processo altrimenti virtuoso.


Il creatore (di infrastrutture, posti di lavoro, nuovi prodotti) deve essere sempre un distruttore, e viceversa, stabilendo un archetipo basato sulla teoria della "distruzione creatrice" formulata dall’economista austro-americano Joseph Schumpeter nel 1942.

La figura dell’imprenditore, del resto, ricalca la civiltà patriarcale da cui Le Guin vorrebbe rifuggire. L’impresa eroica qui non è la caccia, ma il viaggio dell’eroe della start-up: una narrazione dell’innovazione che celebra il successo individuale di colui (e il maschile non è casuale) che rompe gli schemi e sfida le convenzioni, portando nel mondo qualcosa che prima non c'era al prezzo di distruggere l'esistente.


In un’altra curiosa risonanza storica, il mito imprenditoriale risuona con la descrizione profetica che Walter Benjamin fece dell’angelo della storia:


“C’è un quadro di Klee intitolato Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”

L’impresa eroica qui non è la caccia, ma il viaggio dell’eroe della start-up: una narrazione dell’innovazione che celebra il successo individuale di colui (e il maschile non è casuale) che rompe gli schemi e sfida le convenzioni

Invece di non lasciare tracce, celebriamo la creazione di rovine. Come l'angelo di Benjamin, l'imprenditore avanza nel futuro voltando le spalle al cumulo di macerie che produce, e quella tempesta che lo spinge irresistibilmente in avanti è ciò che chiamiamo innovazione.



Appuntamento a Torino per il cielo ha un limite

Le domande e gli spunti di questo breve saggio saranno parte fondamentale del primo appuntamento della comunità di apprendimento intitolata il cielo ha un limite, organizzata da Baltan Laboratories e REINCANTAMENTO, in collaborazione con Arci: cinque incontri a Torino tra febbraio e giugno 2026 per riappropriarci della tecnologia e della nostra capacità di agire al suo interno. Nella prima sessione di sabato 27 febbraio (dalle 17:30 alle 20:30 presso il circolo Stampè di via Stampatori 5, Torino), esploreremo insieme le radici del paradigma moderno dell'innovazione, attraversandone le contraddizioni, come punto di partenza per il percorso che intraprenderemo nei prossimi mesi. Trovate ulteriori informazioni e il form di registrazione a questo link.




Note


¹ Lo-TEK. Design by Radical Indigenism di Julia Watson, p.17


² Un concetto del filosofo di Hong Kong Yuk Hui che rappresenta una varietà di modi di comprendere e costruire la tecnologia in diverse culture, che emergono dalla località e sempre in scambio con altre località.

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