Lunedì 05 ottobre 2026
Canicule
 
Appunti per una fine del mondo
Scritto da: Ivan Carozzi

Quello che segue è l'inizio di “Canicule”, un lungo testo ancora in fase di scrittura, nato da una breve vacanza ad Arles, in occasione del Festival della Fotografia. Nel testo viene discusso l'incontro con Pierre-Louis, un anziano host Airbnb, nei giorni dell'ondata di caldo feroce che ha colpito la Francia nell'estate del 2026. Il grande caldo è stato ribattezzato, dai media francesi,“Canicule”. 

Questo articolo è stato realizzato nell'ambito di una collaborazione tra cheFare e Opera Popolare in occasione del debutto dello spettacolo Cantico della Scomparsa – previsto per l'8 ottobre 2026 al Festival Aperto di Reggio Emilia. Cantico della Scomparsa è un progetto di Giorgio Pesenti e Elena C. Patacchini, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò, in collaborazione con Festival Aperto / Fondazione I Teatri Reggio Emilia, con il sostegno del MiC e di SIAE nell'ambito del programma "Per Chi Crea".


Si chiamava Pierre-Louis e abitava in Provenza, nella città romana di Arles. Su AirBnb avevo trovato più di una recensione negativa sul conto di Pierre-Louis. Una ragazza diceva che fumava tranquillamente sulla porta di casa, senza rendersi conto che le nuvolette di fumo entravano all'interno e di conseguenza nell'appartamento rimaneva un pesante tanfo di sigaretta. Un altro diceva che le lenzuola non erano stirate. Un altro ancora che il pavimento in bagno era sporco e che in camera non c'era l'aria condizionata. Alcune recensioni erano positive, è vero, ma quelle negative riguardavano due aspetti, come i cattivi odori e la pulizia, ai quali le persone erano estremamente sensibili. Di conseguenza anche un solo commento critico in questo senso era in grado di compromettere seriamente la reputazione dell'host e dell'appartamento. Però non mi lasciai influenzare più di tanto. Al contrario, fu proprio il fatto che Pierre-Louis fumasse o non si preoccupasse di stirare le lenzuola, che sul momento mi spinse a immaginare che Pierre-Louis fosse, in realtà, una persona simpatica, di valore, da conoscere, di cui ci si poteva fidare. Inoltre nei commenti di un paio d'italiani mi era sembrato di intravvedere, sotto sotto, lo stereotipo del francese che non si lava, che non ha il bidet in bagno, che si mette il pane sotto il braccio, uno stereotipo che a me, invece, aveva sempre deliziato. Non solo. Lo stereotipo dell'igiene e dei francesi mi aveva sempre messo una sottile curiosità nei riguardi del popolo francese, mentre al contrario mi aveva sempre irritato la postura di chi ripeteva i soliti luoghi comuni, magari col segreto intento di vantare la discendenza da un popolo più civilizzato e, chissà, di apparire lui stesso il più pulito degli esseri umani. Non ci pensai due volte, cliccai “Prenota” e “Conferma e paga” e nel giro di breve ricevetti da Pierre-Louis un cordiale messaggio di conferma, che mi dava appuntamento all'ora del check-in. 

Arrivai ad Arles un giorno di agosto, alle due del pomeriggio in treno da Barcellona. Faceva un caldo disumano. Da giorni si sentiva parlare di alcuni incendi spaventosi scoppiati nel sud della Francia e in Provenza, a causa del caldo torrido e della vegetazione stremata, pronta a prendere fuoco per un mozzicone o un tizzone portato dal vento. Ettari su ettari di boschi erano andati in completa rovina. Fiamme, pennacchi di fumo acre, alberi carbonizzati, colonne di auto in fuga, animali allo sbando, turisti nel panico. Per fortuna gli incendi erano stati domati, ma il caldo torrido era ancora lì, non se n'era andato. Pierre-Louis mi aveva scritto che mi avrebbe aspettato in strada, vicino all'appartamento. La casa si trovava al di fuori delle mura di Arles, a un chilometro circa da Porte de la Cavalerie, uno dei punti d'ingresso della città. Dalla stazione l'appartamento distava appena dieci minuti a piedi. Avvistai Pierre-Louis da lontano. Era lì, come un padre o un vecchio zio, con la sigaretta tra le dita, appostato in un punto del marciapiede riparato dall'ombra di una tettoia. Quando ci siamo riconosciuti e ci siamo salutati con un cenno della mano, a una decina di metri di distanza, Pierre-Louis ha sorriso e si è portato la sigaretta alla bocca, poi ha dato un'ultima tirata, ha buttato il filtro per terra e mi è venuto incontro con la mano tesa. Indossava una canottiera bianca, bermuda, un paio di Crocs clog viola scolorite e calzini di cotone.

Faceva un caldo disumano. Da giorni si sentiva parlare di alcuni incendi spaventosi scoppiati nel sud della Francia e in Provenza, a causa del caldo torrido e della vegetazione stremata, pronta a prendere fuoco per un mozzicone o un tizzone portato dal vento

Pierre-Louis era piccolo di statura. In passato probabilmente misurava qualche centimetro in più, ma con il passare degli anni, la vecchiaia incipiente e gli acciacchi, probabilmente si era rimpicciolito. “Le festival de la photographie est très beau”, mi ha detto, sapendo che ero arrivato ad Arles per visitare il festival. Gliene avevo accennato in uno dei messaggi scambiati su AirBnb. L'ineffabile Pierre-Louis sembrava invulnerabile ai raggi del sole, che a quell'ora del giorno erano perpendicolari e dritti come sbarre di ferro. Mi aveva fatto strada all'interno di un cortile vasto e desolato, privo di un cancello d'ingresso, dov'erano parcheggiate alcune automobili e vecchi scooter con la sella cotta dal sole e dove ciuffi di pianticelle spontanee si facevano spazio tra le crepe dell'asfalto.

 Pierre-Louis era un padrone di casa educato e accogliente. I suoi modi erano schietti e sicuri. La stretta di mano era vigorosa. Era una di quelle strette che ti fanno capire che dietro c'è una persona viva, reale, una persona con una storia, un passato, con un cervello integro, delle idee e delle opinioni. Era una stretta di mano che faceva anche pensare a un trauma lontano, a un dolore che ha temprato il carattere e ha segnato un prima e un dopo. Durante i miei giorni ad Arles, mentre passeggiavo per le stradine della città, tra una mostra di fotografia e l'altra, mi dimenticavo abbastanza in fretta di quello che avevo appena visto, della mostra sull'indipendenza del Ghana o di quella sulla casa parigina di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, e mi capitava spesso, invece, di tornare col pensiero a Pierre-Louis e di ragionare sul suo modo così franco e deciso di rivolgersi al prossimo, mai timido, mai ritroso, tutto d'un pezzo, senza fronzoli, sempre presente a sé stesso, però non per questo brusco o sbrigativo, ma al contrario gentile, leale, onesto, ligio al suo ruolo di host AirBnb, sempre pronto ad aprire una cartina di Arles e a stenderla sul tavolo del tinello per dare un'indicazione. Di cartine ne aveva a bizzeffe. Erano le classiche cartine pieghevoli che gli uffici del turismo seminano per le città, con le inserzioni di parchi e piscine disposte qua e là intorno alla mappa. Pierre-Louis ne aveva una discreta riserva, che poi distribuiva in omaggio ai suoi ospiti. Mi consigliò di cenare in un ristorante, di non mancare di visitare l'anfiteatro romano e di non perdermi alcuni musei, come il Musee de la Camargue. Non c'era nulla di spontaneo in quegli inviti. Erano formule che Pierre-Louis doveva aver pronunciato chissà quante volte, però era bello vedere che si sforzava di apparire sincero, fino a risultare effettivamente sincero.

Mi sembrò che Pierre-Louis agisse con un'ingenuità tutta sua, come se il mondo si fosse fermato al 2012. Forse non aveva saputo, o non aveva voluto sapere, che qualcosa era cambiato e che il vecchio mondo, in realtà, si era rotto, non si era accoerto che faceva caldo in modo anomalo e che fra le persone serpeggiava una certa paura per la fine dei tempi. Pierre-Louis, invece, continuava imperterrito a seguire le vecchie regole e a rispettare l'etichetta del primo AirBnb, quando AirBnb era giovane, era ancora un parente stretto del couchsurfing, quando era un cugino del coworking e del solidale crowfunding, quando era ancora compito dell'host sorridere, dispensare consigli sulle bellezze del territorio e recitare la pantomima dell'ospitalità. Pierre-Louis indossava i panni dell'anfitrione, dimenticando che l'epoca della cortesia, dell'attenzione e del riguardo verso gli altri, era sospesa o era proprio morta e sepolta. Durante i nostri brevi scambi, mi chiedevo come e quando si fosse formato lo stampo umano di Pierre-Louis. Da dove era sbucata fuori una creatura così diversa? Diversa dalle anime povere e distratte e dalla fauna umana astiosa che mi capitava di sfiorare fino a avvertirne l'attrito, un attrito che sprizzava scintille, negli aeroporti, nelle stazioni e, in genere, per le strade e nella vita di ogni giorno? Quali condizioni avevano prodotto un carattere così spartano e al tempo stesso premuroso e affabile? Nelle ore che seguirono, camminando col passo pesante tra gli afosi vicoli di Arles, in mezzo agli azzurri delle casette in stile shabby chic provenzale, mi ero fatto l'idea che tutte quelle caratteristiche fossero il residuo, il retaggio di un'educazione all'antica, impartita alla scuola primaria ai tempi del presidente De Gaulle, una scuola che magari a sua volta derivava da modelli educativi ancora più remoti nel tempo, ottocenteschi, primonovecenteschi, dove s'insegnava a vivere da buon citoyen, gli uni accanto agli altri nella burocrazia e nella Repubblica. In ogni caso, Pierre-Louis mi sembrava un uomo del passato, un sopravvissuto, un viaggiatore nel tempo arrivato da un'altra era dell'umanità, per combattere e giocare la sua ultima partita alla fine dei tempi.


Graphic design di Matteo Castiglioni

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