Tra il 2023 e il 2024 è esploso l'utilizzo dell'AI nelle organizzazioni culturali e creative italiane, modificando visibilmente le modalità di lavoro e il rapporto con esso. Gli strumenti basati su sistemi di intelligenza artificiale – chatbot come ChatGPT, Gemini, Claude – si sono integrati agli strumenti lavorativi già in uso, supportando chi lavora nello svolgimento quotidiano delle proprie attività. Il supporto dell'Intelligenza Artificiale e di questi assistenti virtuali va nella direzione di velocizzare molte attività quotidiane. Svolgendo al posto nostro operazioni onerose, o macchinose, sollevando da incarichi tediosi, supportando nell’affrontare o sciogliere attività complesse permettono di essere più rapidi, di aumentare la produttività e la competitività nei propri settori. Usata come strumento capace di rendere più veloci quasi tutte le attività quotidiane, l'AI è davvero questo?
L'utilizzo di questa tecnologia rende obbligatorio farsi molte domande e il dibattito che ne consegue porta con sé risvolti etici, sociali, economici. Quando si parla di AI e del suo utilizzo, si parla di sicurezza, di privacy, di potere. Farsi le domande è obbligatorio; provare a darsi delle risposte, anche. Eppure le risposte non sono semplici né solide, perché si scontrano con la natura stessa di un fenomeno che è ancora in costruzione, in movimento, in continuo cambiamento, e quindi difficile da inquadrare. Già nel tentativo di darsi delle risposte, si iniziano a definire pratiche e comportamenti costretti a tenere dentro le riflessioni che la stessa Intelligenza Artificiale genera. Mentre la si utilizza ci si chiede come impiegarla, per fare cosa, adottando quali atteggiamenti e dandosi quali regole.
Questo porta a chiedersi quale immaginario contribuisce a costruire l'applicazione dell'AI nelle pratiche lavorative
Diventa quindi rilevante provare a capire come vengono affrontati i risvolti che l'utilizzo dell'AI porta con sé in un settore che per propria imposizione deontologica si interessa alle implicazioni etiche e morali, ma anche alle conseguenze insite nell'appiattimento culturale, di interrogativi o di punti di vista. E cioè chiedersi cosa succede nei settori culturali e creativi laddove si verifica un intreccio così stretto tra complessità e urgenza di salire sulla traiettoria dell'innovazione e, se ci sono, quali sono le pratiche, le modalità che si adottano e le domande che si fanno i professionisti di questi ambiti. Il primo aspetto da approfondire riguarda proprio il tipo di domande che attraversa questi professionisti e le loro organizzazioni. Rispetto al tema dell'AI, vale chiedersi quali interrogativi abitano chi per professione ragiona sui risvolti e sugli impatti di azioni individuali e sistemiche, o chi si confronta con le premesse alla base di fenomeni sociali e culturali complessi. Allo stesso tempo, a livello individuale e organizzativo, capire come si sceglie di agire significa chiedersi se esistono o vengono implementati codici etici, quali sono le pratiche diffuse e quali in fase di sperimentazione.
Un altro aspetto interessante da approfondire riguarda per cosa si sceglie di utilizzare l'AI, ovvero quali sono le attività in cui si delega a un assistente virtuale il compito di sostituirsi al lavoro umano. Questo porta a chiedersi quale immaginario contribuisce a costruire l'applicazione dell'AI nelle pratiche lavorative. Se l'AI produce contenuti in pochi secondi, come cambia il valore del lavoro umano che prima richiedeva competenze specialistiche e tempo? Nel demandare all'AI le attività che rientrano nel perimetro dell'ordinario, si affidano a criteri definiti da altri, l'azienda proprietaria e i meccanismi con cui i modelli sono stati addestrati, operazioni su cui si perde il controllo, il possesso e, in ultima istanza, anche la responsabilità. Nel sintetizzare un testo la selezione delle informazioni rilevanti avviene secondo principi fondanti che non sono stati definiti da chi utilizza lo strumento; nella produzione di testi e nella scelta delle parole, l'AI opera sulla base di convinzioni, retaggi ed esperienze che solo in minima parte è possibile prevenire, notare e contrastare. L'utilizzo massiccio dell'Intelligenza Artificiale sta quindi contribuendo a costruire un contesto lavorativo in cui si ha sempre meno controllo su quello che si produce, non perché frutto di una collaborazione consapevole tra le parti, ma perché influenzato da logiche difficili da decostruire e che comprendere e smontare di volta in volta ha un costo. Come afferma Enrico Maestri in Giustizia ex Machina, edito da Luca Sossella Editore: “L’umano non scompare, ma viene riposizionato: dal centro del gesto alla periferia del controllo, spesso a posteriori. Da qui la nostra torsione concettuale, per cui la giustizia del tempo digitale non si cerca più nel chi ha deciso, ma nel dove la decisione è stata resa possibile, nei layer in cui i segnali sono stati pesati, nelle interfacce che hanno incanalato l’attenzione, nelle pipeline che hanno selezionato i dati e fissato le soglie”.
Se le attività lunghe e complesse vengono affidate all'AI e il tempo si risparmia davvero, verso quali altre attività viene spostato, e cosa offrono queste attività in termini di crescita, apprendimento e scoperta?
È per questo che, nell’affidare all’AI lo svolgimento di alcune attività, si spalanca un interrogativo spiazzante: cosa ci stiamo perdendo in questo passaggio? All'inizio di un'esperienza professionale, infatti, vengono tipicamente assegnate attività percepite come lunghe e noiose, che però sono in una certa misura formative, perché insegnano a stare nel contesto. Sono attività che, nel mentre che le si svolge, trasmettono qualcosa che va oltre il compito stesso. Se si sceglie di non farle più, affidandole direttamente all'AI, si salta lo step in cui si impara non solo a svolgere quell'attività, ma anche a velocizzarla, a padroneggiarla, a renderla propria. E allora, in termini di apprendimento, di opportunità formative, di crescita di competenze e conoscenze, è fondamentale chiedersi cosa si sta perdendo. Una risposta possibile passa dal ragionare su pratiche di formazione interne capaci di preparare le nuove figure professionali al lavoro nel contesto attuale, processi che prevedano l'utilizzo dell'AI ma che rispondano a un duplice obiettivo. Da un lato imparare a utilizzare una tecnologia che non è possibile ignorare, pena l'esclusione dalle logiche di competitività del settore; dall'altro preservare quegli strati di apprendimento che un uso indiscriminato dello strumento rischia di erodere. Vale anche chiedersi come stiano cambiando le logiche di apprendimento all'interno delle organizzazioni. Se le attività lunghe e complesse vengono affidate all'AI e il tempo si risparmia davvero, verso quali altre attività viene spostato, e cosa offrono queste attività in termini di crescita, apprendimento e scoperta? Tutto questo tempo risparmiato, insomma, dove finisce? E nel frattempo, come ci stiamo trasformando?
Ne parliamo con alcuni professionisti del settore culturale e creativo, entrando nel vivo del loro lavoro: questo testo apre una rubrica in cui vengono raccontati casi pratici, concreti, le esperienze di chi lavora nei settori culturali e creativi.