L’architettura si è sempre occupata della definizione e della costruzione di un limite: tra esterno ed interno, tra pubblico e privato, tra naturale ed artificiale. La forma che questo limite ha assunto nel tempo rispecchia le condizioni climatiche, sociali e politiche del contesto in cui è stato concepito, oltre che naturalmente l’ambito culturale o l’epoca in cui è stato concepito. Tralasciando le questioni storiche o filologiche il concetto di limite, come del resto avviene in fisica e in matematica, pone in essere una questione di estensione e di definizione; il limite in architettura può avere la consistenza bidimensionale di una superficie oppure, inspessendosi, può assumere la connotazione tridimensionale di uno spazio.
Nella storia dell’architettura, anche in quella più recente, la prima condizione è certamente la più diffusa articolandosi in molte e variegate forme e geometrie; certamente sono più rari i casi in cui la dimensione del limite si dilata, si espande, fino quasi a raggiungere ad una condizione spaziale propria. La trasformazione del limite in architettura, da bidimensionale a tridimensionale, produce uno spostamento di significato: se la soglia si dilata, la figura concettualmente si apre; e l’architettura si trasforma dall’essere un “oggetto” in sé concluso, in una struttura porosa che risente delle condizioni al contorno; una struttura che, in virtù della dilatazione del suo limite, si fonde parzialmente con lo spazio naturale, fuori da sé.
Uno spostamento di significato che comporta anche una differente interpretazione del concetto di limite: non più una frontiera che separa ma uno spazio che accoglie; se il limite si fa aperto e poroso diventa un luogo che mette in relazione condizioni differenti – esterno ed interno, pubblico e privato, naturale ed artificiale. Il limite si fa così luogo di mediazione: un dispositivo in grado di creare e influenzare le interazioni tra le persone e le dinamiche sociali della città; struttura che, in virtù di questa condizione privilegiata, è in grado di arricchire e qualificare il dominio dello spazio pubblico.
Città del Sole. Foto di Marco Cappelletti
La riflessione sul concetto di limite in architettura implica necessariamente una seconda riflessione sulla figura ad essa complementare, quella dello “spazio vuoto” rispetto al “pieno” del costruito. D’altronde il limite è entità intermedia che separa due condizioni differenti tra loro opposte e, spesso, confliggenti. Lo spazio vuoto nelle città equivale, il più delle volte, a quello che comunemente chiamiamo “lo spazio pubblico”; allora il limite, in quanto figura intermedia, è struttura in grado di definire da una parte lo spazio architettonico e, dall’altra, il suo complementare: lo spazio urbano.
Sarebbe interessante ri-immaginare la storia dell’architettura a partire dallo studio delle diverse forme assunte dai diversi limiti nei confronti dello spazio esterno; così come sarebbe interessante ripensare le città a partire dalla forma dello spazio vuoto anziché dagli edifici. Un’inversione di pensiero e di senso che implicherebbe assegnare al vuoto il ruolo di infrastruttura primaria che innerva la città nella sua interezza; un’infrastruttura articolata su piani e livelli differenti: per consentire la circolazione, per promuovere il tessuto di relazioni, per l’incontro con l’altro; ma anche una infrastruttura in grado di portare una differente qualità visiva; di rendere intensa e significativa l’esperienza dello spazio esterno; di portare ricchezza al bene comune, là dove la ricchezza è apparentemente di nessuno.
Una volta definite le figure del vuoto, l’architettura diventerebbe lo strumento attraverso cui queste stesse figure prendono corpo; un’architettura dunque ancella dello spazio vuoto, al suo servizio; un’architettura non preoccupata di riempire tutto lo spazio disponibile – ossessione tutta contemporanea – ma in grado di porsi a lato. Si potrebbe superare in questo modo il grande equivoco del moderno: quello dell’architettura come figura isolata che campeggia su un fondo neutro e al contempo riscoprire il tessuto urbano come forma di architettura in cui vuoto e pieno diventano comprimari, in cui prevale l’insieme e non i singoli oggetti. Architetture che nascono per dare forma e qualità allo spazio esterno, che generosamente si aprono ad un sistema più ampio; architetture porose che si lasciano attraversare, per diventare parte del vuoto che permea la città, che incorporano i valori civici della comunità a cui intrinsecamente appartengono.
Pianta Nolli
Ma tutto ciò non è una novità: possiamo rintracciare queste attitudini nella celebre pianta di Roma di Giovanni Battista Nolli del 1748, nella quale il vuoto dello spazio pubblico, rappresentato in bianco, diventa la figura pervasiva che circonda l’architettura, la conforma e, in taluni casi, la scava dall’interno fino ad assorbirla all’interno del tessuto urbano.
La pianta del Nolli potrebbe essere accostata alle numerose fotografie di vita quotidiana di molti centri storici italiani, in cui gli spazi aperti della città diventano, in un processo di inversione, spazi interni, teatri di socialità e convivenza civile: è l’immagine di una città aperta e accogliente, unico vero antidoto alla paura dell’altro. In questa accezione, la pianta del Nolli è una pianta politica e per certi versi visionaria, perché rappresentando la totale continuità dello spazio pubblico all’interno di chiese, cortili, androni dei principali palazzi privati, prefigura e immagina una realtà che va oltre la realtà stessa.
La storia ci offre dunque in questo senso un modello diverso, un modello di integrazione tra città e architettura, tra architettura e spazio pubblico. Non è una fuga all’indietro ma la comprensione di un modo di operare, di un modo di concepire la città diverso da quello attuale. Riteniamo infatti urgente e necessario attribuire nuovamente all’architettura il ruolo che le compete nella costruzione della città e dello spazio pubblico, cuore della civitas, soprattutto in un momento storico come quello attuale in cui la sfera individuale sembra prevalere su quella collettiva.
Foto di copertina di Marco Cappelletti. Marco Cappelletti Studio, Courtesy La Biennale di Venezia MiC. Prospetto Rio Giardini
Altri contenuti correlati
Evento
Evento
Evento
Evento
Evento
Articoli correlati
Articolo
Una ricerca di cheFare per il Comune di Milano
Articolo
La centralità di Temptation Island nel fare cultura emotiva
Articolo
E perché merita la nostra attenzione
Articolo
Spin Time, il 19 settembre e le ragioni diverse di chi lotta contro lo strapotere dei fondi in città