Pubblichiamo un estratto da Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, edito da add editore. Ringraziamo l'autrice e l'editore per la gentile concessione.
Abolire i confini rappresenta un programma politico che prende corpo dalla critica a ciò che vediamo nei campi, negli hotspot, nelle esternalizzazioni e nei respingimenti quotidiani. L’abolizione del confine non è un auspicio utopico slegato dalle tensioni del presente, ma un programma che intreccia storia, analisi strutturale e pratiche di diserzione, disapplicazione, negazione del paradigma del confinamento. L’abolizionismo del confine rappresenta l’espansione logica e territoriale dell’abolizionismo carcerario perché la stessa grammatica del controllo che struttura il carcere si manifesta nei campi di detenzione per migranti, nei centri di accoglienza trasformati in sistemi di segregazione e nelle frontiere esternalizzate. Come hanno scritto Sara Riva, Simon Campbell, Brian Whitener, e Kathryn Medien in Border Abolition Now, «I confini non sono istituzioni naturali, ma infrastrutture storicamente contingenti che producono morte e devastazione». Il confine è, nelle pratiche, un dispositivo di regolazione della forza lavoro, di contenimento delle popolazioni eccedenti e di riproduzione delle gerarchie coloniali e di genere.
L’abolizione del confine, teorizzata dagli studiosi e attivisti Gracie Mae Bradley e Luke de Noronha nel loro lavoro Contro i confini, prende forma a partire da una tesi radicale che interroga la modernità giuridico politica: i confini non sono strumenti neutri di organizzazione territoriale ma meccanismi storici di selezione, disciplinamento e riproduzione di potere su scala planetaria.
I confini in concreto non proteggono i diritti dei cittadini né garantiscono coesione sociale, ma producono precarietà, violenza amministrativa e morte selettiva.
Questa funzione del confine si intreccia con la logica necropolitica contemporanea, che Bradley e de Noronha leggono alla luce di Achille Mbembe: «Le frontiere odierne riproducono ineguaglianze razziali e coloniali, il che aiuta a spiegare perché le pratiche di confine siano più intense proprio lungo le linee di demarcazione tra il mondo sviluppato e quello sottosviluppato».
Se l’abolizionismo manicomiale e quello della pena capitale sono stati le premesse di quello penitenziario, la conseguenza dell’abolizionismo carcerario è la riflessione sui confini. L’impianto dell’abolizionismo penitenziario costituisce la tessitura di un pensiero che non si ferma alla critica del carcere, ma la espande attraverso lo smascheramento del razzismo strutturale e la critica feroce del dominio capitalistico. Sono tesi che influiscono inevitabilmente sul movimento dei corpi, quindi le istituzioni vanno pensate e riformate insieme.
Se l’abolizionismo manicomiale e quello della pena capitale sono stati le premesse di quello penitenziario, la conseguenza dell’abolizionismo carcerario è la riflessione sui confini
Cedric Robinson, professore di Black Studies, parlava di «racial capitalism» per descrivere questo intreccio costitutivo, e a conclusioni simili sono giunti anche Sandro Mezzadra e Brett Neilson. Per questo le lotte per l’abolizione delle prigioni, della polizia e dei confini si intrecciano perché, come mostra l’attivista canadese Harsha Walia in Border and Rule: Global Migration, Capitalism, and the Rise of Racist Nationalism, polizia di quartiere e polizia di frontiera sono varianti di uno stesso apparato di contenimento.
Una dimensione chiave, inoltre, rimane quella di genere perché il ricatto dello status migratorio è un meccanismo che rende le donne particolarmente vulnerabili a sfruttamento lavorativo e violenza domestica. La produzione e la riproduzione sociale si intrecciano, e lo sfruttamento si moltiplica in chiave intersezionale, proprio perché la retorica della «protezione» viene strumentalizzata per giustificare deportazioni, raid e chiusure di rotte migratorie.
In un contesto di tensione e di rafforzamento della frontiera e della remigration esistono varie forme di resistenza e pratiche già operative, che negli anni hanno provato a contrastare la violenza del confine. Women in Exile, nato come gruppo di auto organizzazione di donne rifugiate in Germania, intreccia advocacy, mutuo soccorso e produzione di sapere dal basso, costruendo spazi sicuri e reti di solidarietà transnazionale. La rete internazionale di attivisti Watch the Med–Alarm Phone sperimenta un’infrastruttura di salvataggio e monitoraggio collettivo nel Mediterraneo, incarnando quella «material presence of social life lived differently», ossia una presenza materiale di una vita sociale vissuta in modo diverso, di cui parla Gilmore, e provando a tramutare il Mediterraneo da «space of death» a «space of freedom of movement». Queste pratiche non attendono l’abolizione formale del confine, ma la prefigurano, la anticipano.
La proposta che attraversa Border Abolition Now è una costante ridefinizione delle relazioni di coappartenenza, dei regimi di mobilità e delle infrastrutture di sicurezza e solidarietà. Per gli autori, abolire i confini significa agire sulla radice coloniale e razziale dell’economia, decolonizzare le politiche di cittadinanza e rifondare il senso stesso di una comunità. Non c’è retorica pacificata: Border Abolition Now è un imperativo di rottura, uno sforzo che chiede, come scrive Gilmore, di «trasformare le crisi in spazi di possibilità».
Il ricatto dello status migratorio è un meccanismo che rende le donne particolarmente vulnerabili a sfruttamento lavorativo e violenza domestica. La produzione e la riproduzione sociale si intrecciano, e lo sfruttamento si moltiplica in chiave intersezionale
Come già detto, è un dato di fatto che in Italia e in Europa la frontiera sia diventata un laboratorio di violenza strutturale. Dalla gestione dell’hotspot di Lampedusa ai respingimenti lungo la rotta balcanica, i confini mostrano la stessa logica di esclusione e disciplinamento: contenere, selezionare, sacrificare, quotidianamente. Anche dentro Schengen i muri esistono: al Brennero, a Ventimiglia, lungo il Carso triestino. Non si tratta sempre di confini fisici costruiti con un filo spinato, ma sono processi di bordering, ossia riproduzione della frontiera negli scambi con lo Stato, come i controlli mobili, le norme discrezionali, le liste d’attesa amministrative.
Il programma abolizionista si regge su due pilastri. Primo, la pratica di non-reformist reforms, che svuota l’esistente dal potere. La pratica si fonda su quattro leve immediate: in primis chiudere i cpr e gli hotspot; porre uno stop alle deportazioni e agli accordi di esternalizzazione opachi; prevedere un accesso universale alla casa, alla sanità, alla scuola a prescindere dallo status; disinnescare i meccanismi di sorveglianza biometrica e profilazione digitale alla frontiera. Ogni concessione condizionata all’essere «buon migrante», «rifugiato legittimo» o «cittadino meritevole» viene rifiutata come perpetuazione dell’alibi moralista del confine.
In secondo luogo, l’abolizione dei confini sfida la cittadinanza come privilegio ed è una pratica di restituzione planetaria di terra, risorse e possibilità di movimento come beni comuni condivisi, senza proprietà esclusiva né fortezze sorvegliate. Rimuoverli significa risanare la terra e la mente, cucire ciò che la logica sovrana ha separato.
Nel quadro di Contro i confini e nelle traiettorie aperte in Border Abolition Now, la proposta abolizionista si articola quindi come un doppio movimento: disarmare l’infrastruttura di confinamento e, allo stesso tempo, edificare forme di coesistenza rifondando il concetto stesso di cittadinanza.
Nel suo libro Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa, il giornalista Gabriele Del Grande affronta con lucidità e piglio documentaristico la grande trasformazione epocale che la mobilità umana ha rappresentato per il nostro tempo. La tesi di fondo è che il XXI secolo non sarà definito da guerre o innovazioni industriali, ma da una rivoluzione migratoria che sta cambiando la geografia politica, demografica ed economica del pianeta.
Il libro è un appello a ripensare la mobilità come risorsa di emancipazione. Del Grande invita a guardare alle migrazioni come a un diritto di movimento, sostenendo la necessità di abbattere confini ingiusti, di costruire forme di cittadinanza postnazionale e di tutelare la dignità di chi si muove, perché, in fondo, la mobilità riguarda tutti: il futuro è nomade.
Parallelamente, la prospettiva si allarga a una trasformazione delle relazioni sociali, culturali ed economiche: «Quello che chiamiamo abolizione delle frontiere riguarda l’ampliamento [della] libertà di movimento e di soggiorno», continuano Gracie Mae Bradley e Luke de Noronha e l’esempio di pratiche come Women in Exile e Watch the Med–Alarm Phone dimostra che l’abolizione può essere un cantiere già in opera, una trama di alleanze transnazionali che disattiva la frontiera mentre la denuncia. In questa torsione, l’abolizionismo del confine diventa un compito costituente: smontare muri e recinti materiali significa decostruire l’ordine necropolitico che li regge, restituendo alla mobilità e alla permanenza la dignità di diritti condivisi e insindacabili.