“La connaissance de la montagne expérimentée”. Diceva Aldous Huxley che l’esperienza non è quello che accade ad un uomo (ma credo intendesse anche ad una donna); è ciò che un uomo fa con quello che gli accade.
La connaissance de la montagne expérimentée è una locuzione che si trova nei documenti delle guide alpine francesi o svizzere, come requisito per l’abilitazione professionale.
Ci sono tante montagne, la montagna parlata, la montagna storica, la montagna dell’alpinismo, la montagna come terreno economico, la montagna come luogo dell’anima, la montagna come retorica, la montagna come confine identitario (su questo interessanti i recenti fatti di cronaca attorno alla spedizione italiana femminile al K2, o l’uso che la politica ha fatto negli ultimi anni della parola “borghi”), la montagna come competizione, la montagna come casa.
E poi ci sono la montagna come immaginario, quella delle vacanze, delle cartoline, delle foto sui social, delle campagne dei brand, quella che ispira la fuga dalle città, Heidi e compagnia. Una montagna che esiste solo in singoli istanti. Il bello di andare in montagna è solo il prima e il dopo, come più o meno diceva Bonatti e come sa chiunque la frequenti tra battiti cardiaci in salita sui sentieri a 170 bpm, la paura del vuoto nei tratti esposti, la tensione nel gesto dell’arrampicata, quando qualcosa va storto, e il freddo, il caldo, il vento.
Infine, c’è l’immagine della montagna. La “montagne expèrimentèe”. In primo luogo al plurale: le montagne. Montagne di persone, di Storia e di storie, di servizi che non ci sono, di economie in crisi, di opportunità di nuovi inizi, di Comunità Montane come enti amministrativi prima ancora che aggregazioni di visioni di futuro, montagne come luoghi di passaggio, come luoghi che uniscono, le montagne antropizzate.
Nel suo libro “Montagne di mezzo. Una nuova geografia” (Einaudi, 2020), Mauro Varotto propone una visione innovativa delle aree montane intermedie, spesso trascurate, evidenziando come esse possano fungere da spazi di connessione tra passato e futuro, tra natura e cultura, tra urbano e rurale. Varotto descrive le "montagne di mezzo" non solo in termini altimetrici, ma come territori che conservano una speciale coniugazione dei caratteri della montuosità fisica con i talenti della montanità antropologica. Queste aree sono viste come luoghi di mediazione, capaci di tenere insieme diverse dimensioni e di rilanciare un'idea di abitare che concilia istanze climatiche, nuove energie sociali e modelli virtuosi di gestione e sviluppo della montagna.
La montagna è movimento, il passo nella duplice accezione cinetica di progressione e geografica di valico, è luogo di mobilità, anche sociale, migrazioni, spostamenti, ibridazioni, contrabbando.
In questo contesto nasce Corpo Montagna, la prima edizione del festival dedicato alle pratiche outdoor collettive, per esplorare la montagna come spazio di relazione, sperimentazione e trasformazione: un’iniziativa ideata e organizzata da Avanzi e Casa del Parco Adamello.
Movimento individuale inteso in questo caso come pratica outdoor. E movimento collettivo inteso come rete di soggetti che in giro per le Alpi e gli Appennini stanno immaginando che le terre alte possano essere il luogo di un nuovo modello di sviluppo, di un nuovo mondo, di un nuovo spazio di relazione e trasformazione, . E lo fanno sperimentando, mettendosi alla prova, stando lì, perché “bisogna stare lì”. La “montagne expèrimentèe”.
Dal 30 maggio al 2 giugno 2025, in Val Saviore, provincia di Brescia, quattro giorni per risalire alle radici del legame tra individuo, ambiente e collettività
Con il festival Corpo Montagna, dal 30 maggio al 2 giugno 2025, in Val Saviore, provincia di Brescia, tra Cevo e Saviore dell’Adamello, la Casa del Parco diventa il fulcro di esperienze e attività che mettono il corpo al centro del rapporto con la montagna e in particolare con l’Adamello. Quattro giorni per risalire alle radici del legame tra individuo, ambiente e collettività, esplorando le pratiche outdoor come strumenti di coinvolgimento e coabitazione. Non semplicemente sport (come scrive Emilio Previtali, l’alpinismo non è uno sport ma un fatto culturale), ma esperienze collettive, non competitive, capaci di tracciare nuove frontiere di innovazione sociale e ambientale.
La montagna, spesso narrata come luogo di isolamento o sfida individuale, si apre qui come spazio di intrecci, di comunità in divenire, di esperienze collettive: attraverso pratiche outdoor, escursioni, laboratori, musica, conversazioni e momenti condivisi, il festival si radica nelle ecologie del presente, per risignificare il rapporto con l’ambiente come coabitazione e interdipendenza.
Non più “andare in montagna”, ma “stare in montagna”: ciò oggi rappresenta una frontiera di innovazione sociale e ambientale. Non parliamo semplicemente di attività outdoor, ma di esperienze che si muovono attorno a tre dimensioni fondamentali che il festival intende esplorare.
Il corpo. Per andare in montagna serve un corpo, dall’atto del camminare, dello stare, fino alla prestazione atletica più pura. Si tratta di corpi diversi, che si muovono dentro un ambiente come bene comune e lo significano. Si tratta di equilibrio. Di “pensare e fare insieme”.
Lo spazio. Il terreno non è delimitato ma infinito. Non c'è un perimetro, un confine, e quindi tocca fare i conti con il limite - il limite del corpo e quello dello spazio, e per estensione i limiti del Pianeta, che in montagna si fanno ancor più visibili. È un terreno interattivo, non una scenografia, ma un corpo vegetale e minerale che dialoga con i corpi umani.
L’etica. Nella pratica outdoor le regole sono liquide. Quanto più si riduce la rigidità delle regole tanto più è necessario affidarsi ad una cultura condivisa, forse addirittura un’etica, un’etica collettiva della montagna, un ruolo politico del gesto alpinistico, per re-esistere alla forza di gravità.
Corpo Montagna Festival riflette attorno a queste domande, per contribuire a disegnare insieme una cultura capace di futuro della montagna.
L’abbiamo pensato come una festa, che coinvolgerà le piccole attività economiche della Valle, le associazioni, i Comuni, le persone. Il cuore sarà la Casa del Parco Adamello, lo spazio (ibrido) che come Avanzi gestiamo dal 2023. Un ostello con ristorante che abbiamo preso (in gestione vincendo un bando) vuoto e che oggi è un luogo di aggregazione, relazioni, un (piccolo) motore di sviluppo territoriale che prova ad aggregare traiettorie di futuro per disegnare insieme opportunità di sviluppo sostenibile per la Val Saviore.
Se fossimo in Francia, forse sarebbe un tiers-lieu, come scrive Elena Donaggio: un’infrastruttura sociale ibrida che abilita nuove forme di cooperazione, lavoro, sperimentazione culturale e abitare: "La forza dei tiers-lieux sta nel radicamento territoriale e nella capacità di rispondere, insieme alle comunità locali, a sfide complesse come la transizione ecologica o la creazione di nuove economie locali. Se letto bene, il lavoro dei tiers-lieux in Francia ci ricorda che parlare di rigenerazione non significa solo riaprire spazi, ma attivare relazioni; che la partecipazione non si improvvisa, ma si costruisce; e che abitare un territorio richiede tempo, ascolto e cura. L’esperienza francese mostra che non si tratta di “fare innovazione” nei territori, ma di essere parte dei territori, imparando a lavorare insieme alle persone, alle pratiche, ai ritmi che li abitano.
In Italia, al contrario, gli spazi rigenerati raramente godono di una cornice strategica condivisa e la governance partecipativa è spesso più un auspicio che una pratica. Mancano strumenti normativi e finanziari adeguati e a dominare sono ancora approcci frammentari e risposte a breve termine”. Ma soprattutto sono spesso falsati da letture metropolitane dei fenomeni sociali ed economici, talvolta calando dall’alto paradigmi urbani.
Insomma, in questi quattro anni alla Casa del parco Adamello abbiamo imparato molte cose: prendersi il tempo della rimanenza, della restanza, dello stare e dell'abitare, dello stare fermi, avere fiducia nel processo, nei suoi ritmi lenti, con caparbietà e ascolto, e vivere ogni giorno con le contraddizioni, con una enorme propensione all'apprendimento. Insomma, si tratta di “re-esistere”.
Perché come diceva Bonatti: “non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze”.
Foto di Augustine Wong su Unsplash
Altri contenuti correlati
Evento
Bando
Evento
Articolo
Articolo
Articoli correlati
Articolo
Ci avevano promesso connessioni autentiche, ci hanno lasciato esausti
Articolo
I rave sono esperienze radicali di vita
Articolo
Esplorare potere, piacere, privilegi e oppressioni